#quattrochiacchierecon / Lee Bermejo: l’uomo sotto il mantello

Daniele D'urso

Esistono artisti che con le loro opere sono in grado di trasmettere delle fortissime emozioni; in questa stretta categoria rientra sicuramente Lee Bermejo. È stato un grande onore per me aver avuto la possibilità di scambiare con lui due parole. Se da una parte sapevamo di parlare con un artista di fama internazionale, la grande sorpresa è stata conoscere una persona disponibile, cordiale e simpatica che si è prestata a tutte le nostre domande anche in maniera molto divertente. Grazie, allora, a mister Lee in primis per la disponibilità, e a tutta la RW Lion che, anche se indaffarata durante il Napoli Comicon 2016, ci ha regalato questa possibilità.

 

Ciao Lee, prima di tutto grazie per averci dedicato un po’ del tuo tempo: sappiamo bene quanto sei impegnato in questi giorni.

Assolutamente, è un piacere.

Possiamo darti del tu, vero?

Certamente.

Allora, partiamo subito con la prima domanda: quando per la prima volta hai avuto la possibilità di lavorare ad un personaggio come Batman, con una lunghissima linea editoriale alle spalle, c’è mai stato qualcosa o qualcuno che ti ha ispirato?

Non è facile rispondere a questa domanda. Batman è ormai un personaggio di cultura pop, conosciuto da tutti; è sempre più difficile dire che mi sono ispirato a questo o a quello; dal mio punto di vista tutte le influenze che ho avuto si sono mischiate nella mia testa; la mia prima esperienza con Batman è stata la serie TV degli anni ’60: da piccolo c’era solo quella e qualche cartoon del tipo Super Friends. Sono cresciuto in una zona dal Midwest degli Stati Uniti; a Chicago trasmettevano un programma con un pagliaccio famoso di nome Bozo e la mattina in questo programma andava in onda Batman: credo che questi siano stati i primi esempi che ho avuto; ma ovviamente non mi è bastato. Per come cerco di fare mio il personaggio, devo personalizzarlo, devo vederlo tramite i miei occhi, altrimenti non riesco a trovare piacere nel disegno; la mia idea per Batman è sempre stata quella di renderlo il più realistico possibile: visto che è un uomo, ho sempre voluto dare molta importanza al costume, creare qualcosa di tattico, una specie di soldato urbano.

Quindi anche l’ispirazione per il tuo Joker deriva dalla serie degli anni ’60, in particolare dal personaggio di Caesar Romeo?

Sì, credo di sì: i capelli che faccio per Joker sono i capelli di Caesar Romeo, magari un po’ più spettinati, ma assolutamente c’è un tocco di lui. Poi ovviamente vai avanti nella tua carriera e aggiungi altre influenze artistiche da cui ho preso ispirazione.

Nei tuoi graphic novel i personaggi attraversano una fase di cambiamento, partono con determinate idee e attraverso l’evolversi della storia cambiano radicalmente come per esempio il tuo Batman in Batman:Noël o il Santo in Suiciders. A cosa è dovuto questo processo di trasformazione?

Quello che mi interessa come tematica è il confronto con l’ambiente in cui vivono e come va ad influenzare la loro personalità. Io sono più che convinto che è Gotham City ad aver creato Batman e dallo stesso punto di viste è stata New Angeles ad aver creato il Santo. Mi piace molto l’idea di queste persone che riescono a superare l’ambiente in cui sono nate e in cui hanno vissuto; in America noi diciamo “nature’’, il modo in cui sei cresciuto quello che hai dentro… mi affascina davvero molto.

A volte è possibile che durante le traduzioni da una lingua all’altra si possano perdere delle ‘sfumature’: per quanto ti riguarda, e visto che parli benissimo italiano, hai mai avuto problemi con le traduzioni delle tue opere?

