#quattrochiacchierecon / Michele Masiero racconta i personaggi Sergio Bonelli Editore

Mirko Tommasino

In occasione del Napoli Comicon 2017, abbiamo avuto il privilegio d’intervistare Michele Masiero, direttore editoriale della Sergio Bonelli Editore. Ci ha raccontato l’evoluzione dei personaggi e dei lettori nel corso dei decenni, offrendoci una panoramica sulle novità delle testate, i nuovi lettori e le ultime frontiere della multimedialità. 

Buongiorno Michele, grazie mille per questa intervista. Che significa per la Bonelli intervenire sulla continuity di un personaggio con diverse decadi storia editoriale alle spalle?

Farei una premessa sull’evoluzione dei personaggi: non si tratta di operazioni create a tavolino. Non è che Il pubblico ha bisogno di sollecitazioni nuove e noi, di conseguenza, ci sediamo attorno al tavolo e decidiamo come far evolvere un personaggio. In genere non è mai esattamente così, nel senso: sono più cose che avvengono in modo naturale. Si evolve il gusto del pubblico e anche quello degli autori che, comunque, sono a loro volta dei lettori. Gli autori cambiano nel corso degli anni, avvicendandosi nelle varie serie. Di conseguenza è inevitabile che, anche non volendolo fare, un personaggio cambi. Faccio un esempio concreto: Tex, il personaggio più monolitico che si possa immaginare, tradizionalista per eccellenza. In genere, ci rendiamo conto che i nostri lettori vogliono che il personaggio resti quello che è. Però, se noi pensiamo a Tex nel 1940, negli anni ’60, negli anni ’80 e oggi, non possiamo dire che il personaggio non sia al passo con i tempi.

Sia dal punto di vista ovviamente grafico, sia dal punto di vista delle storie?

Il modo di raccontare le storie, di proporre dialoghi e mood del personaggio cerca di essere fedele alla tradizione, con un occhio ad un modo più moderno di raccontare. Tex è comunque il personaggio che cerchiamo di tenere maggiormente sotto una campana di vetro, perché quello è Tex, il pubblico ci fa chiaramente capire che lo vuole quasi inamovibile. Però è inevitabile che chi lo scrive porti una propria sensibilità, favorendo una trasformazione nel corso degli anni, non voluta come imposizione ma come naturale evoluzione delle cose.

Un’evoluzione che va incontro al personaggio, magari. Che chiede di cambiare, adattandosi ai tempi. Visto dall’esterno, però, Tex è appunto il personaggio più granitico. Sia a livello visivo, sia a livello di storie racconta qualcosa che, a chi non è nel settore, può sembrare ricorsiva, utilizzando meccanismi narrativi collaudati. Com’è cambiato invece il suo pubblico?

Questo è il punto: Tex ha un pubblico fedelissimo, il più fedele di tutti. Anche quantitativamente, il più imponente. In Bonelli, ci meravigliamo ogni volta che proponiamo un’iniziativa legata a Tex, che sia una riproposizione di vecchio materiale o la riformulazione dello stesso in chiave moderna. Abbiano incominciato la serie a colori, quella cartonata “alla francese”, tutta la ristampa con Repubblica/L’espresso e, ogni volta, ci stupisce l’incredibile successo di qualsiasi iniziativa a esso legata. Un pubblico talmente fedele e affezionato che ci permette di scommettere sempre su Tex, in qualsiasi momento. Questo significa anche non tradirlo, perché il lettore si aspetta determinate cose. Però è anche inevitabile che le storie cambino, anche solo dal punto di vita grafico. Oggi i disegnatori disegnano molto meno rispetto a quanto disegnassero allora (30-40 pag al mese, a suo tempo). La media si è molto abbassata, quindi serve un parterre di disegnatori molto ampio, disegnatori che hanno portato anche un taglio personale, nuovo. Tra i migliori sulla piazza italiana ed internazionale sono su Tex.

Mi fai pensare al Texone di Breccia, che mi ha colpito molto dal punto di vista dell’impatto grafico, rispetto al Tex a cui ero abituato. Questo è comunque un cambiamento, magari non così marcato come una svolta del tipo di storia raccontata, ma sicuramente qualcosa è cambiato nel risultato finale. Può anche essere un modo per testare nuovi autori, senza farli partire dalla testata principale?

