#quattrochiacchierecon / Matteo Scalera: tra major, creator ownership e Michael Jordan!

Redazione Geek Area

Continuano le interviste di Geek Area, questa volta con Matteo Scalera, uno degli artisti italiani più richiesti all’estero, sinonimo di estrema qualità che ha collaborato con le maggiori casi editrici statuinitensi, quali Marvel, DC, Boom! Studios ed Image, lavorando su serie di grande calibro come Secret Avengers e Hulk, creando, iniseme a Rick Remender, Black Science. Durante il Lucca Comics lo abbiamo importunato e lui ci ha gentilmente concesso un po’ del suo tempo per parlare dei suoi lavori e del fumetto sotto diverse sfaccettature, quali major e creator-owned.

Ciao Matteo, innanzitutto ti ringraziamo per averci dedicato del tempo durante il Lucca Comics, cosa non semplice…

Si, decisamente.

Volevo iniziare chiedendoti come si è svolto il tuo percorso di formazione artistica che ti ha portato, inoltre, ad essere un autore estremamente apprezzato anche all’estero.

Sono partito dalle cose tradizionali. Ho fatto l’Istituto d’Arte a Parma, nella mia città natale, poi i tre anni canonici alla Scuola di Fumetto di Milano. I primi anni facevo qualche concorso fino poi ad avere le prime pubblicazioni. A livello didattico è stato questo il mio percoso: Scuola d’Arte poi Scuola del Fumetto.

Hai avuto modo di collaborare con diversi autori, anche molto grandi come Michael Alan Nelson, Rob Williams, Justin Jordan, Mark Waid e Rick Remender con cui stai tutt’ora collaborando. C’è stata un’occasione che ricordi con particolare piacere, in cui ti sei divertito più o meno di altre?

In generale non ho mai avuto grossi problemi con nessuno, ho buone capacità d’adattamento, però Rick è la persona con cui mi trovo meglio a lavorare perché abbiamo la stessa impostazione a livello di storytelling. Poi lui in realtà è uno scrittore che viene dall’animazione, lavorava in degli studi d’animazione, quindi ha già un’idea molto forte di azione, di come bisogna spostare la camera per dare certe idee. Quindi abbiamo una visione molto simile ed in automatico se io leggo una sua sceneggiatura so già come la sta immaginando lui. Ci capiamo al volo, è per quello che stiamo collaborando da tanto tempo.

Tu hai collaborato con diverse major, come Marvel, Image e DC. Ci potresti spiegare come si svolge il processo di creazione in una major del genere e come si sviluppano i vari elementi? Se ci sono tante regole imposte, tante fasi da rispettare?

Guarda in America, in generale, è tutto molto, molto libero. Questa è la regola fondamentale. Ci sono pochi controlli, è tutto molto su di te, la responsabilità è tua, mentre lavorare qua in Italia è decisamente diverso. Se entri a lavorare per Bonelli, specialmente su delle testate top, ci sono un sacco di regole da seguire, molto dettagliate, mentre lì sei lasciato libero. Semplicemente hai degli assistenti, gli editor ed assistant editor, che si preoccuppano, se sei su una serie nuova, di procurarti tutti i riferimenti di cui hai bisogno, come sono i costumi adesso,  come sono i personaggi, come appaiono. Poi al di là di quello è tutto fluido e semplice. Loro (gli editor/assistant editor n.d.a) fanno da tramite, dallo scrittore viene passata la sceneggiatura a te e poi, man mano, se sei da tanto tempo su una serie, cominci ad avere un rapporto personale con lo scrittore e l’editor esce fuori anche da questo discorso. Però all’inizio semplicemente sposta il materiale da una persona all’altra per lavore. Poi quando una cosa è stata approvata definitivamente ci sono degli FTP, dei server online, dove metti dentro il materiale nuovo che hai realizzato per il colorista e quant’altro. È estremamente elementare come funzionamento.

Sei partito con la Marvel lavorando su Deadpool, spostandoti su testate sempre più importanti come Hulk, su cui hai lavorato insieme a Mark Waid, fino a Secret Avengers dove c’era Rick Remender, dopodiché sei approdato all’Image. Quali sono le differenze che hai trovato lavorando con due case così diverse, da una prettamente supereroistica ad un’altra che valorizza fortemente il fumetto underground?

