#quattrochiacchierecon / Sergio Algozzino ci regala emozioni in punta di penna

Mirko Tommasino

Ho incontrato Sergio Algozzino per puro caso durante la mia adolescenza, leggendo un suo libro: Ballata per Fabrizio De André. Conoscendo il mio amore per il cantautore, una persona a me cara mi regalò questo fumetto. A suo tempo non ero molto interessato al mondo delle nuvole parlanti, anzi, quel libro fu il mio primo approccio alle Graphic Novel. Da quando lo lessi, per me Sergio Algozzino è entrato in quell’olimpo di autori inarrivabili, che hanno scritto qualcosa in grado di segnare profondamente la mia crescita.

Ho conosciuto Sergio al Romics 2016, presso lo stand Tunué. Gentilmente, i ragazzi della casa editrice mi hanno concesso la possibilità di rivolgergli qualche domanda in modo molto informale, rubandogli qualche minuto senza allontanarci dallo stand.

Lo ammetto, ero emozionato, molto. Riascoltando l’intervista ho provato un po’ di imbarazzo nell’ascoltare quanto il me di dieci anni fa sia uscito fuori durante quella bella chiacchierata. Di solito presentiamo questa rubrica come una serie di botta e risposta con l’autore, ma in questo caso, trattandosi di qualcosa di più da parte mia, ho preferito impostare diversamente questo articolo, citando testualmente solo alcune parti, lasciando il resto al racconto di come ho vissuto questa esperienza.

Per rompere il ghiaccio Sergio mi racconta della sua formazione. Cammino canonico attraverso il liceo artistico, l’accademia di belle arti (indirizzo scenografia). Durante gli studi ha sempre disegnato fumetti. A Palermo non c’erano scuole di fumetto (ne lì ne in tutta la sicilia) sapeva che era quello che voleva fare, già da prima degli studi, realizzando le sue prime autoproduzionidurante il periodo in accademia.

Gli chiedo cosa lo ha spinto a realizzare Ballata per Fabrizio de André, questo atto d’amore nei confronti dell’autore. Un fumetto che parla di amore e morte, basandosi sul legame tra i personaggi rappresentati.

Il lavoro è nato da una discussione editoriale (beccogiallo). Si discuteva su cosa a loro potevano interessare e cosa piacesse a me. Ci siamo trovati su questa linea comune: realizzare un libro su De André. È un atto d’amore altrimenti non l’avrei mai fatto. Non è nato come libro sul cantautore, per essere solo prodotto editoriale. È nato con un obiettivo ben preciso. Qualora non avessi mai trovato l’idea, non lo avrei mai realizzato. Ragionandoci è nato lo spunto: i personaggi delle canzoni si incontrano e iniziano a porsi delle domande, rispecchiando vari aspetti della personalità di De André.

Ogni personaggio ha una sua personalità molto forte, anche se ognuno di loro ci è stato raccontato dall’autore tramite una sola canzone. Sergio li caratterizza ugualmente molto, adattando il registro linguistico ad ogni personaggio. Gli chiedo: com’è stato immedesimarsi in queste voci e diventare la prosecuzione naturale di questa storia?

Innanzitutto ti ringrazio molto per questa osservaizone, perché questa è una di quelle poche cose che sono convinto di saper fare. Non si tratta solo di scrivere buoni dialoghi, ha a che fare con un lavoro che faccio ogni volta che per ogni storia che scrivo, come nel caso di Dieci giorni da Beatle, in cui un batterista inglese sostituisce Ringo Starr. È un lavoro di totale immedesimazione con il personaggio che sto raccontando. In Ballata per De André avevo dei riferimenti emotivi molto forti, anche se si limitavano “semplicemente” al un testo di una canzone. Anche se non li si sentiva parlare con dei dialoghi, le parole e la musica mi hanno trasmesso una forza emotiva pazzesca. Quindi, le voci che ho scritto nel libro sono le voci che mi raccontavano quelle canzoni. Dovevo semplicemente, come un medium, aprire questo varco verso qualcosa che non venisse da me, ma attraverso altri. Volevo essere il “più non me” possibile, fermo restando che il lavoro passa comunque attraverso di me. Se tu sei bravo ad assecondare queste cose, viene tutto in maniera naturale. Penso di essere bravo non a scrivere i dialoghi, ma ad assecondare un tipo di emozione. A quel punto viene tutto in discesa. Avevo provato a pianificare il Gorilla e altri personaggi, poi tutto è cambiato. Alcuni personaggi che volevo inserire non ci sono più, altri personaggi che credevo determinanti alla fine hanno parlato pochissimo. Proprio per non forzare quello che per me era la naturalità delle cose e degli eventi. Al primo che parlava in maniera naturale doveva rispondere un altro, a cui avrebbe risposto un altro ancora. E questa era una cosa che non potevo più controllare.

Quando Jones si presenta, Sergio non scrive “piacere Jones”. Mostra la sua esitazione scrivendo “J-Jones”, mostrando la fragilità dell’artista che si trova a raccontare. Mi viene in mente la parte della canzone “E poi se la gente sa, e la gente lo sa che sai suonare, suonare ti tocca per tutta la vita”. In quel nome ripetuto, ho sentito tutto il peso della responsabilità del raccontare qualcosa.

Conta che non sono ragionamenti a tavolino, sono emotivi. Le sue canzoni maggiormente autobiografiche sono Amico fragile e Il Suonatore Jones (anche se il personaggio nasce da L’Antologia di Spoon River, resta molto personale). Per me il collegamento tra le due è molto forte. Oggi non ricordo perché ho fatto questa scelta, proprio perché fu spontanea.

