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Il senso di colpa degli americani fa spavento.

L’Academy prosegue la linea degli ultimi anni (dal 2013), dove il Miglior Film ottiene anche la Migliore Sceneggiatura, ma non va oltre i tre Oscar (eccezion fatta per Birdman), mentre altri film ottengono molte più statuette.

Così Moonlight si porta a casa Miglior Film, Sceneggiatura non originale (adattata dalla stesso che ha scritto la piece teatrale) e Attore non protagonista. Seguo la cerimonia degli Oscar da 14 anni, poco più della metà della mia vita. Quindi ne ho visti un po', e mi chiedo: cosa è successo nelle mente dei soci votanti dell’Academy? Dove sono quei film incredibili che facevano razzia dei premi più importanti, lasciando agli altri solo premi tecnici, e a volte neanche quelli? Forse la domanda giusta è: cosa significa ora Miglior Film? Intanto sappiate che se le nomination sono determinate da professionisti del settore, i vincitori non lo sono, quelli li votano tutti gli aventi diritto.

Moonlight è un buon film, ma forse un po’ sopravvalutato, la sua linea è semplice, non ci sono grandi picchi (il solito problema di opere teatrali adattate al cinema). Si tratta della storia di un ragazzo di colore in tre fasi della vita e delle situazioni che lo isolano sempre di più, l’omosessualità, il bullismo, la droga, e le sue ancore di sicurezza sono tra le più inaspettate, il tutto rende il suo arco narrativo già segnato.
Allora sorge una nuova domanda, perché se tutti votano tutto, se nel complesso esce fuori che un film è più bello perché ha più Oscar e quindi è piaciuto di più, perché non ottiene queste particolari categorie?

La risposta è nelle statistiche. 
Ormai si spacchettano i premi e ognuno ha il suo contentino, ma tra numeri e “valore” della categoria nessuno sembra mai troppo superiore all’altro, se non per una mera questione di gusti. Ma chi vince il Miglior Film, ha sempre uno sfondo fortemente sociale e/o politico, e ripeto, ottengono sempre anche la sceneggiatura. 
Quindi un film che tocca per le sue tematiche, tanto da valere la sceneggiatura, e quindi la storia visto che non è decisa da soli sceneggiatori, ha in mano il biglietto per l’ultima statuetta. Il Miglior film può quindi non vincere nulla di tecnico, è importante la storia che racconta. E questo è sicuramente un pregio, porta valore alla categoria degli sceneggiatori che spesso sono fuori dall’iter produttivo e dalla mente dello spettatore, ricordiamoci che quando si consiglia un film e ci chiedono se è bello, la nostra risposta sarà sempre determinata da quanto abbiamo apprezzato la sua storia.

Siamo però ad Hollywood. Quindi se “tecnicamente” parlando, non si tratta di un film eccelso, ma di una storia che tocca, ci saranno sensazioni ed emozioni che faranno pensare “quel film mi è piaciuto di più, ma questo ha una storia più importante”. Non dimentichiamoci il senso di colpa americano, che si amplifica nella comunità hollywoodiana, facendo scattare in loro il dovere civile, nato dal fatto di essere consapevoli di fare uno dei lavori più belli e remunerativi, ma sopratutto di essere influenti.

Eppure per La La Land aver perso prima la Sceneggiatura originale contro Manchester by the sea, e poi il Miglior Film, soffiatogli letteralmente sul palco in uno dei momenti più imbarazzanti delle 89 edizioni degli Oscar, vale il doppio, perché è proprio quello di cui parla La La Land.
Facciamo un passo indietro, lo avete visto? Riassumendolo in una frase si tratta di una storia di sognatori che per realizzarsi devono essere spietatamente cinici, e tutto il film ruota intorno a questa tematica. Di cosa parla Manchester by the Sea? Al di là delle azioni esatte, delle trame che muovono il film c’è un uomo disilluso, la vita gli ha strappato via prima la famiglia e ora il fratello e adesso deve essere più realista possibile per risolvere la situazione.
 
Invece per quanto riguarda aver perso il premio a Miglior Film, sul palco, con la statuetta già in mano, significa subire lo stesso significato del proprio film, il tuo sogno sembra realizzarsi, ma la realtà arriva subito a picchiare duro in faccia, e ti lascia a terra.
Nel film sono continui gli eventi pregni di questo significato: finalmente vi date il primo bacio al cinema? Si brucia la pellicola e accendono le luci in sala.
La La Land è esattamente quello che succede nella vita, e questa notte degli Oscar ha dimostrato che è così, per questo aver perso vale di più. 

Potranno tornare a casa, guardare i loro 6 Oscar strameritati, sapendo di aver avuto ragione, eppure la ragione è dei fessi.

