#quattrochiacchierecon / What a BAOtiful interview!

Francesco Sinisi

Ci sono persone che incontri che ti danno subito l’impressione di essere non solo persone umili e affabili, ma anche dei professionisti competenti e brillanti, per niente tronfi e pieni di sè (come invece ce ne sono tanti altri). È quello che mi è successo quando a fine giugno ho incontrato Leonardo Favia, classe 1982, in occasione dell’ultimo Bari Geek Festival.

Proprio in virtù di quel mio sentire, ho voluto chiedere a Leonardo un’intervista per il nostro sito: senza smentire le mie impressioni, ce l’ha prontamente concessa! Abbiamo chiesto a lui stesso di presentarsi…

Ciao, Leonardo. E grazie per la disponibilità!

Come ti definiresti? Cosa scriveresti per presentare Leonardo Favia ai nostri lettori?

Sono l’Executive editor della BAO Publishing, nonché sceneggiatore de “Il settimo splendore” (consigliatissimo! ndr) per i disegni di Ennio Bufi e i colori di Walter Baiamonte, e traduttore di parecchi fumetti. Sono una persona abbastanza fortunata da fare il lavoro che ama, che vive con l’ansia di non sprecare questa fortuna.

Sei editor. Ora anche autore di fumetti. Come si vive dall’altra parte della barricata? Cosa ha cambiato in te e nel tuo rapporto con l’arte sequenziale il non essere più solo libero fruitore? Non più ascoltatore ma compositore (se mi passi il paragone musicale)?

Proprio di recente mi trovo a seguire lo sviluppo di due nuove storie (di altri autori) quasi da zero, cercando di fornire la mia opinione di lettore, e la mia esperienza di editor. In contemporanea, questo mi fa riflettere su come lavoro alle mie storie, e questo sovrapposizione secondo me è una ricchezza, mi permette di avere uno sguardo sempre fresco, un punto di vista che non si adagia sul già visto, sul già letto. Bisogna cercare di spingersi con la propria narrazione sempre un passo in avanti, i lettori ormai hanno talmente tanti strumenti critici che si ha il dovere morale di provare qualcosa di nuovo, di cercare (almeno) di dire qualcosa che non è stato ancora detto.

Quali sono le caratteristiche che un’opera deve avere per essere apprezzata e passare l’esame di Leonardo editor?

Fosse così semplice.

Diciamo che nella scrittura sono profondamente nemico della pigrizia (che apprezzo molto nel tempo libero). Ispirarsi all’ultimo film visto, creare un personaggio che ne richiama altri cento, sono tutti difetti di scrittura ascrivibili a due motivi possibili: ignoranza e pigrizia. Visto che per scrivere non c’è bisogno di titoli di studio, si ha il dovere morale di contrastare il wannabeesmo con la curiosità e l’impegno, e qui non si parla solo di leggere fumetti e di spaziare con gli interessi, ma anche di conoscere il mercato del fumetto, la casa editrice alla quale ti stai rivolgendo, è una forma di rispetto.

Per quanto riguarda il disegno, si applica lo stesso ragionamento.

Qualche tempo fa, in un’intervista su Comicus, hai detto di avere in mente “una storia che mixa viaggi nel tempo, musica rock e storie adolescenziali” e che ti mancavano ancora un disegnatore paziente e una casa editrice: a che punto sei? Ci stai provando ancora o hai cambiato programmi per il futuro?

Il progetto è più vivo che mai: la disegnatrice l’ho finalmente trovata, ha un tratto perfetto per il progetto, pop e spensierato al punto giusto, e lei è un perfetto contraltare nelle riflessioni di sceneggiatura. Ho delle sensazioni positive, anche se siamo ancora in una fase preliminare di lavorazione.

Sappiamo che sei nato a Bari e che lavori a Milano, dopo aver studiato a Bologna. Non abiti più nel capoluogo pugliese da tempo, ormai. Ti manca?

Me ne sono andato nel 2006, ma ci torno spesso, certo è una sofferenza arrivare al 7 agosto per fare il primo bagno della stagione…

Abbiamo avuto la fortuna di incontrarti con Zerocalcare all’ultima edizione del BGeek a fine giugno. Come hai rivisto Bari? Pensi che siano maturati i tempi per un cambiamento nel mondo dei fumetti in questa nostra città?

Con il BGeek ho visto un’attenzione verso il fumetto che non avevo mai riscontrato in questi anni. L’organizzazione è stata meravigliosa, professionale e calorosa al tempo stesso. Spero che questo sia il primo passo su una lunga strada che avvicini maggiormente la città al medium.

Sei in Bao praticamente dalla nascita di questa ormai affermatissima realtà editoriale. Quali sono a tuo parere i margini di miglioramento di una casa editrice così in auge? Quali sviluppi futuri intravedi nel vostro lavoro?

Non ci sono limiti. C’è un mercato che è in espansione, una nicchia che ormai non può più essere definita tale, e i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Il nostro compito è di fornire un prodotto che soddisfi gli amanti del fumetto e che avvicini anche il nuovo pubblico, e il rapporto di fiducia che la BAO è riuscita a creare con i propri lettori è il solco da seguire.

Dicci quali sono i tuoi must tra i fumetti che hai letto. Suggeriscici delle letture imperdibili e dicci perché.

Sono cresciuto leggendo Dylan Dog, ovviamente. Gli episodi di Sclavi erano da manuale, e me ne rendevo conto anche quando non avevo idea di voler fare lo sceneggiatore. C’è stato un periodo, al liceo, in cui prendevo qualcosa come 5-6 testate Bonelli. Sono arrivato al fumetto estero con colpevole ritardo, ai primi anni di università, ma ho avuto la fortuna di avere amici che hanno selezionato “solo il meglio” per me, avendo così una partenza lanciatissima. Il fumetto che mi ha fatto capire che volevo fare lo sceneggiatore è stato Sandman di Neil Gaiman, una complessità di trame da fare impallidire, una sperimentazione continua, un must. Ho avuto una sensazione simile (del tipo “Ehi, questo l’avrei voluto scrivere io!”) anche con Scott Pilgrim, giusto per spaziare un po’ con i generi.

Grazie ancora a Leonardo Favia per la sua gentilezza e disponibilità. Alla prossima!

Stay tuned…


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