La nuova formulazione dell’albo alla francese, le storie brevi del color Tex.. il lettore di Tex è molto tradizionalista, perché vuole il suo Tex riconoscibile, e storce il naso davanti e certi sperimentalismi. Però, è anche interessante proporre certe cose per far andare avanti il discorso. Bonelli nell’88 aveva introdotto la nuova formula dei Texoni per portare su Tex disegnatori che erano lontani dalla tradizione di Tex. Si voleva provare a presentare il mondo del personaggio con autori che non l’avrebbero mai realizzato in un mensile. Quella testata, in effetti, ti dà un panorama grafico degli ultimi trent’anni incredibile.

La risposta del pubblico è arrivata accettando sia queste formule nuove sia storcendo un po’ il naso su alcune particolarità?

È questo il punto: non voler rincorrere necessariamente il gusto del pubblico, cercare, per quanto possibile, di anticiparlo. Portare, o almeno provare a portare, l‘asticella un po’ più in alto, in avanti sul percorso, perché piano piano poi comunque il lettore ci arriva, anche se inizialmente un po’ restio e sul chi vive, rifiutando la novità. Poi diventa un classico quel che sembrava essere rivoluzionario.

Come si fa a puntare su questo tipo di scommesse con una produzione che investe mesi, se non anni, per la produzione di un albo? Come ragiona la casa editrice?

Vari personaggi hanno avuto periodicamente dei rilanci nel loro arco narrativo, perché sentiamo noi stessi di dover scardinare le linee consolidate di quello che abbiamo narrato. Anche gli autori, giustamente, si vogliono mettere in gioco nel raccontare cose nuove, con risposte diverse a domande consuete. Questo è stato fatto negli anni, per esempio, con Nathan Never, più di una volta.

A questo proposito mi viene in mente l’operazione Anno Zero.

Quella è stata laterale. Anche all’interno della serie regolare è stato azzerato un po’ tutto un universo che era arrivato a complicarsi molto, rendendolo più lineare attraverso una ripartenza. Un processo simile l’ho compiuto io stesso con Mister No come curatore, distruggendo il mondo che aveva e cercando di mandarlo al di fuori, facendolo ripartire. Così si dimostra che, in fondo, un personaggio che ha basi solide (come in questi casi) può vivere diverse vite anche in contraddizione tra loro, perché vivono grazie alla forza che il personaggio ha in sé. Il rilancio di Dylan Dog è stato cercato proprio da Tiziano Sclavi. Ci ha detto “ho voglia di rimescolare le carte, di dare una forte cesura e di far ripartire Dylan”. Perché? Perché Dylan è nato come un personaggio dirompente, che era rivoluzionario per l’epoca, sotto il profilo grafico e della narrazione.

In effetti è nato rivolgendosi a un pubblico che, almeno inizialmente, ha scavato una sua nicchia.

Non possiamo più parlare di nicchia da moltissimo tempo, è esploso talmente tanto che ha portato lui stesso un pubblico di lettori nuovi nell’intero panorama fumettistico. Anche come venduto in edicola si capisce: esistono i lettori di Tex, i lettori di Dylan Dog e i lettori di fumetti. Questi si situano in un’area di alcune decine di migliaia di acquirenti che non comprano tutto e sono molto attenti nella scelta. I lettori di Tex e Dylan sono talmente tanti che si situano al di fuori del numero dei lettori di fumetti tout court: sono lettori di Tex e di Dylan! Personaggi che hanno avuto un tale successo da aver portato al fumetto lettori che non lo erano proprio. Legandosi al personaggio, però, non hanno creato fenomeni passeggeri, bensì molto stabili nel tempo. Se pensi a Tex, ha un successo dura da settant’anni, e Dylan da trenta. Abbiamo sempre un grande pubblico e un numero di lettori che certo non sono quelli del periodo d’oro, però sono ancora una quantità tale che fa percepire l’onda lunga di quello che è stato piantato delle fondamenta del successo di questi personaggi. Qualcosa di talmente solido che sta andando tuttora avanti.

