#RWLion / Planetary Vol.1: Coscienza Multiversale

Redazione Geek Area

Gli anni novanta sono stati un innegabile spartiacque per il mondo del fumetto d’oltreoceano. Làddove il declino era alle porte a causa delle scelte di mercato opinabili, dovute all’avvento delle variant e delle esagerate tirature, unite ad un livello qualitativo estremamente basso proprio della frangia più vendibile, quella supereroistica, tuttavia vi era già una diversa strada che stava formando gli autori del nuovo millennio, con opere imprescindibili.

In tal senso tale decennio è stato estremamente fruttuoso, ha permesso a tutta quella schiera di autori, maggiormente inglesi, di sbizzarrirsi e osare sotto ogni aspetto, sfruttando proprio la nascita di quelle etichette indipendenti che si distaccavano “completamente” dalle dinamiche delle major. Lo scoutismo compiuto in Gran Bretagna per trovare altri scrittori che potessero seguire le orme visionarie di un mostro sacro come Alan Moore fu spietato, ma portò comunque i propri risultati, con l’avvicendarsi di molteplici figure che hanno finito per rappresentare la seconda British Invasion in campo fumettistico.

In questo coacervo di autori, storie eccezionali raccontante attraverso i personaggi più disparati, con una netta riqualificazione di molte creazioni cadute nel dimenticatoio, la realtà già citata delle case editrici indipendenti cominciò ad affermarsi in maniera netta. La Image Comics riuscì ad imporsi sulle major, superando più volte i prodotti concorrenti. Ed è proprio dalla Image che nasce una nuova divisione ideata da Jim Lee: la Wildstorm. Proprio in quest’ambito verrà data carta bianca ad un autore dall’eccezionale caratura, Warren Ellis.

Ciò che Ellis fece rientra di diritto nell’Olimpo delle migliori creazioni fumettistiche contemporanee senza bisogno di alcuna disquisizione. La nascita di Planetary è uno scossone vero e proprio per il mondo del fumetto, che innesca un meccanismo fondamentale fornendo nuova linfa vitale ad un settore di cui si erano pronunciate le esequie in maniera decisamente prematura. Si sa, l’arte non muore, segue il cambiamento del tempo fungendo da testimone, ed Ellis aveva molto da dire su passato, presente e futuro.

Le storie che l’autore britannico voleva narrare erano molteplici, una per ogni numero dell’opera. Ma su cosa si basa effettivamente Planetary? Domanda più che lecita. Con questo lavoro lo scrittore vuole dare un punto centrale al bisogno che accompagna l’essere umano sin dalla notte dei tempi, quell’insaziabile sete di conoscenza, che lo porta ad agire in modi altrettanto misteriosi. Ed è su questo che si basa la costruzione archeologica del prodotto che ci troviamo ad esaminare. Archeologica proprio perché votata allo studio di tutta quella storia segreta che ha reso il mondo tale. Planetary è un organizzazione, creata e sovvenzionata da un’anonima figura, con l’intento di riportare alla luce tutta quella conoscenza più nascosta, mistica ed oscura che ammanta la realtà in cui si ritrova ad esistere. 

In tale ed eccezionale modo, presentare una base archeologica finisce per divenire anche un ponte che unisce presente e passato, mostrando una costruzione estremamente vicina a quella dei lavori visti nella Golden Age. Planetary diventa un vero e proprio elemento di congiunzione tra il periodo d’oro del fumetto e il cambiamento vissuto nel momento storico in cui si inserisce, ovvero l’avvento del nuovo secolo. Lega l’ingenuità tipica del tempo, il concetto superomistico e supereroistico, quasi divinizzante su cui si basa una narrazione moderna, frenetica e forsennata, in cui gli avvenimenti si avvicendano tumultuosi. Si pone l’obbiettivo di indagare e acquisire la maggior conoscenza possibile del mondo tutto, ponendo al centro dell’ingranaggio la multiversalità nella sua forma più pura ed estrema.

La visionaria mente di Ellis riesce a creare un collegamento saldo tra due narrative così differenti, unendo il tutto con un filo conduttore, nonché trama portante, volta proprio ad analizzare questo affascinante fenomeno multiversale, utilizzato come motore degli eventi. Pochi hanno saputo sfruttare tale elemento in maniera così sapiente: la rosa di possibilità e scelte da esplorare proposte dallo geniale scrittore è virtualmente infinita. L’autore riesce, così, a gettare le basi per un’opera concettualmente senza fine, slegata da qualsiasi tipo di freno inibitore in cui l’unico limite è la fantasia stessa.

Ellis crea un lavoro dove reale, irreale e surreale perdono virtualmente di significato, lasciando spazio a qualunque tipo idea, libera da ogni tipo di imposizione. Nulla è troppo folle per questo mondo, nulla è inutilizzabile, inarrivabile o intoccabile. Mondo sublunare e mondo sopralunare si fondono e mescolano in un turbinio di folli avvenimenti in cui il nostro ristretto gruppo di protagonisti si ritrova a muovere.

