#quattrochiacchierecon / Simona Binni e le sue favole

Mirko Tommasino

Questo Romics è stato per me profondamente diverso rispetto agli altri a cui ho partecipato. Ho avuto la fortuna di conoscere tante persone interessanti e di sperimentare per la prima volta cosa significhi lavorare nel settore, nel mio caso in veste di redattore di Geek Area a stretto contatto con case editrici ed autori.

Allo stand Tunué ho incontrato bellissime persone, estremamente disponibili e cordiali nei miei confronti. Tra queste ho conosciuto Simona Binni, autrice di Amina e il Vulcano e Dammi la mano. Siamo rimasti a parlare molto tempo del suo lavoro, di sogni e di come alla base di ogni forma di narrazione ci sia la necessità di condividere emozioni.

Dopo avermi parlato della sua formazione come psicologa dello sviluppo evolutivo, mi ha raccontato di come sia cresciuta a diretto contatto con i fumetti e i cartoni animati della sua infanzia, trasformando questa passione in studio solo in età adulta frequentando la Scuola Romana dei Fumetti. Sottolinea che, a differenza dei suoi colleghi, sente di avere ancora tanto da imparare in questo mondo. Continua a guardare con meraviglia i lavori di altri fumettisti, conservando un’umiltà veramente notevole. Dopo aver compiuto una gavetta in giro per fiere, svolgendo molteplici lavori nel settore delle arti visive, approda meritatamente alla Tunué con due libri inseriti nella collana TipiTondi.

Simona mi parla dei suoi fumetti, iniziando dalla sua prima proposta autoriale: Amina e il Vulcano. Mi racconta di come Amina si ritrovi a conoscersi e a scoprire la storia della sua famiglia attraverso la lettura del diario di sua madre, durante la permanenza dai nonni sull’isola di Stromboli. È una storia fantastica, e l’autrice si domanda quanto, effettivamente, gli adulti riescano a percepire la dimensione fantastica dell’immaginario infantile. Questo concetto è molto chiaro ai bambini cresciti negli anni 70/80, che per la prima volta si confrontavano con cartoni animati “diversi”, in grado di stuzzicavare la loro sete di fantastico creando una forte diffidenza da parte dei genitori (più propensi a scambiare la fantasia per malattia). Nelle sue parole riconosco un percorso introspettivo estremamente profondo, nonostante il fumetto sia destinato a un pubblico di bambini. Nella descrizione stessa del suo lavoro trasmette tutta la cura che dedica ai suoi racconti, mostrando (oltre le sue doti narrative) anche la particolare attenzione verso i bambini di quella fascia d’età, figlia (tra le altre cose) di studi e lavoro precedenti al mondo del fumetto.

Questo concetto è il fulcro di tutta la nostra conversazione: raccontare una storia per conoscersi meglio e aiutare chi legge a compiere lo stesso sforzo verso di sé, con la costante volontà di andare oltre la narrazione. Simona si appoggia ad archetipi narrativi ben consolidati nella nostra memoria, arricchendo il racconto con tante sfumature emotive che restituiscono, pagina dopo pagina, una consapevolezza diversa nei confronti dei temi trattati.

Prosegue la conversazione e iniziamo a sfogliare Dammi la mano. Si tratta di un fumetto destinato ad un pubblico di adolescenti, con temi diversi rispetto ad Amina e il Vulcano. Racconta la storia di Jonathan e Maya, due compagni di classe che, dopo un litigio, si trovano costretti alla stessa punizione dal loro professore: restaurare un vecchio biplano. Vengono da due famiglie in condizioni disagiate e non sono mai andati d’accordo tra loro, vedendosi costretti a lavorare spalla a spalla tutti i giorni, scopriranno quanta crescita può portare la condivisione delle fragilità personali l’uno con l’altra. I due ragazzini si avvicinano e si allontanano di continuo. Girano attorno ad un centro comune, ballando nella tempesta emotiva l’elegante valzer della crescita. Dammi la mano parla di solitudine e di confronto con gli altri, imparando a convinvere con il denominatore comune di queste due condizioni: la paura.

Mentre sfoglio le pagine, Simona mi suggestiona parlando di crescita personale, di costruire una corazza nei confronti del mondo, di creare un rapporto con i coetanei e di cercare punti di somiglianza in mezzo a tanta diversità percepita nei loro confronti. Quando vivono i momenti di profonda solitudine e incomprensione, i due ragazzini si chiudono in loro stessi ascoltando musica (estremamente adatta al contesto raccontato). Sono creature vere, reagiscono male alle provocazioni e crollano sotto la loro stessa fragilità. Il tempo scorre, il rapporto cambia, Jonathan e Maya crescono repentinamente nel breve arco narrativo (come d’altronde si cresce a quell’età), vivendo una storia che racconta il desiderio universale che si prova in quegli anni: essere ragazzini felici.

La nostra conversazione è andata avanti altro tempo, parlando di tanto altro che mi ha confermato la prima impressione avuta riguardo l’autrice: una bella persona che ama il suo lavoro. Ho scelto di acquistare Dammi la mano, l’ho letto durante un viaggio in treno e mi ha lasciato emozioni davvero forti. Sono fermamente convinto che fumetti così vadano letti e riletti nel corso della vita, scoprendo ogni volta aspetti diversi, come succede per le storie più belle. Nelle sue favole per ragazzi, l’autrice sente il dovere di dare un messaggio di speranza ai lettori più piccoli. Personalmente, alla mia età, ho letto un altro tipo di messaggio ugualmente importante, che mi spinge tutt’ora a inseguire i miei sogni e successi personali.

Oggi Simona Binni è al lavoro su un’altra storia, questa volta rivolta a un pubblico principale di adulti. Dopo le precedenti esperienze di autrice della storia e dei disegni con colori realizzati da altri, in questo volume si cimenterà come autrice completa realizzando anche i colori.

Prima di salutarci, mi saluta con questa frase, che a mia volta riferisco a voi:

Ognuno di noi ha un talento, se non é manifesto gli altri ti faranno credere che tu possa non averlo. Devi solo trovarlo, e la ricerca resta la parte più difficile.

Grazie di cuore, Simona. Buon lavoro e buona vita!


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