Parliamo di fidelizzazione del lettore, dunque, anche a livello familiare. Tex che viene tramandato da padre in figlio.

Sono personaggi che trascendono dal fatto di essere semplici personaggi del fumetto. Sono diventati fenomeni di costume e di cultura. Quando nomini Tex non hai bisogno di spiegare niente, uno capisce al volo di cosa si tratta, anche se non l’ha mai letto sa benissimo cos’è. Su Dylan, Tiziano Sclavi ci ha chiesto questo: tornare alle origini, ma non raccontando quello che raccontava lui. Vuole far tornare Dylan al ruolo di personaggio dirompente e provocatorio. Come diceva Sclavi stesso nelle prime storie: “Il lettore non deve chiudere l’albo tranquillo e confortato, gli deve rimanere dentro un po’ d’inquietudine”. Chiaramente poi, portare avanti per così tanti anni un personaggio che, anche se inizialmente rivoluzionario e dirompente, rischia di renderlo un classico, un cliché, adagiandolo su certi moduli narrativi. L’esigenza è stata proprio quella di dargli alcune cesure che facessero capire che si stava proponendo qualcosa di nuovo.

Mi colpisce molto questa cosa: parli del tempo di lettura e del tempo di acquisizione dell’albo. Mi viene in mente Orfani, una testata che per stessa ammissione di Recchioni e Mammucari, loro creatori, presenta albi che si leggono in poco tempo, estremamente veloci, sia nei dialoghi sia nelle sequenze d’azione. La scelta di espandere il vostro universo su testate simili, con tempi di fruizione diversi dai vostri standard, al di là dell’investimento economico rappresenta una scommessa anche d’immagine: albi a colori, con periodicità mensile e un alto livello d’autori e copertine, presentando una continuity serrata e garantendo leggibilità ad ogni singolo albo. Come si posiziona questo macro personaggio “orfano” tra degli altri personaggi?

Come dicevo, i nostri ragionamenti non nascono necessariamente a tavolino. Però, a un certo punto, è necessario pianificare, sedersi e cercare di capire, annusare l’aria e chiedersi: che cosa proporre ora di nuovo? Effettivamente, possiamo dire che le operazioni Orfani e Dragonero sono nate contemporaneamente, con una scommessa: “esplorare strani nuovi mondi” (cit.), territori che fino a quel momento erano nuovi per la Bonelli. Abbiamo affrontato il fantasy con Dragonero, un tema lontano per la Casa editrice. In Orfani ci siamo riavvicinati alla fantascienza, già affrontata con Nathan Never e altre testate in passato, proponendola in un modo nuovo. Abbiamo preso la fantascienza che leggeva un certo tipo di pubblico, che giocava ad un certo tipo di videogiochi e vedeva un determinato tipo di film, proponendo una serie a colori. Una scommessa notevole per la Bonelli, abituata al bianco e nero, che utilizzava il colore solo per gli eventi eccezionali. Queste due serie sono partite praticamente in parallelo, a distanza di sei mesi l’una dall’altra, con un investimento anche d’immagine simile: abbiamo proposto entrambi i numeri zero nei Gamestop, mirati a un certo tipo di lettore, portando avanti discorsi specifici. Una scommessa, per capire che respiro potessero avere e quale target potessero colpire. Entrambe sono sulla rispettiva strada, e con le loro storie hanno intercettato il pubblico a cui avevamo mirato.

Hanno portato nuovi lettori o hanno trovato i propri tra i generici della testata?

È difficile da dire. Non abbiamo praticamente mai fatto ricerche di mercato specifiche. È chiaro che se ti arrivano feedback da ragazzini che non avevano mai letto un Bonelli e, grazie a questi personaggi, hanno scoperto la nostra produzione, il risultato è stato raggiunto. Ora il problema è anche in fase di distribuzione. Stiamo, per esempio, sperimentando per la prima volta la distribuzione simultanea in edicola e in fumetteria, e siamo entrati in modo sempre più massiccio nelle librerie di varia con il nostro marchio. Bisogna essere molto creativi anche a livello distributivo, non si può proporre un contenuto e lasciargli semplicemente fare la sua strada. Oggi cerchi di portarlo il più vicino possibile al pubblico, renderlo accattivante: se il lettore è curioso un tentativo lo fa. Il pubblico di oggi credo sia molto meno fedele di quello dei nostri grandi classici. Comincia a seguirti, ma poi tende ad abbandonarti molto più in fretta. Bisogna sovraeccitarlo continuamente, portare sempre qualcosa di nuovo che faccia scattare la curiosità. Con queste due serie credo ci siamo riusciti.