La differenza fondamentale è estremamente pratica, nel senso che quando tu lavori con Marvel e simili lavori su dei brand che già esistono. Tutto quello che fai è loro proprietà e quando vieni pagato quello che stai vendendo sono i diritti di pubblicazione su quello che fai. Tutti i diritti sono loro. Per assurdo se fai la “sciocchezza”, chiamiamola così, di mettere una cosa figa tipo: “Okay faccio Spider-Man e qui dietro, in questo palazzo, ci metto il mio personaggino che spunta”, ecco legalmente stai facendo una grossa stupidaggine perché tutto quello che è finito in quella pagina diventa di loro proprietà. Quindi quel personaggino in futuro, se diventi famos e se la Marvel si accorge che è in quella pagina può riavvalersi della cosa e dire che è loro proprietà. In Image è totalmente il contrario, ovvero tutto quello che fai è di tua proprietà e loro sono, sostanzialmente, solo l’editore, lo stampatore ed il distributore. Loro si occupano di tutta la parte pratica e dei conti, poi tutto il resto è tuo. Anche il modo in cui vieni pagato: non vieni pagato a pagina, vieni pagato secondo i ricavi che ci sono stati della serie. Loro si occupano di tutti i costi, della pubblicità, della stampa, ecc. Quando il fumetto viene venduto arriva questo grande pacco di soldi, da questo pacco di soldi vengono tolti tutti i costi, esclusa la pubblicità che è a loro carico, dopodiché loro si prendono una parte che è un fisso e tutto quello che avanza è dei proprietari. Nel caso di Black Science siamo 50% io e 50% Rick, poi abbiamo il colorista e quindi una parte va fuori nel gruppo spese. Tutto il resto viene diviso. Quindi se sei in ritardo, per quanto riguarda la Marvel, consegni quando consegni. Al massimo non ti faranno fare un altro libro ma ti pagano per il lavoro che hai fatto. Con Image invece quando sei in ritardo devi essere sempre cosciente del fatto che stai facendo slittare le consegne, probabilmente il fumetto venderà meno e vedrai meno soldi. È tutto sulle tue spalle, però non c’è controllo. Hai fiducia totale e loro controllano solo il materiale che c’è per dare un rate al fumetto, per capire se lo possono leggere i teenager, i bambini, i diciottenni. Questo è l’unico tipo di controllo che fanno, al di là di quello è tutto libero.

Tu e Rick avete lavorato a stretto contatto in entrambe le case editrici. Qual è il vostro rapporto lavorativo e personale, se c’è?

Diciamo che è evoluto. A me piacevano molto le cose che faceva, a lui piacevano molto le cose che io facevo poi c’è stato un contatto quasi involuti tramite internet. Quando era su Uncanny Avengers io seguiì con molta passione la serie, mi piacque molto ed era uno dei pochi fumetti che stavo leggendo, quindi ho fatto un’illustrazione per diletto e lui, che già seguiva il mio lavoro da tempo, l’ha notata e ci siamo messi in contatto. Era un periodo in cui non stavo lavorando più con la Marvel per alcune scelte. In quel periodo, come dicevi prima, lavoravo su Deadpool, che stavano cercando di pompare al massimo. La manovra è andata male e dopo un anno hanno iniziato a tagliare tutte le serie. Dovevano fare il film e quant’altro ma all’epoca saltò tutto, quindi per un po’ mi sono trovato a non lavorare più con la Marvel. Lui stava lavorando su Secret Avengers con Gabriel Hardman, che stava per lasciare la serie, ed ha proposto il mio nome essendoci stato questo contatto online. Mi ha contattato, ha chiesto alla Marvel di chiedere di me per questa nuova serie e da li è cominciata. Abbiamo lavorato su Secret Avengers per una run, cioè otto numeri e finita quell’esperienza mi ha detto: “Mi sono trovato molto bene, ho quest’idea quest’idea e vedo che la Image sta spingendo bei titoli, che vendono bene. L’idea è valida, in Image già piace e la vogliono quindi buttiamo giù questa cosa”. Io mi sono infilato così e dall’ora siamo diventati amici. Calcola che sulla storia ho anch’io voce in capitolo, quindi ci sentiamo spesso e volentieri su Skype, una/due/tre volte alla settimana, per parlare, vediamo se dobbiamo uccidere qualcuno (risate n.d.a), di come finirà la storia. Sono andato a trovarlo varie volte, conosco la sua famiglia, insomma siamo diventati molto amici.

È una cosa molto bella perché molte volte non c’è un vero contatto tra disegnatore e scrittore.

