#RWLion / Suiciders 2: Kings of Hell.A. – La recensione

Daniele D'urso

Quando ci avviciniamo alla lettura di un’opera come Suiciders bisogna sempre, a priori, estrapolarla da un contesto storico/politico per godere a pieno dei suoi frutti. In questo caso, il nostro contesto è la metropoli fittizia di New Angeles, che sorge sulle macerie di quella che una volta era stata la città di Los Angeles, devastata da un catastrofico terremoto che ha cambiato non solo le infrastrutture ma anche le fondamenta della società stessa. Una volta fatta questa piccola premessa possiamo iniziare a parlare dell’ultimo grande lavoro underground dello scrittore e disegnatore statunitense Lee Bermejo.

Kings of Hell.A., sottotitolo di questa seconda trama, segue il processo di crescita iniziato nel primo volume e riesce a trattare medesime tematiche tra le quali: morte, rabbia, sopravvivenza, attraverso una lente sistematicamente diversa. Se nel primo numero era chiaro come tutto il gioco forza del racconto si reggesse grazie al puro e sfrenato spettacolo omicida tra suiciders, gladiatori post-apocalittici che vendono la loro vita al denaro per lo spettacolo del sangue, in questo successivo capitolo  è sorprendentemente come l’autore abbia, almeno per ora, accantonato in secondo piano questo discorso e ci porti attraverso i vicoli e le discariche della metropoli con una storia più cruda e macabra fuori dai riflettori dell’intrattenimento. Uno spaccato di una società futuristica allo sbando che cementifica l’odio e la violenza soprattutto tra i più giovani. Ad essere protagonista non è più il singolo ma il collettivo: le bande e le rivalità, il campo di battaglia non è più tra le mura di un arena ma per le strade distrutte e pericolose del loro quartiere. Grande maestro e conoscitore del meccanismo dell’underground Bermejo, crea una fitta ragnatela che si espande sopra una società alla completa deriva, e cosi New Angeles diventa, improvvisamente, l’isola che non c’è, lontana dal mondo, dimenticata, perduta nei meandri della sua follia e spregiudicata sete di morte e distruzione. Ma la lotta senza tregua tra le violente ed irascibili bande e l’autoritaria polizia corporale non è l’unico quadro che l’opera mette in luce;  di pari passo con questa trama principale prende forma nell’ombra la tematica della vendetta personale, l’angoscia di un padre prima ed di un suiciders poi che sarà boia e vittima dei propri errori.

La violenza genera altra violenza fino a sfociare nella morte, in un tempo dove la legge non esiste, l’uomo è lasciato allo stadio primordiale dell’esistenza e il messaggio chiaro ed evidente a tutti viene disseminato dalle mani sudice di sangue dei protagonisti, da qui ed oltre, non ci saranno mai né vincitori né vinti. La macchina della sopravvivenza ma soprattutto della prevaricazione viene messa in atto e la sua marcia diventa inesorabile. La città come i suoi abitanti non sono mai totalmente bianchi o neri, le loro anime sono divise tra ciò che è giusto e ciò che non lo è, ma sarà sempre la crudeltà della vita a condizionare le loro scelte,e anche il peggiore degli assassini, in verità, è un uomo distrutto, ma la consapevolezza non basta e gli errori portano incondizionatamente alla fine. Nel mondo di Suiciders non esistono santi o peccatori, tutti dal primo istante hanno la ‘colpa’ di essere vivi, combattuti, semplicemente umani, in un continuo ciclo di morte e rinascita il volume si apre e si chiude con il miracolo della vita, ad annunciare che comunque vada, bisogna necessariamente andare avanti.

Ancora una volta l’autore americano fa del tratto fortemente fotografico il suo straordinario cavallo di battaglia, l’espressività dei volti, la fisicità dei corpi colpiscono per l’enorme realismo, gli abitanti di quest’infernale apocalisse di asfalto e lamiere si estraniano dalla bidimensionalità della carta e, attraverso il marcato gioco di chiaro scuro, prendono forma. La cura con cui sono realizzati i particolari di ogni tavola è estrema, e risaltano all’occhio l’infinita gamma di caratteristiche che ogni personaggio mostra, attraverso il proprio look, dalle barbe ai tatuaggi passando per abiti e capelli, tutto è curato nei minimi dettagli, portando il lettore ad immergersi profondamente ed estraniarsi dalla realtà.

A collaborare con lo scrittore americano è il disegnatore pugliese Alessandro Vitti che si presta in maniera impeccabile allo stile di Bermejo tanto da attraversare il passaggio di consegne prima nel prologo ed poi nell’epilo (le due uniche parti scritte e disegnate dall’autore) quasi inosservato, mentre il sesto capitolo è alle cure della matita di Gerardo Zaffino. I colori sono di Jordan Boyd ad esclusione del prologo di Matt Hollingsworth, già colorista della serie sul primo numero.

Un opera di raro interesse per tutti gli amanti dei fumetti che vogliono incrementare la conoscenza della natura umana e della sue mille sfaccettature, attraverso lo specchio di una società violenta e sanguinaria che non lascia posto agli errori. Fortemente e assolutamente consigliata. Un prodotto Vertigo edito in Italia, ancora una volta, da Rw Edizioni che troverete prossimamente in edicola e fumetteria.


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