Il pubblico tende ad abbandonare a fine stagione o anche durante la stagione in corso?

In generale, rispetta la curva dell’editoria. In particolare quella a fumetti, legata al nostro mondo. Noi siamo ancora un’isola felice, con dei numeri incredibili. Se pensiamo al mercato generale dell’editoria che perde in doppia cifra, quello dei fumetti perde soltanto qualche punto percentuale ogni anno. È sempre un pubblico che cala, e ovviamente preferiremmo tutti vedere un segno più, ma per il fumetto c’è una diversa attenzione e un pubblico evidentemente più affezionato. Il pubblico del quotidiano e del mensile di cultura specifico può trovare, magari, anche su internet e sui social un ricambio a quello che sta cercando, mentre per il fumetto è meno possibile. Il fumetto digitale è pochissima cosa, non ha quasi attecchito. Per fortuna, c’è ancora un forte attaccamento all’oggetto cartaceo.

Come cambia la pianificazione delle stagioni, sapendo quanto può fidelizzarsi o meno un lettore? Parlando di Orfani, avete scelto di proporre stagioni anche più corte per veicolare un messaggio di un certo tipo e facendo di necessità virtù, senza calare di qualità o dinamica. Immaginando le vicende delle stagioni da tre numeri distese su dodici, probabilmente non avrebbero avuto la stessa rapidità e lo stesso impatto. Idem Nathan Never Annozero, una testata che ha visto in quei sei numeri una nuova base, forte ed importante. Stesso discorso per le nuove avventure a colori di Martin Mystère.

Abbiamo un problema fondamentale, legato al fatto che, quando pianifichi qualcosa, poi sono necessari lunghi tempi di realizzazione. Da quando pianifichi al momento in cui vedi i risultati di quello che hai messo in piedi passa diverso tempo e tu hai già prodotto il resto dei volumi, e ovviamente devi arrivare in fondo, a prescindere. Anche con Orfani, prima del termine della prima stagione dovevamo già programmare la seconda, senza capire bene con quali risultati si sarebbe chiusa la prima. È inevitabile, fa parte del ciclo di produzione dei fumetti. Generalmente trascorrono anni dall’idea iniziale alla partenza in edicola. Con questi nuovi esperimenti stiamo cercando anche di restringere il nostro time to market, arrivare il prima possibile al pubblico per ricevere anche un riscontro più veloce. Le miniserie di sei o tre numeri all’interno di altre stagioni stanno in questo discorso. Quello che vedrete, soprattutto nel prossimo futuro, riguarda questo discorso. Stiamo lavorando su progetti di cui non possiamo ancora parlare, che si rivolgono a un pubblico più giovane oppure a uno più “adulto”. Bonelli Kids sul web, 4 Hoods, il giovane Dragonero (prima cosa che uscirà), in più stiamo pensando a proposte rivolte, come dicevo, a un pubblico che vuole tematiche più mature rispetto al classico bonelliano, con formule, formato e impaginati diversi. Oggi bisogna essere creativi sotto diversi punti di vista, non solo sui contenuti, ma anche sulla presentazione dei contenuti stessi.

Abbiamo parlato dei personaggi che hanno una vita editoriale lunga. Andando sul lato opposto, troviamo la collana de “Le Storie”. In quel caso non parliamo di personaggi singoli, ma di volumi standalone da cui, magari, può poi derivare in futuro un’altra testata (ultimo esempio, Mercurio Loi). Sono scommesse che fate per testare la risposta del pubblico?

Un po’ è anche questo, si. Non necessariamente, però, proponiamo storie singole per vedere se possono portare o meno a una testata regolare. È anche interessante presentare soltanto una storia one shot, siano essere racconti mensili o Romanzi a fumetti.