L'Oscar è il premio più antico e prestigioso a livello cinematografico; e poi chi non ha mai sognato di vincere una di quelle statuette. Sogni a parte, l’Oscar è sia il coronamento di una carriera che il suo grande avvio, difatti molti canditati di questa 89esima edizione sono giovani. L’Oscar però non è un premio che vincono i migliori (cosa per il cinema impossibile da definire essendoci sempre la componente gusto), l’Oscar lo vince chi rientra nello stile dell’Academy, motivo per cui è considerato un premio “politico”. 
Bisogna aggiungere ancora una cosa, il senso di colpa degli americani per il razzismo verso gli afroamericani. Lo scorso anno ci furono critiche dure per la mancanza di nomination verso persone di colore che portarono al boicottaggio della cerimonia da parte di molti professionisti del settore. Quest’anno invece la tematica razzista è stata ben calcata. Il cinema negli Stati Uniti è un’industria, e un produttore con il giusto fiuto sa che dopo quella situazione l’Academy avrebbe accolto con più favore determinati film, a maggior ragione film veramente meritevoli.

I candidati sono:

Arrival.

Film intelligente. Chi ha snobbato Interstellar ha molto apprezzato questo. I due film hanno in effetti svariati punti in comune, e nonostante trattino due situazioni molto diverse, il viaggio interstellare e l’arrivo di alieni, entrambi ricercano la salvezza dell’umanità. Arrival è sicuramente uno dei film più insoliti di fantascienza, è già raro che un film di alieni ottenga la nomination, ancora più raro che ne ottenga ben 8, forse solo Incontri ravvicinati del terzo tipo ne ha avute di più (con 9) ma non la nomination a Miglior Film. Peccato per Amy Adams, non in un ruolo da Oscar.

 

Barriere (Fences)

Ho sottovalutato questo film per almeno la prima mezz’ora. Poi mi sono trovato di fronte a un’opera travolgente. Temevo in una retorica sul razzismo, ho incontrato un dramma universale. Diretto e interpretato da forse il miglior Denzel Washington mai visto, Barriere è tratto da un’opera teatrale vincitrice del Pulitzer per la drammaturgia. Tutto si gioca nella casa di Troy (Denzel) negli anni ’50, dove vive con suo moglie Rose, una Viola Davis inarrivabile, e il loro figlio. Le altre relazioni si sviluppano con il signor Bono, amico storico di Troy, Lyons primogenito di Troy avuto da un’altra donna, e Gabe, il fratello di Troy, mentalmente menomato in guerra. Essendo un’opera teatrale, la scena supera raramente la casa e le relazioni tra i personaggi sono il fulcro della storia.

 

La battaglia di Hacksaw Ridge (Hacksaw Ridge)

Mel Gibson gira uno dei miglior film di guerra mai visti. Riesce a fare quella morale che Clint Eastwood cerca di fare da tanto. Un film che riesce a trovare del buono nella critica alla guerra, il che è veramente difficile. Vera storia di Desmond Doss, obiettore di coscienza arruolatosi per la Seconda Guerra Mondiale a cui ha partecipato senza mai imbracciare un’arma, ben interpretato da Andrew Garflied, ma sopratutto magistralmente diretto da Gibson. La prima parte viene sacrificata per mostrare come Desmond viva e venga visto, tutto a beneficio di una seconda parte avvincente e superba. La regia di Gibson, la sua dedizione e la sua forza, dopo 10 anni di assenza dal ruolo di regista, sono di rara bellezza.

 

Hell or High Water

Dei 9 forse è il più inaspettato. In Italia distribuito da Netflix, è un western moderno, che insegue il sogno americano. Un Jeff Bridges esemplare, sembra un Marlon Brando appesantito ma inarrestabile, meritatissima la settima nomination, alla caccia di un insolito Chris Pine, quasi irriconoscibile per le lande del Texas, e il suo folle fratello Ben Foster, banditi diversi per motivi diversi, ma con un legame forte. Ma sopratutto c’è un dovere che ognuno dei tre ha e che sente di dover rispettare, un dovere diverso da quello degli altri che li richiama contro quello che per loro è ingiusto, per quanto possa risultare sbagliato per la legge, o per la morale, è giusto da un’altro punti di vista.

 

Il diritto di contare (Hidden Figures)

Storia vera di Katherine Johnson, genio matematico che negli anni ’60, insieme ad altre colleghe afroamericane, fu determinante per portare gli U.S.A. nello spazio. L’unico che veramente tocca il tema della segregazione, ma non lo fa in maniera ristagnante, lo usa invece per muovere la storia e dare forza alle tre protagoniste, tutte in ruoli meravigliosi, differenti nei modi ma toste nel cuore e nella testa. Il messaggio del superamento delle diversità per un qualcosa di più grande è una tematica decisamente americana che difficilmente viene ignorata.

 

La La Land

La grande rivelazione e favoritissimo con le sue 14 candidature (record insieme a Eva contro Eva e Titanic). Damien Chazelle ci aveva già stupito con Whiplash, La La Land va oltre. Una commedia musicale per nulla stucchevole, che si muove tra sogno e cinismo. Una film travolgente con una storia tra le più semplici mai viste, ma è così che si conquistano le emozioni dello spettatore. Un film che mostra che nella vita puoi ottenere grandi risultati, ma non puoi avere tutto, e spesso e volentieri ti mette di fronte la cruda realtà che nulla è perfetto. Un film che con molte probabilità farà razzia di statuette tra principali categorie e premi tecnici.

 

Lion - La strada verso casa

Il film più europeo dei nove. La storia di un bambino indiano che, persa la strada di casa, si avventura per ritrovarla ma finirà per essere adottato da un’amorevole coppia australiana. Nonostante una tematica da viaggio, ci si concentra molto sul personaggio e sulle sue sensazioni. Un buon film che però avrebbe potuto azzardare di più, sopratutto nella regia.

