#Quattrochiacchierecon / Paco Roca: la memoria e la poesia

Flavia Bazzano

Il mio primo incontro letterario con Paco Roca è avvenuto nel 2012 con quella che, forse, rimane tuttora la sua opera più acclamata, Arrugas tradotta in italiano come Rughe. Ricordo di aver divorato il fumetto nel viaggio in treno verso casa, di aver ricacciato indietro il nodo in gola che saliva mentre il pensiero si rivolgeva ai miei nonni. Ricordo di aver pensato che il talento straordinario dell’autore consisteva nel mostrare il reale con una semplicità disarmante e che avrei aspettato per affrontare la lettura di un’altra sua storia.

Questo gigante del fumetto iberico non ha bisogno di presentazioni. Attivo dal 2002 ha collezionato un successo dopo l’altro guadagnandosi, tra gli altri, il Premio Nacional de Cómic. Il lungometraggio ispirato a Rughe, uscito nel 2011, ha vinto il Premio Goya, il più importante riconoscimento cinematografico spagnolo. Eppure la gloria sembra non aver intaccato l’animo contemplativo e genuino del fumettista, come ho avuto la fortuna di constatare. Nemmeno un mese fa è uscita l’edizione italiana del suo ultimo graphic novel La casa, una storia semiautobiografica nella quale si raccontano le vicende di tre fratelli che, un anno dopo la morte del padre, decideranno di mettere in vendita la seconda casa di famiglia, trovandosi a fare i conti con i propri ricordi legati al luogo della loro infanzia. In occasione della presentazione svoltasi a San Lorenzo, il festoso quartiere studentesco di Roma, decisi immediatamente di unirmi alla turba di fan, giornalisti e curiosi, tutti in attesa di vedere lui, il fenomeno spagnolo. L’artista viene gettato in pasto agli ammiratori impazienti: non potendo rispondere di persona alle domande del presentatore e dei presenti deve servirsi di un’interprete, ma dal tono di voce si intuisce la gentilezza di una persona schiva che nonostante la propria natura decide lo stesso di mettere a nudo la propria anima, a volte la propria vita privata.

Ci sono volute tutte le nozioni di spagnolo a nostra disposizione e una buona dose di coraggio per inviare la fatidica email.  L’attesa non poteva non dare i suoi frutti: finalmente anche noi potremo sbirciare nel buco della serratura del giardino interiore che è all’origine dei capolavori di Paco Roca. Riportiamo di seguito il testo dell’intervista tradotto.

Ciao Paco, benvenuto su Geek Area!

È un piacere.

Cominciamo dal principio: quando ti sei reso conto di voler fare il fumettista?

Ho sempre amato disegnare e raccontare storie. Era un gioco per me. Era solo questione di tempo perché unissi le cose e decidessi di diventare un fumettista.

Quali erano i tuoi fumetti preferiti da bambino?

Leggevo fumetti franco-belgi: Tin-tin, Asterix, Spirou… Anche i supereroi. I miei preferiti erano Spiderman e i Fantastici 4.

Quanto metti di te stesso nelle tue opere?

Molto. Le mie esperienze di vita sono una grande fonte di ispirazione. Devo prestare attenzione a tutto quello che mi capita, a come interagiscono le persone. Prendo appunti in continuazione.

Tra Il FaroI figli dell’Alhambra e le opere successive ci sono differenze di temi e stile. Cosa è cambiato per te?

Credo che Il Faro sia stato un punto di svolta. Ho trovato il tono giusto per il tipo di storie che volevo fare in quel momento. Dopo sarebbero arrivate Rughe e altre storie a loro volta incentrate su questo ambiente quotidiano o realista. Le opere precedenti come Il gioco lugubre o I figli dell’Ahlambra mi sono servite per imparare e per esplorare il mercato francese.

Tra le tue tante collaborazioni spiccano quelle con Las Provincias e El País. Credi che le pagine di un quotidiano siano ancora uno spazio ideale per i fumetti?

In un certo senso i fumetti sono nati nel contesto della stampa ed è importante che vi ritornino. Non solo come strisce umoristiche o storie di avventura, ma anche come documenti giornalistici. La saggistica è ancora un terreno poco esplorato per il fumetto e la stampa è un mezzo ideale per questo scopo. Attraverso il fumetto si possono raccontare notizie, fare reportage in maniera chiara, interessante e attraente.