Per questo mi ha colpito così tanto. Quando parlano di Marinella, Jones racconta la sua storia. Poi c’è silenzio, e le sue scuse finali da parte del musicista. Non riesco ad esprimere a parole ciò che mi ha lasciato leggere quella parte per la prima volta. Ho riconosciuto me, a casa di mio padre, ad ascoltare i dischi di De André mentre lui preparava il pranzo. Ho riconosciuto nel modo in cui tu Sergio ha rappresentato i personaggi, il mio modo di immaginarli, per questo mi ha colpito tanto. La fragilità di dire, quando parlano di Miche’: “Chi sarà lui?” “Qualcuno che è morto per amore”. L’autore ha preso quelle poche parole chiave che rendono l’idea di un personaggio e le ha rese poesia. Le canzoni raccontano quegli individui, Sergio li ha raffigurati. In un modo diverso rispetto alla canzone, non equiparabile. Per questo motivo lo ringrazio di cuore, perché mi fa anche strano parlarne. Lui, un po’ commosso, mi ringrazia a sua volta. Aggiungendo che per quanto possa essere difficile fare ciò che fa, se continua a farlo è anche grazie a osservazioni simili a quelli che, davvero emozionato, gli sto riferendo.

Continuo a fargli domande. Il disegno. C’è una cosa che mi ha colpito: il tratto tremolante. Mi è piaciuto leggere in quel tratto l’incertezza di ciò di cui mi parli. Quando durante gli studi in architettura ho approfondito il disegno dal vero, la mia docente ha spiegato che quando si fa una linea, non bisogna scriverci sopra mille volte. È necessario lasciarla leggibile, con un tratto definito. Quando ho studiato questo concetto, ho pensato al suo tratto. Leggere ogni singola linea, anche se incerta, mi ha fatto capire che hai seguito la spontaneità.

Non sono bravissimo nel disegno, se uno volesse valutarmi come esteta. Ogni cosa che faccio, la faccio per un motivo. Non c’è niente che io non faccia nei miei libri, nelle mie storie, senza credere in quello che faccio. Ogni cosa ha mille motivi per essere fatta. Se ogni tanto capita che questi motivi vengano capiti, è un piacere.

Di suo ho letto solo quel volume, le sue parole mi confermano che questa sia la sua cifra stilistica da più di dieci anni. Il suo racconto parla d’amore (per qualcosa o per qualcuno) che resta tale anche se i personaggi sono presi in prestito da un altro autore. Da appassionato di Faber vorrei sapere cosa lo ha portato a dire: voglio affrontare questo libro così.

Quello lo percepisci. Non volevo fare un percorso regolare o una biografia. Non avendo conosciuto personalmente De André non ho una testimonianza diretta da trasmettere. L’unica cosa che mi ha dato (a me come ad altri) sono le sue canzoni. Quindi il legame è con loro.

Felice di aver finalmente potuto restituirgli ciò che il suo lavoro mi ha trasmesso, gli chiedo di parlarmi del suo lavoro con la Tunué.

Ho fatto altri libri. Gli ultimi sono:

Dieci giorni da Beatle, pubblicato tre anni fa, racconta la storia di un batterista inglese che sostituisce per dieci giorni Ringo nei Beatles. Parla di cosa ha comportato per lui prima durante e dopo. È facile dire “è stata una ficata”, ma cosa ha comportato quella ficata?

Memorie a 8 bit, è una rivisitazione uscita due anni fa del libro Pioggia d’estate, antecedente a Ballata per Fabrizio De André. Più autobiografico, vado a zonzo tra i miei ricordi, attraverso i legami emotivi con oggetti luoghi e situazioni.

Il libro a cui tengo di più, perché quello che fai dopo sembra sempre il migliore, non perché non ti piacciano quelli prima, ma perché ogni libro è schiavo del suo tempo. In Ballata per fabrizio De André ho fatto quello che potevo, anche se oggi lo disegnerei meglio.

Storie di un’attesa esce al Napoli Comicon in anteprima, è libro in cui ho investito più di qualsiasi altro. Si tratta del primo in cui voglio mostrare a tutti gli effetti quelle cose che tu hai notato in Ballata per De André. Voglio risolvere l’equivoco secondo cui gli altri miei libri siano rivolti solo a chi ama l’argomento trattato. Non è mai così nei miei libri. Questo racconto, per la prima volta e senza paura, è una storia “mia” a tutti gli effetti. Mia, senza riferimenti autoreferenziali, perché non voglio parlare a un pubblico specifico. Vorrei fosse Sergio Algozzino allo stato puro, anche per chi lo sfoglia a primo acchito. Ci sono almeno sette letture, sette cose in cui credo, che comunico in questo libro. Si tratta di un libro sovrappopolato di tutto quello in cui credo e che voglio comunicare. Penso sia il massimo che posso fare adesso. So che quando mi leggono le mie cose piacciono, ma vorrei non fosse visto come un prodotto destinato a un pubblico specifico. “Non comprerei Dieci giorni da Beatle perché i Beatles non mi piacciono”. Trovo molta più soddisfazione quando un lettore mi dice “ho letto il tuo libro e poi ho iniziato a leggere De André dopo”. Quella è una grande vittoria.

Qui finisce la nostra piacevole chiacchierata. Dopo averlo ringraziato per la disponibilità e la cortesia, ci diamo appuntamento al Napoli Comicon, per il lancio di Storie di un’attesa.

Mi ha fatto molto piacere parlargli. Sono felice dal profondo del cuore, dove un ragazzino di vent’anni che ha letto il suo fumetto ha realizzato il desiderio di poter ringraziare di persona chi gli ha trasmesso simili emozioni.


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