#RWLion / Sandman deluxe 3 – Recensione

E qui siamo nella storia del fumetto.
Dove un buon fumetto dalle tinte oscure si eleva a capolavoro.
Se i lettori di Sandman, fino a quel momento, avevano “solo” assistito a una pregievole costruzione psicologica e a una (mal)sana destrutturazione del fumetto che fu (ricordo i misconosciuti Brut e Glob, sidekicks di un altrettanto misconosciuto Sandman degli anni ’60, ripensati come subdole creature fuggite dalle lande più oscure della terra del sogno), qui abbiamo la prova che Gaiman non solo sa scrivere, ma lo fa con classe e cultura.
Modesto nel trattare temi più ‘alti’ (Shakespeare) e credibile anche di fronte ad intrecci assurdi (Il meraviglioso il sogno di mille gatti, che in mano a un altro autore sarebbe potuto diventare una copia malriuscita di Cats), eppure sempre originale in modo esplosivo.
Le storie in questo volume sono quelle che hanno fatto conoscere Sandman al mondo. E leggendole il perchè è chiaro.
Quattro storie autoconclusive, con un Morfeo a dir poco di contorno, fuori dalle vicende delle terre del sogno, fuori dalle vicende degli eterni (che comunque, non visti, agiscono sempre sull’animo umano, essendo rappresentazioni di ciò che l’uomo è), immersi profondamente in ciò che succede sulla terra.
Magari, all’inizio, questa terra la riconosceremo a fatica.
Sembra che il sole non sorga mai, e che il mondo urbano sia così immerso in una realtà da fiaba che ci si pone con poco stupore all’inaspettato.
Siamo in un fantastico urbano, dove le leggende che furono continuano ad essere, nonostante al posto di castelli e templi pagani si ergano solo brutte costruzioni in cemento.

Non credo di offendere nessuno dicendo che la storia peggiore del ciclo sia Facade, deprimente al punto giusto ma un pò fiacca rispetto alle altre.
La mia storia preferita (perchè in questi casi, visto la qualità del prodotto, si deve andare di gusto personale) è Calliope. La rileggo spesso, da sola, quando ho voglia di leggere qualcosa di bello e conciso.
Parla di uno scrittore, tale Richard Madoc, con un brutto blocco creativo, che segrega in casa sua una delle nove muse di Omero (Calliope, appunto). Da quel momento in poi, inutile dirlo, il blocco dello scrittore se ne tornerà da dove è venuto.
Questo è solo l’incipit, poi la storia si evolverà in una situazione da incubo (per Madoc) con l’intervento (qui come spesso, nelle storie autoconclusive, nel solo ruolo di deus ex machina) di Morfeo.
Riecheggiano Borges, Cocteau, Barker, e gli aspetti di questi tre autori (che l’uno con l’altro centrano poco e niente) si amalgamano così bene da far venire le lacrime agli occhi.
Siamo in un universo metropolitano e oscuro, descritto in modo frammentario e rapido, più una panoramica sugli avvenimenti che un vero coinvolgimento emotivo, come il mondo urbano di Woody Allen le poche volte che fa film seri.
Solo nel finale il tempo rallenta, per descrivere le atroci pene di Madoc, che scoprirà a sue spese che la creatività ha anche un lato oscuro.
(p.s. Mi sa che dopo questo articolo mi rileggo la storia per la 300esima volta)
Il sogno di mille gatti parte come una oscura fiabetta con gatti parlanti, salvo poi sfociare in una visione da incubo.
Anzi, per favore, se avete dei gatti evitate di farli sognare, per favore.
Una gatta, privata dai padroni dei suoi cuccioli, raduna in assemblea una mltitudine di gatti, promettendogli un futuro migliore.
Questo racconto, così incredibilmente originale, è difficile da recensire senza fare spoiler.
Ciò che la gatta scopre nelle terre del sogno è così inquietante e bizzarro che l’unica cosa da fare e scoprirlo, a vostre spese.

Nei primi due racconti, i disegni sono di un Kelley Jones in ottima forma.
Grottesco, espressionsta e dal tratto spigoloso è il disegnatore perfetto per questo tipo di storie.
Peccato che la colorazione sia invecchiata così male, togliendo un pò di bellezza ai disegni. Stesso pensiero lo farei per le meravigliose tavole di Bachalo nel volume scorso. La tinta piatta non si addice a quel tratto così fluido.
Però erano altri tempi, e sono sicuro che fra vent’anni diremo lo stesso dei fumetti di oggi.
Ma è per la terza storia che il mondo urlò al capolavoro.
Vuoi perchè si parla di Shakespeare, vuoi perchè un capolavoro lo è per davvero, questo Sogno di una notte di mezza estate non lascia indifferenti.
Da dove ha preso ispirazione Shakespeare per il suo bizzarro “Sogno di una notte di mezza estate”? Da Apuleio e Luciano? Ma no, dal vero mondo delle fate!
Commissionata nientemeno che da Morfeo stesso, l’opera è una versione alleggerita e romanzata dei rapporti millenari fra Oberon, Titania, il folletto Puck e tutti gli altri personaggi di Faerie. Ma i personaggi reali sono molto diversi. Crudeli, lussuriosi e chiassosi, assistono alla messa in scena della commedia a loro dedicata frenando a stento i loro impulsi.
Seducono e rapiscono bambini, si infilano nella commedia mettendo k.o. gli attori, fanno baldoria, insomma, una compagnia che non augureresti neanche al tuo peggior nemico.

Ultimo episodio di questa ideale quadrilogia (e, come ho detto, il peggiore), è la storia di una donna immortale che desidera solo morire.
L’arrivo di Death le farà guardare in faccia la sua vita.
Oscuro, claustrofobico, inquietante (la protagonista fa uso di maschere per nascondere il suo volto argilloso), promotore della nicotina in modo non adatto ai più piccini, questo Facade è comunque un racconto molto valido, che difetta rispetto agli altri nel trattare di temi più ‘piccoli’ e intimisti, che un poco si discostano dalla grande metafisica pop di Sandman.


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