 

Manchester by the sea

Letteralmente una mattonata nello stomaco, struggente come pochi.  Casey Affleck sfodera finalmente tutta la sua bravura e si contenderà fino all’ultimo la statuetta a tu per tu con Denzel Wanshington. Apparentemente opposti, sono in realtà due personaggi simili, duri con se stessi e con gli altri, decisi e brutali, a tratti antipatici, ma onesti, con la differenza che quello di Affleck junior non riesce più a ridere di nulla, la vita spesso si accanisce. Una storia che nel complesso è semplice, ma tosta e che gioca tutto sul montaggio, forse il più intelligente dei candidati.

 

Moonlight

“Alla luce della luna un nero può diventare blu”.
Un film estremamente poetico, che gioca su una tematica che l’Academy tiene da conto: la discriminazione sessuale, inoltre vale sempre il discorso del sentirsi in colpa per il razzismo. Il film è strutturato in tre fasi della vita di Chiron, bambino, adolescente e uomo, con tre attori diversi ma tutti molto bravi, sopratutto vista la difficoltà del ruolo. Notevole pregio per la direzione degli attori. Film che con ogni probabilità raccoglierà i premi che La La Land lascerà. 

 

Appuntamento questa domenica, pronti?

Durante la notte di ieri, precedendo di circa un mese gli Oscar come ogni anno, si sono svolte le premiazioni dei Golden Globes 2017 dedicati ai prodotti cinematografici e televisivi migliori del passato anno.

Nomination e vincitori per il grande schermo:

Miglior film drammatico

La battaglia di Hacksaw Ridge

Hell or High Water

Lion

Manchester by the Sea

Moonlight

Miglior commedia o musical

20th Century Women

Deadpool

Florence

La La Land

Sing Street

Miglior regista

Damien Chazelle, La La Land

Tom Ford, Animali Notturni

Mel Gibson, La battaglia di Hacksaw Ridge

Barry Jenkins, Moonlight

Kenneth Lonergan, Manchester by the Sea

Miglior Sceneggiatura

Damien Chazelle, La La Land

Tom Ford, Animali Notturni

Barry Jenkins, Moonlight

Kenneth Lonergan, Manchester by the Sea

Taylor Sherindan, Hell or High Water

Miglior attrice in un film drammatico

Amy Adams, Arrival

Jessica Chastain, Miss Sloane

Isabelle Huppert, Elle

Ruth Negga, Loving

Natalie Portman, Jackie

Miglior attore in un film drammatico

Casey Affleck, Manchester by the Sea

Joel Edgerton, Loving

Andrew Garfield, La battaglia di Hacksaw Ridge

Viggo Mortensen, Captain Fantastic

Denzel Washington, Barriere

Miglior attrice in una commedia o musical

Annette Bening, 20th Century Women

Lily Collins, L’eccezione alla regola

Hailee Steinfeld, The Edge of Seventeen

Emma Stone, La La Land

Meryl Streep, Florence

Miglior attore in una commedia o musical

Colin Farrell, The Lobster

Ryan Gosling, La La Land

Hugh Grant, Florence

Jonah Hill, Trafficanti

Ryan Reynolds, Deadpool

Miglior attrice non protagonista

Viola Davis, Barriere

Naomie Harris, Moonlight

Nicole Kidman, Lion

Octavia Spencer, Il Diritto di Contare

Michelle Williams, Manchester by the Sea

Miglior attore non protagonista

Mahershala Ali, Moonlight

Jeff Bridges, Hell or High Water

Simon Helberg, Florence

Dev Patel, Lion

Aaron Taylor-Johnson, Animali Notturni

Migliore colonna sonora originale

Moonlight

La La Land

Arrival

Lion

Il diritto di contare

Miglior canzone originale

Can’t Stop the Feeling, Trolls

City of Stars, La La Land

Faith, Sing

Gold, Gold

How Far I’ll Go, Oceania

Miglior film animato

Kubo e la spada magica

Oceania

La mia vita da zucchina

Sing

Zootropolis

Miglior film straniero

Divines

Elle

Neruda

The Salesman

Toni Erdmann

 

Per il piccolo schermo invece

 