Su tutte le mie opere tradotte in italiano non ci sono mai stati grandi errori. Quando parli due lingue ti rendi conto che ci sono cose intraducibili; l’unico problema che ho avuto è stata la traduzione di una mia biografia, che tra l’altro non aveva senso; in Italia hanno pubblicato la collezione di Joker prima di quella di Luthor, e su entrambe c’era la stessa identica biografia che nel Joker era esatta mentre in Luthor era stata tradotta male: sinceramente l’ho trovata una cosa stranissima e ancora oggi non capisco come sia stato possibile. Due settimane fa ho letto Suiciders in italiano e non ho trovato errori, hanno fatto un bel lavoro. Io scrivo in inglese e mi rendo conto che attraverso il processo di traduzione alcune cose devono cambiare, soprattutto lo slang; lo utilizzo molto: sia  We are Robin che  Suiciders ne sono pieni; in particolare scelgo lo slang californiano e certe cose non si possono proprio tradurre. Noi usiamo molto, per esempio, la parola ‘dude’ che in italiano non ha una traduzione attendibile e per forza di cose devi accettare certi cambiamenti. Rimango convinto comunque che tutto quello che ho letto in Italiano è stato tradotto bene.

Sei in Italia ormai da molti anni, conosci bene il nostro paese: dal punto di vista artistico c’è qualche autore italiano che ti ha colpito in modo particolare?

Guarda, recentemente mi ha colpito moltissimo Anubi; sono convinto che sia il fumetto più originale che ho letto negli ultimi dieci anni. I ragazzi (Taddei e Angelini ndr) hanno creato un’atmosfera unica che non è possibile descrivere così facilmente, e soprattutto la qualità dei vari elementi è altissima, è qualcosa di molto particolare, molto bello. Non vedo l’ora di leggere la loro prossima opera! Questo è un Paese ricco di talento, un Paese che ha dato i natali a Massimo Carnevale, Corrado Mastantuono, e poi sono un enorme fan di Sergio Toppi già da prima che mi trasferissi in Italia, e il mio mito è Tanino Liberatore che per me è il top del top. Anche quando ero in America il fumetto italiano mi ha sempre influenzato: è stata una parte importante della mia carriera e continuerà ad esserlo. Per fortuna in questo paese i disegnatori continuano a crescere costantemente.

Parlaci un po’ del tuo sodalizio artistico con Brian Azzarello: com’è nato?

Beh… posso dirvi che è nato stranamente: io non lo conoscevo, e lui aveva appena cominciato a scrivere 100 Bullets e una mini serie per DC, Johnny Double; quando l’ho letta mi sono detto “Voglio lavorare con questo qua!”. Sono amico di Tim Bradstreet da molto tempo, che conosceva Brian, e tramite lui abbiamo creato questo rapporto, ma la prima volta che l’ho visto è stato molto strano, perché abbiamo scambiato forse cinque parole. Il nostro rapporto si è evoluto nel tempo.

Nella DC Comics c’è aria di cambiamento: con l’iniziativa Rebirth quasi tutti i team creativi delle testate sono cambiati, e non ti abbiamo visto tra gli artisti coinvolti nel progetto, come mai?

Per un motivo molto semplice: la DC in questo momento lavora per far uscire due numeri al mese, e io sono un disegnatore lento che ha bisogno del suo tempo; quando mi hanno chiesto se volevo lavorare su qualche testata, gli ho risposto di no, perché so bene quello che voglio fare; spero che comunque le cose gli vadano molto bene. Questo non vuol dire che non lavorerò più per la DC: abbiamo un ottimo rapporto, ci teniamo sempre in contatto, mi piacerebbe fare una graphic novel o qualcosa su questo genere.

Dopo Rebirth prenderà il via la nuova testata di All Star Batman creata da Scott Snyder: sappiamo che è alla ricerca dei migliori artisti che si avvicenderanno su questo progetto; sei stato contattato?

Sì, Scott ha già detto che faremo qualcosa insieme su Batman; ora lui ha già un primo anno stabilito con una serie di nomi, sta facendo questa storyline basata su tutti i villans del pipistrello a cui non prenderò parte perché non voglio essere ricordato come quello che fa sempre i cattivi. Probabilmente lavoreremo insieme nel secondo anno della testata; la storia che abbiamo preparato è molto bella e diversa dal solito, spero di farla il prima possibile perché lavorare con Scott sarebbe un piacere; è solo questione di tempo.

Come ti è sembrato in generale il film Batman v Superman e in particolare l’interpretazione di Jesse Eisenberg di Luthor visto che è completamente diversa dalla tua visione?

