#RWLion / Kamandi di Jack Kirby

“Sto per fare delle cose grosse…” queste sono le parole che Jack Kirby disse al suo storico collaboratore Mike Ryer, “sto per fare delle cose grosse…” e quando le cose si fanno grosse per il Re per noi sudditi si fanno epocali.

Frustrato dal lavoro in Marvel, costretto a subire le ingerenze della redazione in fase creativa e con uno Stan Lee che rifiuta di riconoscerlo come co-creatore dei personaggi, Jack Kirby viene contattato dalla DC comics per portare il “tocco del re” tra Superman e soci.

L’industria fumettistica statunitense non aveva ancora uno “star system” e il passaggio di Kirby alla Distinta Concorrenza può essere considerato un prototipo di quello che vediamo accadere oggi nel panorama fumettistico mondiale. Dal giorno alla notte, per la prima volta nella storia del fumetto, il nome dell’autore veniva scritto in copertina a lettere cubitali.

In quegli anni la DC soffriva per il cambio di passo stilistico e contenutistico che la Marvel aveva imposto al gusto degli americani. C’era bisogno di osare, di essere più espliciti, di rivolgersi ad un pubblico maturo in costante mutamento. Kirby era perfetto, rispettato e amato dal pubblico che la DC voleva strappare alla Marvel, era portatore sano di “sens of wonder” e questo gli garantì un autonomia pressoché unica nella storia dei fumetti commerciali.

Dopo poco il suo trionfale arrivo era autore completo di ben sette testate, tre slegate dalla continuty dove avrebbe sperimentato liberamente e quattro in continuty che andavano a comporre, mese dopo mese, il più complesso e mitizzato panteon mai apparso in un universo supereroistico: Il Quarto Mondo.

Nel corso dei prossimi mesi analizzeremo assieme tutte le opere di Jack Kirby in DC, mantenendo come sempre un punto di vista storico-editoriale che in questo caso è già stato abbondantemente affrontato nella prima parte dell’articolo. Saranno delle recensioni brevi e mirate che vogliono far conoscere al pubblico italiano i tesori nascosti del Re, tesori come Kamandi.

Kamandi: L’ultimo Ragazzo sulla Terra può essere definito un fumetto di formazione, post-apocalittico, d’azione. Kamandi è cresciuto con il nonno in un bunker per sfuggire all’olocausto nucleare. Ha appresso tutto quello che c’è da sapere sulla civiltà umana, è sveglio e intraprendente ma non è assolutamente preparato a ciò che troverà fuori dal bunker.

L’umanità è regredita e le specie dominanti sono quelle animali. Interessante fin da subito è il lavoro fatto da Kirby nel differenziare (esteticamente e culturalmente) gli imperi delle diverse specie.

Imperi che, nella maggior parte dei casi, considerano gli umani come noi consideriamo gli animali domestici. Questa condizione è quella che nella prima parte della storia genera più frustrazione in Kamandi. Immaginate un “gold boy” il ragazzo su cui si fondano le speranze del genere umano costretto a vivere come un cane. Un cane amato, con un intelligenza fuori dal comune, magari il cane di un ricco cittadino, ma pur sempre un cane. Se sommate questo al temperamento kirbiano del ragazzo (La Cosa e Orion) vi rendete conto che la sopravvivenza di Kamandi nel nuovo mondo si fa difficile.La rabbia verso gli oppressori è il sentimento primario della storia, una pulsione che necessariamente muta quando Kamandi prende consapevolezza della sua condizione minoritaria. Questa rabbia, andando avanti, si rivolgerà soprattutto verso gli uomini, visti da Kamandi come una massa ignorante incapace di ribellarsi. Tra metafore sul razzismo, sottili considerazioni sugli animali domestici e strizzate d’occhio alla cultura degli anni ’70, Kirby e Kamandi ci conducono in una terra violenta (spaventosamente simile alla nostra) dove le uniche cose che distinguono gli uomini dagli animali sono coraggio e altruismo.

 


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