Come fu per “Un uomo un’avventura”? Un principio simile?

Si, ma nemmeno così tanto. Quella era una Graphic Novel ante litteram: formato diverso, colore, quaranta pagine. “Le Storie” sono esperimenti diversi, volti anche a testare un po’ un autore su una lunga distanza, vedere cosa riesce a combinare oppure testare i generi che riscuotono maggiore successo. Una serie che presenta episodi storici, gialli, fantascienza… è davvero un modo per annusare l’aria, per capire su cosa, bene o male, il lettore è orientato, cosa può piacergli di più o di meno. Questo non sempre porta a voler assecondare il lettore e dargli ciò che vuole, perché secondo me non è questo che dobbiamo fare. Sergio Bonelli non ha mai agito così, ha sempre cercato di portare il lettore a quello che pensa sia una proposta valida in quel momento. Prendiamo Mercurio Loi, che è in partenza: non so se il lettore là fuori vuole un detective nella Roma del 1825, ma a noi l’idea sembra forte, le storie decisamente valide e quindi, perché non testarlo e non proporlo? Secondo noi è una proposta che ha un suo respiro e una sua potenzialità.

Quindi si parte sempre da una vostra offerta, che va a confrontarsi con un gusto del lettore attraverso una one shot o una proposta di serie, per capire che strada prendere. Accorciando i tempi di produzione il più possibile, per intercettare sempre più rapidamente i nuovi bisogni e fornire sempre la risposta giusta.

Le idee e gli stimoli creativi partono sempre da un discorso a monte con gli autori, perché gli autori sono naturalmente il nostro asset principale. Cerchiamo di proporre sempre qualcosa che, secondo noi, ha le carte per essere apprezzata. E per questo motivo, quello che chiedo agli autori è di essere curiosi: drizzare le antenne su quello che succede nel mondo, editoriale e non: leggere di tutto, vedere di tutto, essere attenti e non chiudersi in nessun recinto. Orecchie bene aperte e occhi spalancati per cercare di capire e vedere cosa c’è di fuori. Tutta la proposta che può nascere, non arriva da una bolla chiusa, ma nasce all’interno di un mondo pieno di bombardamenti di ogni tipo e di sollecitazioni che noi cerchiamo di raccogliere, scegliendo quelle più interessanti da esplorare in quel momento. Vedrete prossimamente cose molto sorprendenti per la Bonelli, perché credo che dobbiamo raccontare il nostro mondo, il nostro presente, e non necessariamente parlando di cronaca di tutti i giorni, ma spostando un po’ con audacia il ventaglio di quello che proponiamo.

Parlando di proposte calibrate su tempi più brevi, mi viene in mente un caso opposto: Luca Enoch. Gea e Lilith, due prodotti che coprono archi di pubblicazione di molti anni con un singolo autore. Come si fa a legare un personaggio al proprio autore per così tanto tempo? Come fate ad avere un quadro d’insieme ben chiaro fin dall’inizio, mettendo sotto contratto per dieci anni un autore?

Lì è una cosa molto diversa. È una fiducia assoluta data a Luca, che ha portato delle storie, secondo me, meravigliose, se vuoi un po’ borderline rispetto alla tradizione bonelliana. È stato una proposta desiderata fortemente da Sergio Bonelli, che apprezzava molto Luca quando faceva Sprayliz, chiedendogli di presentarci un progetto personale. Come puoi notare, quelle due serie sono molto più lasciate in mano all’autore. Lui ci ha portato una serie di lettori suoi, che sono incredibili, per l’affetto e la costanza con cui lo seguono.

Parliamo ora di Roberto Recchioni, che si sta distinguendo come nuovo curatore di Dylan Dog, inserendo la sua impronta molto marcata all’interno della direzione della testata. Ha compiuto scelte che hanno portato nuovi autori e una ventata di freschezza nella proposta di storie. La Bonelli come ha reagito a tutto ciò?