Il film non l’ho odiato, e sinceramente non capisco questa reazione contraria così forte; devo dire che soprattutto la prima ora e mezza mi è piaciuta; l’ultima ora invece mi è sembrata tutta una ‘supercazzola’ (risate generali da parte di tutti, ndr), ma lasciamolo cosi! Mentre l’interpretazione di Eisenberg non mi è dispiaciuta, ma è una visione completamente opposta alla mia; io accetto che abbiano voluto fare qualcosa di diverso, ma dal mio punto di vista Luthor è una persona molto più carismatica, deve avere una personalità magnetica nei confronti della gente, e questo non mi ha convinto perché non ho mai visto Eisenberg come un eroe del popolo: ha un carisma così particolare che è troppo strano per affascinare la massa; per me il trucco per far riuscire un ottimo Lex Luthor è quello di insinuare il dubbio nelle persone, che almeno la metà dell’opinione pubblica gli dia ragione, creare l’incertezza nei confronti di Superman; quest’idea di Superman visto metà come eroe e metà come alieno mi piace ed è questo il messaggio che ho voluto dare con il  mio Luthor, quello che ho fatto con Brian (Azzarello, ndr), quindi sono completamente d’accordo su quest’interpretazione di Superman che lo rende non cattivo, ma un potenziale cattivo, e questa parte del film mi è piaciuta molto. Mentre il grande errore, dal mio punto di vista, è stato creare un Luthor troppo banale nella realizzazione del suo piano, una cosa del tipo ‘tu adesso vai ad uccidere Batman’; non mi è sembrato così elaborata e studiata per provenire da un manipolatore di quel livello; mi aspettavo una cosa più geniale, Lex Luthor deve essere sempre un tocco più avanti rispetto agli altri; anche la creazione di Doomsday mi è sembrata quasi un errore, questa cosa che ancora faccio fatica a spiegarmi con il sangue…. Nel nostro fumetto lui ha creato un androide per realizzare un tipo di personaggio più vicino al popolo, e secondo me è quella la strada da intraprendere ma, insomma, sono di parte….perchè l’ho fatto io! (risate generali, ndr).

Sempre per rimanere in tema, prendiamo un personaggio che si è legato molto alla tua opera, il Joker di Heath Ledger: prima della realizzazione della pellicola l’attore o qualcuno della produzione hanno contattato te o Brian Azzarello per chiedervi dei pareri al riguardo, data la strettissima somiglianza visiva con il tuo personaggio?

No, nessun contatto; noi abbiamo cominciato Joker nel 2006 e sono stati due progetti completamente indipendenti, non c’è mai stato nessun collegamento; anche con Suicide Squad hanno preso personaggi ed elementi come Johnny Frost o Killer Croc (molto più mostro rispetto al nostro), ma non siamo mai venuti in contatto: anche se si assomigliano non abbiamo mai avuto rapporti con le case cinematografiche.

Ultimissima domanda, tra le tue opere c’è una tavola o un albo a cui sei particolarmente legato?

No, in realtà no. Non ho questo rapporto così sentimentale con il mio lavoro; una volta ultimati li metto in un cassetto e passo subito oltre; mi capita che mentre sto lavorando ad un progetto, in mente ne ho già un altro. Ci sono storie che ho fatto che penso siano venute meglio di altre, però anche lì è il complesso che realmente conta per me. Non riesco a trovare un’immagine o una tavola sola che preferisco alle altre. Mentre come progetto credo che Joker e Suiciders per motivi diversi siano le mie opere a cui sono più legato fino a questo punto della mia carriera. Joker perché è stata la prima volta in cui ho avuto quasi la totale possibilità di esprimermi, e visivamente è esattamente quello che volevo fare; invece con Suiciders è così al 100%, nel bene e nel male, sia le cose che funzionano che quelle che non funzionano: mi sento completamente responsabile, nonostante certe tavole che mi piacerebbe bruciare (altre risate generali, ndr)!

 

Conoscere Lee Bermejo è stata un’esperienza fantastica; avrei voluto fargli altre mille domande: vista la passione che ha messo nelle sue risposte, purtroppo non c’è stato più tempo; spero, magari, di riuscire ad avere in futuro qualche altra possibilità in giro per il nostro Paese.


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