Si spesso capita. Facilita molto il fatto di lavorare su un libro che esce per Image, perché non sei più uno scrittore o un disegnatore come quando lavori per la Marvel. Li c’è una grande compagnia, ed entrambi dovete lavorare sul progetto e quindi finisci per collaborare ma di base c’è la Marvel in mezzo. Quando tu lavori ad un libro per Image sei partner. Rick è il mio socio in affari, nel senso che noi abbiamo qualcosa cosa che sta vendendo e siamo i proprietari di quella cosa. Quindi se c’è una cosa che non va dobbiamo parlarne, dobbiamo metterla apposto, perché tutti i ricavi verranno divisi fra me e lui. Io ci devo campare con quello che guadagno e lui deve mandare avanti la famiglia, quindi è lo stesso.

Poco fa hai anticipato quella che sarebbe la domanda successiva, questa, in cui ti volevo chiedere se anche tu partecipi in maniera attiva alla stesura di Black Science, contribuendo sotto l’aspetto dei personaggi e della storia.

Ti dico, nei primi due archi narrativi no, sopratutto il primo era già scritto, anche perché io non dovevo essere originariamente il disegnatore di Black Science, dovevamo rilanciare Fear Agent di Rick che stava avendo una nuova vita perché la gente l’ha riscoperto. Stava cominciando a vendere e (Rick n.d.a) aveva l’idea di fare Fear Agent 2. Aveva un altro disegnatore, uno spagnolo, su Black Science che però non stava consegnando. Era lento, non era molto coinvolto nella cosa e quindi invece di fare Fear Agent 2 mi ha spostato su Black Science. Tutto il primo arco era scritto, il secondo era già comunque semidefinito, quindi io fino al secondo/terzo non ho messo bocca, se non in poche cose. Dal terzo in poi si, ci sentiamo e decidiamo a grandi linee quello che deve succedere, poi ovviamente l’ultima parola, come ce l’ho io come disegnatore, ce l’ha lui come scrittore ed è ovvio che certe cose cambino. Per il resto ci sono cose che succedono che abbiamo deciso insieme e le ho proposte io stesso.

Passiamo ora ad un campo più pratico riguardo il disegno: come nascono le tue tavole? C’è un processo particolare che segui durante ogni lavoro o hai un aproccio diferrente  ogni qualvolta si cambia soggetto e storia?

In generale quando sei su un nuovo soggetto, almeno ti parlo di me, cambia qualcosa a livello di stile anche senza volerlo. Non è una cosa studiata, non mi metto a pensare prima che devo adottare uno stile diverso. Per dire, Black Science lo facevo in concomitanza di un’altra serie, Dead Body Road (pubblicata dalla Saldapress in Italia n.d.a). Penso che da fuori si veda che sono io, però comunque ti viene in automatico di disegnare in maniera diversa. È inevitabile. Il processo è molto semplice. Con Black Science la cosa è particolare perché spesso dobbiamo cambiare mondi, personaggi, outfit, quindi c’è tanto studio prima però non c’è troppo tempo perché dobbiamo uscire con un numero al mese. Quindi prima di partire se ci sono delle nuove cose da definire molto importanti, come un mondo in cui staremo per cinque o sei numeri e c’è da definirlo bene, Rick mi manda film, immagini, foto di fumetti da seguire per avere un’idea generale del fill che deve avere questo nuovo mondo. Poi tiro fuori qualche sketch e si va dritti, anche perché ormai faccio questo lavoro da dieci anni e so già quello che c’è da fare. Per scendere nello specifico io ho i miei cinque giorni lavorativi, dal lunedì al venerdì, e so che posso far tre cose al giorno. Sono tre matite o tre chine, due matite e una china o due chine e una matita ed insomma sono quelle tre, quindi sostanzialmente sono una pagina e mezza al giorno e si produce. Poi fai i tuoi conti: una pagina di fumetto americano in media ha cinque vignette a pagina. Un numero ha venti pagine quindi moltiplica cinque per venti e sono già cento vignette. Io ho fatto ventissette numeri di Black Science più tutto il resto. Facendo il conto sono varie migliaia di vignette, quindi ormai non è che ti inventi più niente (risate n.d.a). Gli puoi mettere un costume diverso, che una volta è un costume da supereroe, una volte è un costume fantascientifico, una volta è uno nudo. Cioè le inquadrature son quelle e più di tanto non puoi girarci attorno.

Quali sono le parti che più ami, o che anche odi, se ce ne sono, del tuo lavoro?