Miglior serie drammatica

The Crown

Game of Thrones

Stranger Things

This is us

Westworld

Miglior attrice in una serie tv drammatica

Caitriona Balfe, Outlander

Claire Foy, The Crown

Keri Russell, The Americans

Winona Ryder, Stranger Things

Evan Rachel Wood, Westworld

Miglior attore in una serie drammatica

Rami Malek, Mr Robot

Bob Odenkirk, Better Call Saul

Matthew Rhys, The Americans

Liev Schreiber, Ray Donovan

Billy Bob Thornton, Goliath

Miglior serie commedia o musical

Atlanta

Black-ish

Mozart in the Jungle

Transparent

Veep

Miglior attrice in una serie commedia o musical

Rachel Bloom, Crazy Ex-Girlfriend

Julia Louis-Dreyfus, Veep

Sarah Jessica Parker, Divorce

Issa Rae, Insecure

Gina Rodriguez, Jane the Virgin

Tracee Ellis Ross, Black-ish

Miglior attore in una serie commedia o musical

Anthony Anderson, Black-ish

Gael Garcia Bernal, Mozart in the Jungle

Donald Glover, Atlanta

Nick Nolte, Graves

Jeffrey Tambor, Transparent

Miglior miniserie o film per la tv

American Crime

The Dresser

The Night Manager

The Night Of

The People v.O.J. Simpson: American Crime Story


Miglior attrice in una miniserie o film per la tv

Felicity Huffman, American Crime

Riley Keough, The Girlfriend Experience

Sarah Paulson, The People v. O.J.: American Crime Story

Charlotte Rampling, London Spy

Kerry Washington, Confirmation


Miglior attore in una miniserie o film per la tv

Riz Ahmed, The Night Of

Bryan Cranston, All the Way

Tom Hiddleston, The Night Manager

Courtney B. Vance, The People v. O.J.: American Crime Story

John Turturro, The Night Of


Miglior attrice non protagonista in una miniserie o film per la tv

Olivia Colman, The Night Manager

Lena Headey, Game of Thrones

Chrissy Metz, This is us

Mandy Moore, This is us

Thandie Newton, Westworld

Miglior attore non protagonista in una miniserie o film per la tv

Sterling K. Brown, The People v. O.J.: American Crime Story

Hugh Laurie, The Night Manager

John Lithgow, The Crown

Christian Slater, Mr. Robot

John Travolta, The People v. O.J.: American Crime Story

 

Per il cinema spicca tra tutti la commedia musical di Damien Chazell, La La Land, che porta a casa ben sette Golden Globes.

Per la televisione invece lo scontro è stato un po' più serrato, ma tra i vincitori sono i più premiati, La serie originale Netflix, The Crown, Atlanta di FX e la miniserie britannica-statunitense The Night Manager.

In occasione della presentazione alla Spine di Bari del suo ultimo lavoro, L'Odiario edito dalla GRRRz, il puccioso fumettista divenuto ormai signore delle tenebre ha accettato di entrare nella nostra gallery di artisti per Geek Area.

Nel preziosissimo sketch, potete ammirare in anteprima un inedito cane reduce del Vietnam, personaggio del prossimo lavoro di Tuono Pettinato. 

Signore e signori, Geek Area è onorata di ospitare un gigante del fumetto italiano: ecco a voi Tuono Pettinato!

Natale si avvicina e i preparativi per le feste sono frenetici, come ogni anno.

Quanti di voi hanno amici e parenti appassionati di fumetti? Volete regalargliene uno ma non sapete quale scegliere? Nessun problema, questa volta ci pensiamo noi!

Questi sono, a parer nostro, alcuni dei bestseller pubblicati o riproposti quest'anno, che non possono e non devono mancare nella libreria di un appassionato.

- Black Orchid, Neil Gaiman e Dave McKean: "Che succede quando Neil Gaiman si avventa su un vecchio supereroe e lo fa rivivere? Se non lo sapete addentratevi in questa selva oscura, se invece siete avvezzi sapete che non è facile uscire a riveder le stelle." http://amzn.to/2gtBUNq

- Odio Favolandia, Scottie Young: "Chi si aspetta un finale zuccherino può tranquillamente tornare ai film della Disney: qui a Favolandia parolacce mal camuffate, sadismo e piogge di sangue alla Tarantino la fanno da padroni e tutto ciò (insieme a un'inaspettata svolta amara) rende "Odio Favolandia" ancora più adorabile." http://amzn.to/2he014a

- Guerra Bianca, Robbie Morrison e Charlie Adlard: "Guerra Bianca mette sul tavolo un conflitto rappresentato in due modi opposti. Da un lato la guerra di prossimità, in cui per uccidere è necessario guardare negli occhi il tuo nemico mentre la vita lascia il suo corpo. Dall'altro lato, l'utilizzo di espedienti per veicolare le valanghe a vantaggio di una fazione o dell'altra, una morte decisamente più distante e distaccata."  http://amzn.to/2h6S40d

- La terra dei figli, Gipi: "Gli abitanti della terra post apocalisse sono profondamente cambiati dopo l’avvento di quest’ultima: più simili a freaks dementiche ad esseri umani, vivono dei frutti della terra e si contendono ferocemente la poca carne a disposizione. Il linguaggio ha risentito fortemente della fine, ogni conversazione avviene tramite frasi sgrammaticate e concetti molto basilari, in cui vengono reiterati senza significato alcuni termini ancestrali, spesso usati prima dell'apocalisse." http://amzn.to/2huNl5x

- Yamazaki 18 years: Tokusatsu, Kaiju Club: "Impostato come un tributo ai film tokusatsu giapponesi, in particolare ad Ultraman, questo capitolo di Yamazaki non manca però di marcare la sua vena citazionistica, Stephen-h e Noah Carter in primis, ma soprattutto accentua una forte introspezione alla natura dei protagonisti, affetti da una malattia che li porta ad un’aspettativa di vita pari a 25 anni" http://amzn.to/2hnXnJD

- Phlox, Tauro e Vanessa Cardinali: "Nessuna infinita dichiarazione d'amore, nessun prevedibile giochetto tra le parti. Scorrevole e sopratutto naturale. A tratti divertente, a tratti toccante, a tratti drammatico, a tratti inquietante. C'è di tutto in Phlox." http://amzn.to/2hdYdbt