Con l’orticaria, ovviamente! (ride, ndr.) Come ti dicevo, nasce tutto dal discorso di Tiziano Sclavi. Facendoci lui stesso il nome di Roberto, fortemente desiderato in quel ruolo, dandogli carta bianca. Gli ha messo in mano il personaggio, chiedendogli novità. Roberto ha inizialmente dato una specificità alle diverse collane del personaggio, quando prima erano più mescolate, con storie quasi interscambiabili tra le varie testate legate a Dylan Dog. Una testata in particolare, il Color Fest, è diventata molto sperimentale, utile a testare anche a visioni che possono in certi casi apparire più “ostiche” per il lettore più tradizionalista.

Con risultati che cambiano davvero di volume in volume: se non fosse per il protagonista comune sembrerebbe di vedere cose totalmente diverse tra loro.

Fa sempre parte del discorso riguardo il provocare il lettore, non lasciarlo mai tranquillo. Quasi infastidirlo, sotto certi aspetti. Non dico che si renderà conto poi che gli stai portando qualcosa di nuovo, perché magari starai anche sbagliando tu presentando proposte che potrebbero non essere davvero valide, però ogni proposta ha una ragion d’essere legata al presente che stiamo vivendo, con quello che succede a livello grafico nel panorama fumettistico. Ed è giusto che questo avvenga sulle pagine di un personaggio come Dylan, che può essere una vetrina anche di cose che non ti aspetti. Deve esserlo. Ci stiamo provando, e ti dico: non è detto che il lettore apprezzi sempre o che quella proposta sia sempre la scelta giusta. Però, appunto, sono scelte, che si devono fare per non restare immobili. L’immobilismo è proprio una condizione che da noi non vedrai mai. Si parla tanto di crisi del fumetto e di vendite in costante calo: ma questa è la realtà che sta vivendo l’intero comparto editoriale, e noi non vogliamo certo negare la realtà e mettere la testa sotto la sabbia, facendo finta che le difficoltà non esistano. E cercare di trovare delle colpe allo stato delle cose è sinceramente un esercizio sterile. Il nostro modo di agire però è chiaro, soprattutto nei momenti di “crisi”: reagire, producendo e proponendo novità, restando combattivi. Credimi, sarebbe molto più facile lasciar scorrere, adagiarsi sull’esistente e osservare inevitabilmente la lenta scomparsa del fumetto popolare ad alta tiratura. Rimanere ancorati soltanto ai personaggi più venduti e ridurre inevitabilmente e drasticamente il numero dei nostri collaboratori. Ma questo è esattamente il contrario di quello che come Casa editrice leader del mercato ci interessa. Noi di Bonelli siamo prima di tutto lettori ed appassionati di fumetti, leggevamo fumetti da ragazzini e abbiamo continuato a leggerli, senza perdere la voglia di esplorare e di sorprenderci. A maggior ragione adesso, bisogna avere la mente molto aperta, insieme ovviamente alle capacità produttive, alla forza di un editore illuminato e alla volontà di diversificare le nostre proposte. Ci siamo detti “noi vogliamo provare diverse strade”, che magari possono sembrare anche meno bonelliane, in apparenza. Ma la bonellianità di fondo, credimi, resta sempre. Significa portare al pubblico un prodotto di qualità, leggibile, riconoscibile, spostando l’asticella un po’ più in là. E la selezione deve sempre essere attenta, con un percorso molto ragionato e studiato. E ora possiamo farlo anche grazie alle competenze specifiche dell’Ufficio Sviluppo che abbiamo inaugurato, la nascita del merchandising di nostra produzione, l’apertura alla multimedialità.

Parlando della vostra transmedialità: operate su media differenti, e colpisce che riusciate a muovervi con molta agilità, che non risponde a quell’essere i pachidermi in una cristalleria che si può leggere su internet. Bonelli Kids si propone ad un pubblico di giovanissimi che, anche e non possono avere un accesso a Facebook indipendente, possono essere guidati dai genitori che leggono Bonelli. Idem, proponete Monolith al cinema: un prodotto di rottura per la vostra storia editoriale. In più avete proposto il motion comic di Orfani, a suo tempo. Percorrete delle strade che fino ad oggi un lettore non avrebbe immaginato proposte da voi con così tanta facilità. Quali sono i primi risultati di questa fase iniziale?