Eh, il dover fare tante volte la stessa cosa. È un qualcosa che non ti viene subito da pensare: “Fai il fumettista, è figo”. Per dire, a me piace molto Batman, però se dovessi farne dieci numeri al terzo già sarei saturo, perché devi fare sempre lo stesso personaggio che fa, bene o male, sempre le stesse cose. È il fare sempre lo stesso e molte persone non riescono neanche a entrare in quella mentalità lì. Ci degli sono artisti molto bravi che non riescono a fare i conti col fatto che ti devi svegliare e ridisegnare un personaggio che hai gi à disegnato cinque o seicento volte. Cioè io Grant di Black Science l’ho disegnato almeno millecinquecento/duemila volte. Devi farci i conti. È come stare con la tua ragazza da dieci anni, ci sono certe cose di lei che non sopporti però è la persona che ti sei scelto e quindi ci stai insieme anche se vorresti darle un sacco di botte la mattina quando ti svegli (risate n.d.a). No, scherzo! A volte la odi ma è comunque la tua ragazza.

Oltre che un disegnatore dal grandissimo talento sei anche uno scrittore. Com’è avere la possibilità di supervisionare un proprio lavoro a 360°, a differenza magari di dover lavorare in collaborazione con altre persone che possono avere delle idee differenti dalle tue?

Ehhh…. è come tutte le cose nella vita, quando sei in gruppo e tutti vogliono fare una cosa mentre tu non la vuoi fare. Ti adegui e cerchi di ritagliarti il tuo spazio. Il vantaggio del mercato americano è che quando hai un buon nome diventa come nell’NBA con Michael Jordan. Dato che era così bravo poteva permettersi di fare più falli od altro ed alcune cose gli venivano concesse e non fischiate perché era lui, quindi se faceva un’azione pazzesca, anche se in mezzo c’era un fallo glielo lasciavano fare. Quando hai un buon nome puoi permettereti di prendere dello spazio in più, modificare qualcosa in una sceneggiatura. Se una cosa ti sembra più interessante in un modo la puoi proporre, puoi cambiarla ed è l’unica cosa che puoi fare da disegnatore. Questo è il massimo che ti puoi concedere da disegnatore che sa scrivere. La cosa fondamentale nel mio caso è lavorare con degli ottimi scrittori in modo che questo problema non si presenti perché altrimenti ti trovi a lavorare con degli scrittori che tu stesso non stimi, vedi che nel lavoro ci sono dei problemi e dici: “Però potevo scriverlo anche io a questo punto e mi prendevo anche i tuoi di soldi!” (risate n.d.a). Sono cose che possono capitare, è una delle cose con cui devi fare un po’ i conti.

Piccola domanda di rito: quali sono gli autori che ti hanno più influenzato? C’è stata qualche storia, sopratutto quando eri ancora “solo” un lettore che ti ha fatto dire: “Okay, il fumetto sarà il mio futuro, diventerà il mio lavoro. Voglio fare questo nella vita”?

Si, in generale una delle cose che mi è rimasta dentro, che ho letto e riletto, (calcola che ho incominciato a leggere fumetti in generale a fine anni ottanta) è stata una miniserie dell’Uomo Ragno nel periodo di McFarlane, Torment. Parlava dell’Uomo Ragno e Lizard, con tutta questa storia dove c’era di mezzo il vodoo, c’erano delle frasi che tornavano all’inizio di ogni capitolo. “Ci eleveremo al di sopra di tutto”, una cosa del genere. Poi le vignette strettissime e lunghe tutta la pagina.

Un classico alla McFarlane!

C’erano delle cose molto hard a livello di narrazione, ed è una delle cose che mi ha più segnato in assoluto. Adesso raramente leggo fumetti, se non magari perché voglio vedere molto di più i disegni, è raro che mi concentri sulle storie, invece quel fumetto l’ho letto una cosa come cinquanta o sessanta volte e tutt’ora se mi viene voglia me lo riguardo.

C’è stata una storia che avresti voluto fortemente disegnare?

Arkham Asylum è una di quelle. Non che credo sarei stato perfetto perché è così psicologica e al di fuori dei miei schemi, io sono più azione e simili. Non credo che sarei stato l’artista giusto per farlo però mi sarebbe piaciuto. Infatti uno dei miei sogni, dopo Black Science, sarebbe fare una miniserie di Batman, una di quelle autoconclusive che non c’entrano niente col filone principale.

Slegate dalla continuity quindi.