Elijah Snow, Jakita Wagner e The Drummer sono i tre elementi che formano Planetary, con l’aggiunta del “quarto uomo”, vera figura di cui si necessita la comprensione. Tuttavia non vi è un vero approfondimento degli stessi personaggi (eccezione fatta per Snow) da parte dell’autore. Reso facilmente comprensibile, in quanto sottolinea nuovamente l’intento archeologico ed indagatore della serie, votato alla riesumazione di elementi celati e dimenticati dell’incredibile storia planetaria, piuttosto che alla semplicistica analisi dell’individuo.

Eppure, la comprensione ultima che Ellis vuole trasmettere attraverso questa produzione è come non si possa esclusivamente studiare il passato senza vivere il presente, rilegandosi ad Osservatori di turno. Non è nella natura umana lasciare che il tempo, e gli eventi indissolubilmente legati ad esso, scivolino via come granelli di sabbia sospinti dalla brezza estiva. Questa è la vera presa di coscienza, questo è il vero messaggio dell’opera.

Un mondo in cui tutta questa follia si ritrova ad esistere, in cui multiversi vengono creati per sbaglio, interi mondi collassano in pochi secondi, superuomini vigilano all’ombra di macchinari futuristici ed il mondo subisce invasioni di creature lovecraftiane è già abbastanza strano, e proprio per questo va preservato. Planetary in tal senso, non può limitarsi alla semplice classificazione, deve intervenire affinché il sito archeologico  centro dei propri studi non venga contaminato e saccheggiato o, ancor peggio, distrutto. Proprio grazie a ciò è comprensibile quanti messaggi differenti tale opera riesca a veicolare, passando per la critica dell’umano comportamento, con la rappresentazione dei peggiori lati dell’essere incarnati dai figli di una generazione malata, come quella “dell’atomo”, generatrice di veri e propri mostri come immagini speculari delle proprie fobie/follie.

Ellis riesce ad inserire qualsiasi elemento, senza far stonare nulla. Abbiamo quel “sense of wonder” troppo spesso perso nel mondo del fumetto, che guida attraverso le terribili meraviglie mostrate pervadendo ogni ambientazione, ogni storia, senza abbandonare mai il lettore, il quale si ritrova perennemente stupefatto di fronte ad un susseguirsi di eventi sempre più stupefacenti. Mescola la cultura popolare mondiale a rimandi religiosi, districandosi tra Kaiju e visioni paradisiache. Arriva, addirittura, a creare tutto un sistema futuristico e futuribile in cui ogni singolo elemento creato risulta perfettamente pertinente, sia nella sua squilibrata utilità che nell’altrettanto singolare terminologia. Navi che viaggiano nel bleed multiversale, una sostanza quasi sanguigna che divide i mondi, risultano perfettamente normali e pertinenti, come incredibili supercomputer in grado di creare e distruggere realta multiversali in manciate di secondi.

Planetary risulta essere un opera fondamentale in ogni sua sfaccettatura, figlia di una delle menti più geniali che il mondo del fumetto abbia mai visto all’opera. Tuttavia tanta magnificenza non sarebbe stata lontanamente possibile senza il contributo di un’artista altrettanto geniale come John Cassaday. La sua eccezionale capacità di ritrarre l’impossibile rendendolo quasi tangibile, misto alla statuaria potenza di determinate figure, contrapposte all’incompatibile fragilità di altre riesce a rendere la narrazione di Ellis ancor più pregna. Il grande livello visto nella rappresentazione dei vari Kaiju o delle civiltà aliene è la perfetta dimostrazione di come il tratto morbido ed estremamente dettagliato di Cassaday sia un elemento fondamentale per la comprensione stessa di tale creazione. A tal riguardo vanno citati anche gli ottimi colori di Laura Martin, posti come ennesimo elemento distintivo di tutta la serie.

Fondamentalmente Planetary è tutto ciò di cui il fumetto mondiale aveva, ha ed avrà bisogno e lo si intuisce sin da questo primo volume. Si tratta di un opera estremamente complessa, fortemente interconnessa in ogni sua più piccola parte che potrebbe creare non pochi problemi al primo approccio. Tuttavia rispetta la tradizione delle migliori opere d’arte, quelle così eccezionali da dover essere apprezzate e valutate compiendo un passo indietro, in modo da avere una visione più ampia e completa dell’insieme.

Presi singolarmenti, ogni episodio ha un forza eccezionale. Nel suo insieme risulta stupefacente e strabiliante allo stesso tempo. Stiamo parlando di un lavoro imprescindibile e proprio per questo è chiaramente comprensibile come possa aver scosso le fondamenta del fumetto stesso, soverchiandone completamente gli stilemi per poi riscriverli. Riuscire a creare un singolo mondo dove perdersi non è cosa semplice, intavolare un simile comparto storico-narrativo con dovizia di particolari ed un eccezionale impostazione nei primi dieci numeri è sinonimo di capolavoro.


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