Le cose che sono uscite finora hanno avuto tempi di gestazione molto maggiori rispetto a una serie a fumetti, sono state lavorate sotto traccia per moltissimo tempo. Per produrre un fumetto ci possiamo sedere in tre in una stanza, formare uno staff e partire, uscendo dopo due anni in edicola. Per un film o una serie tv, devi mettere insieme tutta una serie di persone e società, tante teste, un lavoro enorme. La nostra mission è: se entriamo in questo mondo, ci entriamo come coproduttori, con la nostra presenza al tavolo dove si prendono le decisioni. Altrimenti, se non siamo soddisfatti di come vengono trattati i nostri personaggi, non si fa nulla. Dare in licenza qualcosa per farci il film ha portato ad alcune esperienze per noi deludenti nel corso degli anni e, probabilmente, potremmo avere esperienze altrettanto deludenti, a meno di non trovare il produttore illuminato. Coprodurre è molto più complesso e difficile, anche litigioso, ma decisamente entusiasmante. Ti porta poi a risultati molto migliori, con tutti i compromessi del caso. Difendere la nostra propriety deve essere il nostro imperativo categorico. Fino a ora si è visto il motion comics di Orfani, Monolith che sta uscendo adesso, The Editor Is In con Sky Arte e alcuni radiodrammi. Attualmente è in lavorazione la serie animata di Dragonero con Rai, e ci sono diverse altre iniziative sotto traccia. Fare un bilancio, al momento, non avrebbe senso, perché quello che è uscito alla superficie è pochissimo rispetto alle potenzialità di ciò che davvero esprimeremo nei prossimi anni. È un bilancio positivo, perché entriamo in un mondo dove esiste una fame di contenuti fortissima. Là fuori hanno capito che in Bonelli possono trovare una ricchezza di catalogo, di storie e di personaggi che nessun altro possiede, almeno in Italia: un vantaggio enorme per chi ricerca contenuti multimediali. Si sta muovendo molto, in questo periodo, soprattutto dal punto di vista televisivo c’è una proliferazione di proposte e sembrano aprirsi parecchi spazi. Il momento è dunque quello giusto: soltanto dieci anni fa non esisteva tutta questa offerta.

Parliamo della casa editrice in fiera. L’impatto, rispetto ad alcuni anni fa, è diverso. Prima magari appariva più distante rispetto al lettore, mentre ora siete molto più vicini. Per come impostate lo stand e come portate gli autori in fiera, la vicinanza che offrite ai lettori verso gli autori che hanno scritto le loro storie preferite. Ci sono code, come in ogni fiera, però intanto puoi incontrare autori che alcuni anni fa era più difficile vedere dal vivo.

È una cosa che un po’ è sempre avvenuta, ma prima per noi era più che altro una “vetrina”. Portavamo gli autori a firmare le stampe, realizzate per l’occasione. Ora è cambiato l’approccio, innanzitutto con il discorso dei libri e delle variant: porti qualcosa da acquistare e da vendere, su cui l’autore può farti l’autografo o il disegno, con una dimensione e un tempo diversi che l’autore può dedicare ai suoi lettori. Le variant (da a un paio d’anni) e altri prodotti particolari che nascono nelle fiere e poi magari appunto sono ritrovabili solo sul sito o in poche altre occasioni, dedicati ad un pubblico che si muove, che sceglie di venire alle fiere, un pubblico che è la tua base. Ti devo dire, negli ultimi anni c’è stato uno sviluppo esponenziale della nostra proposta, basti vedere come è cambiato il nostro padiglione al Lucca Comics & Games negli scorsi anni, e non ci siamo ancora fermati! Il macroevento è Lucca, ma anche le altre fiere nazionali ci vedono con una dimensione diversa. Si riesce a offrire un confronto diretto e il pubblico capisce che stai portando qualcosa di importante. Quello delle fiere, poi, è anche un momento in cui poter parlare le novità in arrivo per la Casa editrice, presentandole in modo adeguato. Avere notizie nuove da comunicare è peraltro sempre più difficile, adesso che con internet le informazioni viaggiano alla velocità della luce, ed è molto complicato, quasi impossibile, mantenere un segreto per poterlo condividere nei tempi giusti per non bruciarlo. Ci siamo un po’ troppo abituati a quella che sembra la necessità spasmodica di avere notizie tutti i giorni, ma purtroppo, nel nostro ambito, non possono esserci notizie quotidiane da comunicare! Fa parte del gioco, la comunicazione passa anche da qui. E tutto questo si lega anche al fatto che, per esempio, la libreria di varia si è aperta esponenzialmente al fumetto, con una presenza anche fisica di spazi dedicati al fumetto sempre più importanti. Ormai il fumetto è uno tra prodotti librari che da più soddisfazione commerciale ai punti vendita.