Si, si, tipo Batman Anno 100. Un Batman in un altro mondo, un altra persona, una cosa del genere che rimanga tale. Poi Batman si presta molto, sai meglio di me che ce ne sono tante. Arkham Asylum è una di quelle cose che mi sarebbe piaciuto fare.

Quando avevi circa ventiquattro anni sei andato a San Diego e hai presentato i tuoi lavori alle major. Da diverso tempo a questa parte i disegnatori italiani sono diventati un sinonimo di garanzia anche all’estero. C’è Sara Pichelli, Andrea Sorrentino, Giuseppe Camuncoli, Matteo Buffagni, giusto per citare qualche nome. Secondo te c’è un motivo particolare di tutta questa richiesta/successo di artisti italiani anche oltreoceano?

In generale, ti dico, non è un fenomeno da legare solamente all’Italia. Negli ultimi anni grazie a internet e quant’altro gli Stati Uniti si stanno aprendo al resto del mondo mentre prima, in tutto, non solo nel fumetto ma anche nello sport ed in qualsiasi altra cosa, erano un mondo chiuso, molto isolato.Adesso si stanno aprendo a varie culture, a quella giapponese, quella sud americana, ci sono un sacco di influenze, molti artisti sud/centro americani che lavorano per gli Stati Uniti. Quindi, in generale, è un fenomeno più grande non legato solo all’Italia. L’Italia ha il vantaggio che nonostante sia molto piccola è un paese con una fortissima cultura fumettistica, però con poco lavoro. Ovviamente è un mondo molto attrattivo per gli Stati Uniti, perché hai gente che vuole lavorare e ha bisogno di lavorare, che porta della qualità. In America ci sono due scuole di fumetto, in Italia quasi quindici, quando lo dico non ci credono neanche, quindi sfruttano il fatto che noi abbiamo tante persone che vogliono fare i fumettisti, tanti appassionati di fumetto. Abbiamo una buona scuola ed una buona cultura a livello di fumetto, quindi stanno cominciando ad attingere dove è molto fiorente (c’è tutta la scuola argentina, brasiliana). Prendono da quei posti perché hanno un sacco di serie e cose da fare, hanno posti di lavoro disponibili e li prendono da posti dove il lavoro c’è meno, tendenzialmente anche solo per una questione fisica. Quindi l’Italia è molto attratvia sotto questo punto di vista.

Okay, ultima domanda! Ci sono grandi polemiche, sopratutto sul web, riguardo la censura, di cui abbiamo parlato anche con Frank Cho durante un’intervista che abbiamo condotto, figure femminili e molto altro. Ora, non so se hai seguito l’ultima polemica che ha coinvolto J. Scott Campbell, che ha realizzato una cover per Iron Man (o Iron Heart) dove c’è la nuova protagonista, Riri, in due versioni differenti, una dove la ragazza porta un top ed una in cui indossa ‘armatura. Quella in cui ha il top è stata ritirata per diverse polemiche che sono partite e che si riallacciano a quelle fatte a Cho e a Milo Manara

Si, per la cover di Spider-Woman.

Si esattamente. Secondo te perché ci sono ancora queste polemiche nel 2016 e questa voglia di censurare?

Qua andiamo su argomenti che sono al di sopra della mia comprensione (risate n.d.a). Se devo liquidartela in due parole ti dico: sono tutte stronzate. Non le seguo e non mi interessano. Poi so che ci sono persone che ci si mettono sopra e provano a capire. Semplicemente c’è tanta gente, in tutte le società, che non ha nulla da fare, che non capisce niente e deve riversare la propria aggressività in qualche modo. Spesso questa aggressività si riversa nel censurare qualcosa. Questa è la cosa più intelligente che ti posso dire sull’argomento. Nel senso, a me di vedere la donna anche nuda sulla copertina non frega niente, fondamentalmente. Il mondo del fumetto è gente che sta a casa e disegna, poi altra gente che compra quelle cose e sta a casa e legge (a casa). Stando molto in casa (risate n.d.a), e non facendo le cose, si sviluppa molta aggressività e questo è uno degli sfoghi dell’aggressività, che esce fuori in questi modi.

Benissimo, ti ringraziamo a nome nostro e a nome di tutti i lettori di Geek Area. Sei stato estremamente gentile ed è stato un vero piacere!

Grazie a voi!

Ringraziamo nuovamente Matteo Scalera per la gentilezza e la disponibilità dimostrate. È stato davvero bello poterlo intervistare nonché un grande divertimento. Avere modo di rapportarsi con artisti del genere è un vero e proprio piacere. 


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