- The MoneymanAlessio De Santa, Filippo Zambello e Lorenzo Magalotti: "Per tutti gli amanti dei film Disney, per chi cerca un'America del '900 raccontata da un punto di vista inedito, o per tutti coloro che più semplicemente vogliono abbandonarsi alla lettura di una bella storia, questo è un volume che vi consiglio senza dubbio."  http://amzn.to/2he6mwh

- Spider-Man Collection:Tornando a Casa, J. M. Straczynski, J. Romita Jr. : "Due esseri umani con un profondo senso di colpa, il senso di colpa che attanaglia le loro vite sulla morte di una persona cara, e su quel che avrebbero potuto fare, il “e se invece?” che cambia e plasma il loro carattere, immutato ma sempre ricorrente. " http://amzn.to/2gtCc7k

- Il Suono del Mondo a Memoria, Giacomo Bevilacqua: "Il Suono Del Mondo A Memoria è il sorriso sul volto del pittore che disegna un quadro mille volte, prima di trovare la tonalità giusta. È quell’immagine di bellezza così potente che, solo a guardarla, ti smuove ricordi ed emozioni che avevi rimosso. È la voce fuori campo che si propaga da dentro di te, e ti accompagna passo dopo passo in giro per il mondo."  http://amzn.to/2gtTlgT

- Demone Dentro, Mattia Iacono: "Edito da Tunué nella collana Prospero's Books, Demone dentro di Mattia Iacono è una narrazione sospesa tra mille silenzi. Silenzi di imbarazzo, silenzi di dolore, silenzi visivi, silenzi di.. nulla. L'autore racconta la storia di due uomini uniti sotto l'ombra dello stesso Demone gargantuesco: la vita quotidiana." http://amzn.to/2he4Dan

Alzi la mano chi, anche solo per un secondo, si è immedesimato nel bambino bullizzato da Alan Grant nella famosa scena di Jurassic Park appena mostratavi. Quando si guarda il celebre film diretto da Steve Spielberg e tratto dall'omonimo romanzo di Michael Crichton in giovane età, quello su cui si fa più attenzione è il tono minaccioso del personaggio, sopratutto quando enfatizza le caratteristiche letali degli artigli del Velociraptor. Una volta superata la fanciullezza, a livello narrativo, più che l'impatto di scene e parole si comincia a cercare logicità e attinenza della trama, ricerche che si manifestano spesso in un film come Jurassic Park: sopratutto quando si dichiara apartemente la teoria che i Velociraptor potessero sviluppare un piumaggio. Può sembrare strano, ma in realtà è tutto vero, oltre che scientificamente provato. 

E' facile cadere preda all'incredubiltà, poiché una delle prime cose che s'impara a scuola sui dinosauri, è che sono i più antichi antenati dei rettili: animali che, indubbiamente, non possiedono un piumaggio. Eppure, il colossal uscito nel 1993 disse apertamente che le cose non stavano così e che i Velociraptor possedevano eccome delle penne remiganti che non permettevano loro di volare, ma donavano comunque all'animale un piumaggio. Detta così, sembra quasi che Jurassic Park fosse l'involntario precursore di una teoria poi veramente confermata nel 2007. Ma non è così. Il primo a teorizzare tutto ciò fu un colosso del fumetto durante una delle sue tante gestioni rivoluzionare: Walter Simonson.

Fantastic Four Vol 1 345

Siamo nell'Ottobre del 1990 e Walter Simonson, ormai consolidatosi a icona del comicdom statunitense grazie alla sua run su The Mighty Thor, raccoglie la pesante eredità di John Byrne, cercando di mantenere alto il livello che l'autore canadese riuscì a portare nella serie Fantastic Four. Dopo le gestioni di Roger Stern e Steven Englehart, Simonson approda sul mensile sul numero #344 preparando il terreno per il numero successivo. Il #345, intitolato "The Mesozoic Mambo!", vedeva il Quartetto intrappolato su Dinosaur Island, un isola nel bel mezzo dell'Oceano Pacifico completamente infestata da dinosauri. Come vedrete nella successiva vignetta, l'autore decide di essere il più scientificamente accurato possibile, non solo per aumentare la sensazione di realismo nel viaggio attraverso il tempo dei Fantastici Quattro, ma anche per non dare un immagine troppo cartoonesca dei dinosauri. Per tanto, dopo numerose ricerche, Walter Simonson disegna i Velociraptor con delle piume.

La cosa picchia velociraptor

Quello che molti non sanno, è che l'autore maggiormente conosciuto per il contributo su Thor, frequentò il corso di geologia all'Amherst Collage, conseguendo una laurea in Vertebrate Paleontology: una branca della paleontologia dedicata alla scoperta del comportamento, la riproduzione e la comparsa di animali estinti con vertebre o di una notocorda, attraverso lo studio dei loro resti fossili. La materia cerca anche dei collegamenti, utilizzando la timeline evolutiva, tra gli animali del passato e dei loro parenti moderni. Sulla base dei suoi studi, Simonson cercò quindi di realizzare graficamente la versione più accurata possibile di questi animali, sfruttando come riferimento anatomico le illustrazioni Gregory S. Paul, autore del controverso Predatory Dinosaurs of the World: A Complete Illustrated Guide pubblicato nel 1988. Controverso, poiché S. Paul fu il primo in assoluto a teorizzare che, generalmente, tutti i dinosauri potessero avere un piumaggio; ma, in mancanza di ritrovamenti per avvalorare la sua tesi, i suoi studi vennero sempre trattati con uno spiccato scetticismo dalla comunità scientifica. 