Parliamo di Rughe, che ha incantato critica e pubblico con il suo modo delicato, ma realistico, di parlare di un tema tanto delicato quanto attuale, l’Alzheimer. Credi che uno sguardo dall’interno sulla vita nelle case di riposo possa avvicinare la società agli anziani e ai malati?

Le storie sono un espediente perfetto per entrare in empatia con altri punti di vista. Eppure sembra che non vogliamo mai vedere la vita attraverso gli occhi di una personain là con gli anni, è per questo che ci sono storie che hanno come protagonisti solo gli anziani. In Rughe ho cercato di mettere a fuoco il punto di vista degli anziani affinché potessimo comprendere i loro limiti e la loro solitudine e riflettere su come dovrebbero essere le case di riposo.

Poco prima del Comicon hai assistito alla proiezione di Arrugas, il film tratto dal tuo Graphic novel. Cosa cambierà per chi ha amato il fumetto?

La pellicola è molto fedele al fumetto, però aggiunge sfumature che non si trovano nell’opera originale. Credo che un buon adattamento dovrebbe essere proprio così, complementare rispetto al libro sul quale si basa.

Arriviamo finalmente a La casa. Ancora una volta hai parlato di memoria e di rapporti con i genitori. Puoi spiegarci cosa significano questi temi per te?

Mi interessa la memoria, ma non da un punto di vista nostalgico. Non condivido l’idea che i tempi passati siano migliori. Il mio interesse per la memoria deriva dal fatto che mi sembra la maniera migliore per capire il presente tanto come società quanto individualmente. Solo conoscendo il nostro passato possiamo sapere chi siamo.

Parlaci della genesi di quest’opera: da cosa scaturisce e come hai gestito la necessità di parlare di una vicenda così personale?

È nata dalla necessità di riflettere su un periodo della mia vita che era particolarmente importante per me. Ero appena diventato padre e mio padre era appena deceduto. Questo mi ha fatto pensare a se fossi stato un buon figlio e se sarei stato un buon padre. Ho pensato che il modo migliore di mettere in ordine questi sentimenti e questi ricordi fosse disegnando.

Durante la presentazione dello scorso aprile, a Roma, hai parlato della necessità di “documentarsi sentimentalmente”. In che modo è avvenuta la tua ricerca?

Come in qualunque altra delle mie opere, la documentazione è importante. In questo caso era una documentazione emotiva, si trattava di ritrovare ricordi e sensazioni così decisi di passare un po’ di tempo in quella casa di famiglia, che è la protagonista di questa storia, e lasciare che mi parlasse del passato.

Cosa significa questo luogo per te?

La casa rappresenta i ricordi di una vita. È anche un modo per comprendere mio padre. Dopo la creazione di una famiglia e andare a vivere da solo, la casa era il suo progetto personale.

Ne La casa, oltre a quella famigliare, esiste anche una componente sociale?

Sì. In Spagna ci fu una crescita economica negli anni Settanta e Ottanta. La classe media prosperò sulla base di molto lavoro e di molta austerità. Come risultato in molti casi, tanti riuscirono a permettersi di possedere una seconda casa. Queste generazioni non hanno mai goduto di forme di svago, per loro l’unico hobby era il lavoro, e quelle case divennero il luogo ideale per continuare a lavorare nei fine settimana e nei giorni festivi, per la sofferenza dei figli.

Sei reduce dal Napoli Comicon, cosa ti rimane di questa esperienza? Come è stata l’accoglienza del pubblico?

Mi piace sempre venire in Italia e in più adoro Napoli come città. Ogni volta che sto lì sento che le mie storie creano un legame con i lettori italiani e questo mi rallegra sempre.

Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Adesso sto lavorando all’adattamento cinematografico di Memorie di un uomo in pigiama. Il mio ruolo questa volta, oltre ad affiancare la squadra degli sceneggiatori, è quello di regista.

La pellicola ispirata al graphic novel sarà intitolata “Un uomo in pigiama”. L’uscita è prevista per il 2017. Nel frattempo La casa ha già ottenuto il premio Zona Cómic come miglior fumetto del 2015.


Comments are closed.