#recensioni / Maus

Francesco Sinisi

Sull’olocausto è davvero difficile scrivere storie.

Pochi grandi artisti si sono presi il lusso di poterci ricamare trame nuove, interessanti (addirittura divertenti, se pensate al maestro Benigni). Troppi i rischi: dissacrare, sminuire, essere scontati e ripetitivi… Evidentemente Art Spiegelman li ha evitati tutti: il suo Maus è un’opera esemplare, di rigore storico e di narrativa. Sul canovaccio semplice di una chiacchierata col padre, l’autore innesta la cronistoria del lungo viaggio che portò Vladek Spiegelman dalla felice ricchezza della sua gioventù polacca all’orrore dei campi di concentramento attraverso le gioie e i tormenti dell’amore.

La grandezza di questo graphic novel sta, oltre che nell’idea stessa e nella impeccabile realizzazione, nel suo essere stato un precursore della dignità dell’arte sequenziale, romanzo a fumetti quando ancora il fumetto era relegato nelle pagine dei giornali e creduto dai molti un gioco per bambini.

La rappresentazione metaforica dei personaggi sotto sembianze animali è raffinata: i topi, i gatti, i porci definiscono già per immagini i ruoli dei personaggi nella storia; la ricerca della forma migliore e della “scrittura” del romanzo, le scelte stilistiche e contenutistiche sono raccontate esse stesse nelle pagine in bianco e nero del fumetto, imperniate di tenerezza ed umanità, realistiche ma mai brutalmente disturbanti.

Maus si rivela ancora oggi, per tutti, l’ennesima opera d’arte propedeutica, un graphic novel da studiare, gustare e conservare per sempre nel cuore e nella testa.


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