Ora però sorge una domanda. Se già c'era una teoria in attivo mossa da Gregory S. Paul, qual è stato il contributo di Walter Simonson in tutto ciò?

velociraptor

Nonostante non abbia sfruttato i suoi studi in campo lavorativo, in quanto Simonson andò a lavorare per le major fumettistiche tra cui la Marvel Comics, l'autore fu accurato nell'applicarli. Nella riproduzione grafica dei dinosauri, S. Paul ricompriva completamente i dinosauri nelle sue illustrazioni e lo faceva con tutti, mentre Simonson si concentrò solo sui Velociraptor e nel suo disegno fece solo alcune piume. In più, grazie alle competenze acquisite nei suoi studi, riuscì a trovare il modo di ricostruire la linea evolutiva prima di S. Paul e con molte più prove al riguardo. Nel Settembre 2007, i ricercatori trovarono delle papille ossee lungo l'ulna d'un esemplare di Velociraptor scoperto in Mongolia. Le papille mostrano dove erano ancorate le penne remiganti secondarie, e la loro presenza in un Velociraptor indica che anch'esso possedeva le piume, trasformando finalmente in certezza quello che è stato per quasi un ventennio solo fantasia.

Cosa dice tutto ciò?

Semplicemente che dietro alla realizzazione di un fumetto, anche di un singolo numero che può essere facilmente dimenticato poco dopo la lettura dello stesso, c'è un lavoro enorme di ricerca delle fonti nel desiderio degli interpreti di offrire al proprio lettore il miglior risultato possibile, trovando un connubbio tra narrazione fantastica e realismo di base. 

Si è conclusa intorno alle 6 di mattina (eh si) qui in italia la terza edizione dei The Game Awards, evento dedicato ai migliori titoli dell'anno, che vede critica e utenti (per alcuni premi) decretare i vincitori delle rispettive categorie.
E come ogni anno, da bravo nerd appassionato di videogiochi, ho fatto nottata per poter esultare (o deprimermi) nel veder trionfare (o no) i miei giochi preferiti. Questa tradizione nel mio calendario da gamer si ripete da ben prima del 2014, anno che ha visto la prima edizione di questo evento, poichè, come forse non molti sapranno, i The Game Awards sono un restilyng di quello che un tempo erano i VideoGameAwards, forse più conosciuti come i VGA di Spike TV.

Un tempo show di tutto rispetto, nei suoi ultimi anni i VGA hanno visto un calo drastico della qualità dell'evento, in gran parte dovuto all'eccessiva presenza di sponsor e trovate commerciali che non solo toglievano molto spazio al cuore dell'evento, ma finivano a ridicolizzare il gaming in generale. Indimenticabile la premiazione sul palco dalle mani di Jenna Jameson (lo so che la conoscete!) e la categoria "Best game powered by Mountain Dew" e "Doritos", per la serie: tocchiamo il fondo, tanto ci pagano!

Ma perchè questa lezione di storia? Beh, perchè sebbene Geoff Keighley abbia preso in mano i vecchi VGA e li abbia riplasmati nei The Game Awards, alzando sicuramente il livello di qualità ma soprattutto di decenza dello show, quest'ultimo ha comunque sofferto a mio avviso dell'eccessiva presenza di sponsor pubblicitari e ripetuti trailer facendo passare quasi in sordina quello che è appunto il nucleo dell'evento, ovvero le premiazioni. E' stato abbastanza triste veder ripetere ad oltranza alcuni stessi trailer pubblicitari con in mezzo a questi delle effettive premiazioni, e sia chiaro, sono ben consapevole che una manifestazione indipendente del genere (senza il patrocinio di una rete televisiva) abbia bisogno di sponsor, sopratutto per poter mantenere alta la qualità della serata, ma alla fine della fiera, uno show di praticamente 3 ore dove a malapena 1 era dedicata alle effettive premiazioni è stato a dir poco logorante

Ma, ovviamente, non tutto era da buttare, ho apprezzato molto la presenza di numerosi nuovi annunci, nulla di eccessivo spessore certo, ma un annuncio è sempre un annuncio! La serata poi ci ha donato alcuni splendidi momenti, come il sentito discorso di Geoff Keigley all'amico Hideo Kojima, illustre icona del mondo videoludico, oppure il commovente discorso di ringraziamento di Ryan Green, creatore di That Dragon, Cancer. Insomma, con alti e bassi, la serata è andata avanti e nel complesso ho comunque gradito lo spettacolo, ma passiamo al punto focale.

Quello che volevo analizzare qui con voi sono alcuni dei premi e di alcune premiazioni, perchè sebbene non pensi assolutamente che alcuni non abbiano meritato l'ambita statuetta, credo comunque che delle considerazioni andrebbero fatte.