…sempre nel momento di crisi del fumetto.

Certo! Però questo ci dice qualcosa. Parli di crisi di un certo fumetto, che ha bisogno di alte tirature e di alte vendite. Invece c’è un core business di lettore hardcore che è sempre più invogliato invece ad avere l’edizione curata. Questa cosa si sta espandendo. Siamo i primi a essere felici di poter lavorare su questi libri, che ci sembrano magnifici. I nostri autori lavorano sulle storie mesi e mesi: pensa ai disegnatori che realizzano centinaia di tavole, che poi restano in edicola un mese per poi sparire. Il fatto di poter inserire in catalogo il loro prodotto e averlo disponibile, magari in un’edizione che dia anche pregio e lustro a lavoro di artisti e artigiani. È importante, deve rimanere a disposizione. Una ricchezza sempre disponibile.

Parlando della Dylan Dog Experience: è un’idea molto particolare che permette un’interazione diretta con quel tipo di personaggio, un passo successivo alla vita del lettore. Quelle storie le leggi e poi le vivi da protagonista nei panni di Dylan. Oltre questa proposta, avete in programma di realizzarla anche per altri personaggi?

Chi lo sa? Può essere!. Quella di Lucca è stata la prima esperienza, con molte visite. Napoli 2.0 ha aggiunto qualcosa in più, diventando sempre più interattiva e interessante. Fa parte del discorso sulle fiere in generale, un luogo dove il lettore di fumetti può riconoscersi in una “tribù”. Provare delle esperienze in prima persona in presa diretta, in cui diventi tu il personaggio, è una soggettiva del lettore molto interessante. Ricordo che quando leggevo i fumetti da ragazzino ero l’unico nel mio paesello, non avevo nessuno con cui confrontare la mia esperienza e il mio entusiasmo. Ho cominciato a collaborare con Fumo di China proprio perché sentivo la necessità di condividere le mie passioni. Ora ci sono molte più opportunità, anche “fisiche”, tangibili di far parte di un mondo. E il successo crescente, nonché il proliferare in tutta Italia, di queste manifestazioni, fa capire che il nostro è un ambito molto vivo e vitale.

Ultima domanda: qual è il vostro segreto per avere così tanti personaggi così ben curati, non bucare mai la qualità di un’uscita, tenendo sempre uno standard alto delle storie con controllo totale?

È fin troppo lusinghiero quello che dici. Nella produzione seriale di così tanti personaggi, con così tante storie, è impossibile tenere la qualità altissima, sempre. C’è una qualità media costante, a mio parere, sotto cui non scendere mai, con punte di eccellenza. È normale! Stai parlando di una produzione seriale. Come facciamo? Ormai abbiamo trovato il modo, credo, dopo settant’anni di esperienza e professionalità. Bonelli ci ha insegnato sempre questo: il rispetto del lettore deve essere la prima cosa, mai prenderlo in giro, mai dargli meno del massimo di quello che puoi dare. Forse non riuscirai a farlo sempre (dagli autori, alla produzione in generale), ma devi prefiggerti questo: cercare di essere sempre un po’ al di sopra delle tue stesse aspettative. Sempre spronati a dare qualcosa in più al lettore, rileggendoci continuamente quello che pubblichiamo, correggendo ciò che deve essere corretto. Bonelli sapeva di aver avuto una fortuna e un affetto straordinario, inimmaginabile, dai lettori che avevano costruito la fortuna della sua Casa editrice. Lui non voleva mai restituire niente di meno, ma sempre qualcosina in più. Se ci riusciamo, siamo felici. Possiamo sperare solo di riuscirci il più possibile, il più a lungo possibile.


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