#quattrochiacchierecon / Walter Venturi: dall’autoproduzione alla Bonelli

Mirko Tommasino

In occasione dell’uscita della sua storia a colori sullo speciale di Tex che sarà presentato a Lucca, vi proponiamo l’intervista reailzzata all’ARFestival con Walter Venturi, che ci ha raccontato la sua esperienza facendo un parallelo tra i primi anni in autoproduzione e il lavoro odierno in Bonelli.

Buongiorno Walter, grazie per averci concesso questa intervista, iniziamo subito con le domande. Quando lavori sei una macchina da guerra che produce tantissimo, come ti approcci al tuo lavoro?

Con la voglia di fare che c’è da quando sono bambino. Finalmente ho trovato il modo per esprimermi e la possibilità di pubblicare. Per me è stata una manna dal cielo, davvero non aspettavo altro. Ho aspettato da sempre che arrivassero gli incarichi che, nel tempo, sono passati da storie brevi (la palestra che si fa, a suo tempo nel mio caso all’Eura) fino al lavoro in Bonelli. Anche se a dirla tutta, la prima palestra è stata iniziare da solo, autoproducendomi. Capitan Italia è stato il mio biglietto da visita (anche se era davvero inguardabile e trash, però mi ha permesso di farmi un minimo di presentazione). Da lì ho avuto la possibilità di entrare in Eura (con Lorenzo Bartoli, Roberto Recchioni e tanti altri) dove ci siamo fatti le ossa. Infine è arrivata la chiamata alle armi da parte della Bonelli, quella che aspetti e desideri da quando sei bambino. È stata improvvisa, perché negli anni portavo da loro in redazione una tavola ogni tanto, ma evidentemente non ero ancora pronto, logicamente. Dopo questo rodaggio in Eura qualcuno ha notato e apprezzato il segno, evidentemente, e io ho risposto subito alla loro convocazione. Avrebbe dovuto essere una sola storia (il numero 16 di Brad Barron), a me sarebbe andato ugualmente bene, e invece oggi sono dieci anni che lavoro con loro.

È raro infatti vedere un artista che celebri il suo “compleanno da autore”.

Ho davvero i brividi. La mattina alle cinque mi alzo e mi metto al tavolo, sono uno sgobbone e lo faccio sempre con il sorriso.

Continui a tenere sempre e comunque una qualità molto alta nei tuoi lavori.

Certo, perché nemmeno mi interesserebbe lavorare tanto ma male. Evidentemente ho acquisito la prerogativa della velocità, e ormai fa parte di me. Avessi più tempo per star sulle tavole forse verrebbero anche meglio, ma uno ovviamente cerca sempre di mettersi in gioco sperimentando con i mezzi e i tempi a disposizione. In dieci ho affrontato tutti i personaggi che volevo affrontare (inclusa la sceneggiatura di Tex, che mi è appena arrivata), approcciando tutto a testa bassa e lavorando. Ci sarà sempre chi apprezzerà e chi no, ma è normale e fa parte del gioco. Uno cerca di produrre sempre al massimo, perché quando hai davanti un personaggio “colosso” del fumetto, cosa puoi fare? Puoi solo tirare fuori tutte le immagini che hai immagazinato nel tempo e riproporle con la tua mano e la tua esperienza. Il mio riferimento è Claudio Villa (che, curiosità, ho chiamato subito dopo aver ricevuto la sceneggiatura, per la felicità di essere suo “collega” – ride, ndr.). Ora sto finendo un triplo episodio di Zagor (2017) e nel frattempo sto iniziando la lettura della sceneggiatura di questo Tex. A novembre (a Lucca) ci sarà il mio Tex a colori,

È emozionante sentirti parlare con così tanta gioia del tuo lavoro. Ti conoscevo solo come “nome sugli albi” e la cosa che mi ha stupito tanto parlandoti è l’impressione di un artista che ci tiene davvero a restare umile.

Io, come voi, continuo a fare le file per i disegni, eh! Questa è la vita mia! (Ride, ndr.)

Quanto della tua  autoprodotta e dell’esperienza Eura porti oggi dentro di te? 

L’entusiarmo, quello c’è sempre. In Eura eravamo tutti amici, oggi capita di lavorare con sceneggiatori che non conosci, con cui magari non avrai mai altri rapporti. La situazione non è più fredda, ma logicamente è diverso quando puoi giocartela tra amici (sia a livello umano sia come produzione, con logiche diverse in un mercato diverso). Con Lorenzo (Bartoli), ad esempio, avevo un feeling particolare: se era pieno di lavoro e dovevo produrre tanto, a volte disegnavo e sceneggiavo. Lui guardava le tavole finite e “metteva i testi” al lavoro, tirando fuori tutta la sua poesia). Faceva la sua magia, con cui riusciva sempre a far quadrare i conti, dando ai lettori storie molto belle. Quella palestra è fatta soprattutto su questi scambi, anche un po’ fuori dal normale. John Doe stesso è nato in circostanze molto particolari. Quando hai lavoglia di lavorare e disegnare con dedizione, c’è tutto. Poi, per carità, a una certa ora della sera crollo (svegliandomi alle cinque è normale), però vado sempre a dormire con il sorriso e con in testa la vignetta che affronterò da lì a qualche ora.

Secondo te oggi, una realtà come l’Eura, è ancora concepibile?

Ci saranno sempre nuovi collettivi che proporranno roba nuova ed interessante. Molti sono davvero bravi, oltretutto. John Doe ha avuto molta fortuna a nascere in quel momento e in quelle condizioni, con quegli autori. Perché non dovremmo avere qualcosa di nuovo, di valore? Oggi è un momento molto felice per il fumetto italiano, se ne sta parlando tanto e bene, speriamo che sia finita la crisi nel nostro settore.

Ci sono fumettisti giovani che ti hanno colpito?

Si, tanti sia in Bonelli che altrove (non faccio nomi perché finirei per dimenticare qualcuno sicuramente), ed è davvero un bene!

Cosa diresti, col senno di poi, al Walter alle prime esperienze in questo campo?

Mi direi di svegliarmi un po’ prima, perché fino a un certo punto sono stato un’anima in pena. Poi ho iniziato a dedicarmi al fumetto come si deve, quando ho capito che quella sarebbe stata la mia strada per esprimermi. Devi solo prendere e cambiare abitudini da solo, avere dedizione e applicazione, leggere molto e impegno costante. Però, c’è da dire che l’esperienza in strada a contatto con la realtà ti serve, quindi devi anche uscire e conoscere gente (ride, ndr.)

La tecnica, cos’è per te? 

Ho fatto l’artistico e mi è stato utile solo come infarinatura minima. Chi ha velleità artistiche fa bene a segure quel percorso, proseguendo con l’accademia delle belle arti (a cui, tral’altro, non fui preso, perché secondo loro ero stato troppo veloce nel consegnare il lavoro in pochissimo tempo). Personalmente mi ha fatto anche bene prendermi una pausa perché poi, tornato dal militare, ho ricominciato a lavorare e pubblicare, mentre alcuni miei compagni erano ancora a scuola. La tecnica ti viene col tempo, rubi con gli occhi in questo lavoro.

Ringraziamo Walter per l’immensa gentilezza e disponibilità nel voler condividere le sue esperienze con noi. Vi diamo appuntamento al Lucca Comics, dove l’autore sarà presente in diversi incontri


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