Parto con quelle categorie che intendo ignorare, non perchè le reputi inutili ma semplicemente perchè non ho nulla di particolare da commentare come quelle relative alla scena eSport, al trending gamer o al gioco più atteso. Vi lascio la lista completa dei vincitori se voleste approfondire di persona.

Ora vediamo qualche premio insieme:

Best Sports/Racing game: Forza Horizon 3 - Nulla da dire sul vincitore, personalmente io sono più un tipo da racing simulativi e un grande appassionato di Gran Turismo, ma Forza Horizon 3 sembra a detta di tutti essere un gran gioco. Quello che mi lascia un po' di amaro in bocca è veder accorpate le categorie Sports e Racing in un unico premio! Capisco che concettualmente le due cose possano andare insieme, capisco anche che i rappresentanti di queste due categorie non siano poi così numerosi, ma personalmente credo che siano due generi distinti e che meritino la giusta attenzione, sopratutto considerato quello che è stato fatto con...

Best eSport / Best Multiplayer: Overwatch - L'Hero Shooter Arena di Blizzard si è fatto valere in numerose categorie, e sì, merità probabilmente(!?) ogni premio vinto, ma sebbene trovi sensata e possa accettare la presenza delle singole categorie, eSport e Multiplayer, trovo tuttavia ridondante l'assegnazione del premio allo stesso gioco. Gli eSport sono per definizione giochi multiplayer, e quest'ultimo, non è un genere, è una caratteristica, e considerato questo, senza entrare in sillogismi, trovo abbastanza scorretto consegnare entrambi i premi allo stesso gioco, quando poi d'altra parte esistono Racing e Sports games che vengono raggruppati.

Best Mobile / Handheld Game / Best Family Game: Pokémon GO - Anche in questo caso sono state accorpate quelle che per me sono due categorie ben distinte. Senza nulla togliere a moltissimi giochi mobile di tutto rispetto, ma per quanto mi riguarda, c'è ancora un netto abisso tra quello che può offrire un videogioco su console portatile e uno su smartphone, ma questa è un argomento per un'altra discussione. Quello che vorrei puntualizzare è che sebbene Pokémon GO abbia avuto un successo strepitoso e planetario, il titolo è molto lontano dal poter essere definito un "Best" quando a 5 mesi dall'uscita il titolo è ancora privo di caratteristiche vitali come il radar di avvicinamento, gli scontri e gli scambi, promessi per agosto ma mai visti, e come se non bastasse, cosa c'è di "Family" in Pokémon GO? La mia è certamente un opinione personale, molte persone che conosco, a tratti anch'io, mi sono divertito con PKGO, ma trovo assurdo che un gioco che a malapena funzioni riesca a vincere ben 2 titoli.

Best Action Game / Best Action /Adventure Game: DOOM / Dishonored 2 -  Nulla da dire ai vincitori, anzi, sono titoli che meritano sicuramente rispetto, la mia perplessità vorrei esprimerla alle categorie invece. Tutte le nomination della categoria Action, erano Shooter! Anche volendo vedere il termine Action come un caratteristica e non come un genere, e quindi inserendo anche Overwatch nelle nomination, che in teoria e in pratica dovrebbe appartenere e appartiene agli eSport; perchè allora creare una seconda categoria di premi dedicata agli Action/Adventure? Non ci sono giochi d'azione anche in quella categoria? Senza dilungarmi più del dovuto, credo che qui sia stata fatta estrema confusione. A mio avviso queste categorie hanno bisogno di più personalità e chiarezza.

Game of the year: Overwatch - Siamo infine giunti al dunque, ma ancora una volta, non voglio mettere in discussione il vincitore in se, Overwatch è un gran gioco ed io ho una grandissima stima per la Blizzard, vorrei invece mettere in discussione quello che Overwatch rappresenta. Premetto che questa come altre in questo articolo è una mia opinione, ma io trovo ci sia una distinzione netta tra un eSport e un Videogioco con la V maiuscola. Certo, tecnicamente un eSport è un videogioco, c'è sicuramente dietro un lavoro immenso e costante, vengono venduti e riprodotti nello stesso modo, tuttavia personalmente fatico a vederli come un'unica entità. Questa non vuole essere una critica agli eSport ci mancherebbe, io stesso ho trascorso infinite ore su League of Legends e su Heartstone, è meraviglioso passare del tempo con gli amici a pianificare strategie o a studiare nuovi modi per vincere una partita, è un esperienza unica... ma diversa. All'alba dei miei 30 anni ormai, posso dire di aver visto questa meravigliosa industria crescere, prosperare ed evolversi come davvero pochissime cose ed è fonte di immensa gioia per me veder tornare vecchie icone del passato come Crash Bandicoot o veder nascere nuovi generi come i MOBA e gli Hero Shooter Arena, ma purtroppo come tutte le industrie quella videoludica gira più spesso intorno ai soldi, e con la crescita di popolarità della scena competitiva, molti case produttrici hanno rivolto le loro attenzioni su questo aspetto, creando un panorama ogni giorno un po' più nero (imho). Senza entrare troppo nei dettagli, un chiaro e diretto esempio di questa tendenza, è proprio Overwatch! Blizzard è sempre stata un esempio di qualità nell'universo videoludico, capace di farci aspettare anni e anni per l'uscita di un gioco, eppure negli ultimi due, ha sfornato tre eSports quasi a nastro, e non dimentichiamoci che Overwatch è nato dalle ceneri di Project Titan, quello che sarebbe dovuto essere a detta loro un titolo innovativo, sacrificato a mio avviso (ma per carità, avranno avuto una serie di validi motivi) a questa nuova tendenza farma-soldi (si qui mi sono decisamente sbottonato). Volgendo alla conclusione vi formulo il mio concetto finale

La scena competitiva nei videogiochi si è guadagnata molto spazio e utenti negli anni, è innegabile, ed è giusto che cresca ancora e faccia felice il suo seguito di appassionati, ma quella che esprimo io è una paura, la paura che un trend come questo riesca a contaminare più di quello che non fà già (qualcuno ha detto Star Wars Battlefront senza campagna?) quello che per me è il Gaming vero, quello fatto di storie indimenticabili, mondi mai visti, scoperte incredibili e livelli insuperabili, quello delle cutscene che posi il pad e fai "WOW, appena finisce creo un altro salvataggio così me la rivedo". La vittoria di quest'anno, ripeto senza ancor nulla togliere a Overwatch, è uno schiaffo a mio avviso a tutte le emozioni meravigliose che Inside, DOOM, TW3 - Blood and Wine e Uncharted 4 ci hanno regalato quest'anno e a tutti quelli che hanno messo impegno nella creazione di narrative fantastiche, che a mio avviso meritano molto più riconoscimento del mero "tu spari a me, io sparo a te" anche se creato in modo magistrale dalla Blizzard come pochi sanno fare.

Ma questa è solo una mia opinione, voi cosa ne pensate? 

 

Uno scrittore, qualcuno che racconta in un libro una storia fatta di eventi e persone è essenzialmente orgolioso e con un grande grande Ego (e chi vi scrive è uno scrittore, quindi parla con cognizione di causa). Vuole che tu legga la sua storia, e spera che ti piaccia.

Poi ci sono degli scrittori particolari, che non ti impongono una storia, ti passano un libro e ti dicono:"Io ho scritto, ma la storia perchè non la fai tu? Diventa un eroe." Joe Dever, il creatore di Lupo Solitario, è questo.

Io dovrei parlare di Joe Dever, fare un omaggio a Joe Dever. Perchè sì, questo anno bisestile (e altri aggettivi con la B... Bastardo e Boia per esempio) ha colpito ancora, e ha portato via Joe Dever. Dovrei scrivervi chi è e perchè è una figura impotante per tutti gli amanti del fantasy e del gioco di ruolo. Dovrei dirvi per esempio che è inglese, classe 1956, musicista, scrittore, autore di giochi di ruolo.

Ma preferisco raccontarvi cos'è per me e per tanti altri.

La prima volta che ho incontrato Joe Dever, durante un Lucca Comics, è stato uno dei momenti più imbarazzanti della mia vita. Come fai, in un inglese da quinta elementare scarsa, a spiegare a quel signore che sembra un nonno bonario nonostante ha sì e no 60 anni che colpo è stato per te avere tra le mani un librogame? Come fai a farti capire quando gli vuoi dire che c'è una generazione intera nata negli anni '80 (te compreso) che è passata senza soluzione di continuità da Lupo Solitario a Dungens&Dragons al Gioco di Ruolo dal Vivo come farebbe un tossico che passa dalle droghe leggere a quelle superpesanti? E che grazie a questo ha incontrato altre persone con la stessa passione, le quali sono diventate amici e famiglia?

Come faccio adesso a spiegare a voi come si fa a smettere di sentirsi così, parte di una grande storia, eroi o cattivi e ogni cosa che fai porta dolori, gioie ed emozioni? Magari qualcuno che legge sa di cosa parlo.

Sono riuscito ad uscirmene con un: "Gary Gygax and you have made me what I am today." (Gary Gygax e tu mi avete fatto diventare quello che sono oggi) e Dever ha sorriso e mi ha risposto: "Non esagerare". Umile e semplice Dever. Non gli interessa se hai comprato o no l'ultimo di Lone Wolf, un autografo e una foto non la nega mai. Da quel dialogo in un inglese pessimo (il mio) è nata una tradizione personale: se Luigi va al Lucca Comics passa da Joe Dever, saluta, gli stringe la mano, fa una foto e compra un libro di Lone Wolf. L'ultima volta che ho incontrato il nonno bonario del fantasy è stato due anni fa. Foto, stretta di mano e non uno ma tre autografi, sui manuali del gioco di ruolo di Lupo Solitario.

Qualcuno avrà notato che ho parlato di Dever sempre al presente in questo pezzo, anche se Dever non c'è più. È morto ieri mattina alle 10:15. Ma Joe Dever fa parte di quella strana categoria di persone, assieme a Gary Gygax, Freddie Mercury, Sergio Bonelli, Bob Kane e molti altri, che se ne va ma non lo fa mai realmente. Sono tutti là, sulla libreria, nelle pagine e nelle note e nelle immagini. E per incontrare di nuovo il nonno bonario che ha appena 60 anni mi basta aprire un libro. Quindi ne parlo al presente e non dico "Addio Joe", ma solo "Arrivederci".

Arrivederci e Long live the Wolfpack!

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