#RWLion / Superman Stagioni – Recensione

Lorenzo Cardellini

Questo è un lavoro per Superman.

Nell’immaginario collettivo la figura supereroistica per eccellenza è senza ombra di dubbio quella dell’Ultimo Figlio di Krypton. Magari potrà non essere il più amato o più seguito, ma quella grande S rossa su sfondo giallo è entrata di diritto nel pantheon della simbologia riconoscibile a colpo d’occhio. Quando si pensa ai supereroi si pensa a quella S, un solo simbolo, così semplice ed allo stesso tempo d’impatto che riesce a racchiudere e condensare significati molto più seri e moralmente impegnati di quanto si possa effettivamente credere.

Quando si pensa a Superman si pensa all’uomo perfetto, alla figura che può tutto, con così tanti poteri da risultare difficile se li si volessero elencare. Quando si pensa a Superman, spesso, viene erroneamente idealizzata una figura aliena, proveniente da un mondo lontano che mai potrà comprendere pienamente la vita della gente salvata.

Ecco, creare tali elucubrazioni è uno degli errori più grandi che si possa compiere quando si cerca di immaginare Supes. Molti, nel bene e nel male, con risultati buoni o meno, hanno tentato di mostrare come in realtà sia l’esatto opposto: come Superman sia il più umano tra gli eroi, cresciuto a suon di grandi valori ed umiltà, con una rigida ma allo stesso tempo dolce educazione, che ha contribuito a farne l’uomo buono e caritatevole che tutto il mondo conosce. Riuscire a far comprendere questo punto, trasmettendo l’essenza stessa che quella S si porta dietro, è stato l’obbiettivo primario di, come dicevamo, diversi artisti. C’è chi come John Byrne è riuscito a farne il vero fondamento del personaggio, rendendolo un fiore all’occhiello (il suo Man Of Steel rimarrà sempre nell’olimpo delle storie scritte su Kal-El).

Proprio da qui che potremmo partire per parlare di tutt’altra opera e far comprendere allo stesso tempo quale impatto Man Of Steel abbia avuto su tutta la produzione successiva legata al personaggio. C’è stato chi, come Joeph Loeb, ha voluto raccogliere quanto seminato da Byrne, dandone la propria personale interpretazione.

Se dovessimo descrivere in breve “Superman Stagioni” potremmo dire che si tratta della storia perfetta per approcciarsi al personaggio e comprenderne la reale essenza. Loeb e Sale spiegano tutto quello che c’è da sapere e ci mostrano Clark Kent in tutta la sua grandezza e, allo stesso tempo, fragilità, ed è proprio per questo che vanno fatti degli elogi.

Abbiamo tanti tipi diversi di scrittori e di artisti nel mondo del fumetto, dai più cervellotici e complessi a quelli più dediti all’impostazione metafumettistica/filosofica, fino ad arrivare ai più classici o agli amanti della pura e semplice azione. Jeph Loeb si differenzia e riesce a creare una categoria a se stante, talmente tanto bella e rara da far impallidire colleghi e fumetti maggiormente blasonati. Quello che Loeb riesce realmente a fare è addentrarsi nell’essenza stessa del personaggio, conoscerlo, farlo proprio per poi regalarlo al resto del mondo nella maniera più sincera possibile, fornendo un’analisi umana ed unica. Riuscire a suscitare una rosa di emozioni così ampie non è da tutti e Loeb, coadiuvato dal meraviglioso tratto di Tim Sale, è riuscito a far adorare ognuno dei mondi esplorati.

Ci siamo così innamorati di Gwen Stacy ed abbiamo sofferto per la sua perdita in Spider-Man: Blue, abbiamo vissuto il dolore di Matt Murdock in una vita buia e troppo spesso costellata di prove da affrontare in Devil:Giallo, siamo finiti a vivere gli orrori della guerra, vivendo il sogno e perdendo un caro amico in Capitan America: Bianco ed abbiamo affrontato la nascita di un mostro incompreso e rabbioso in Hulk:Grigio.

Allo stesso tempo siamo riusciti a vivere la vita del più grande detective del mondo in due delle migliori storie mai realizzate sull’Uomo Pipistrello, quali Il Lungo Halloween e Vittoria Oscura.

Grazie a Jeph Loeb abbiamo vissuto innumerevoli momenti, comprendendo le personalità e provando le emozioni vissute dai personaggi che seguiamo. E mai, in nessun caso, si è trattato di esperienze ripetitive. Ogni volta è stata unica e particolare, ogni eroe, spinto da motivazioni diverse e da passati differenti, è riuscito a segnare la vita di chi legge, ricordandogli il motivo reale per cui i supereroi debbano esistere e quale sia il vero significato dietro i loro simboli ed ideali.

Ecco, con Superman, questo lavoro doveva essere svolto con dovizia di particolari, poiché ci si aggirava su un campo minato, fatto dovuto sia all’importanza stessa dell’eroe per antonomasia che al suo ingombrante passato ed alla mole di poteri che lo accompagna. Fortunatamente Loeb ha ben chiaro un concetto fondamentale: per mettere in difficoltà un personaggio e farlo apprezzare dal pubblico non sempre si ha bisogno del nemico impossibile da sconfiggere.

Spesso, per la decostruzione, ricostruzione e comprensione di un eroe cartaceo basta porlo in situazioni umane che necessitano di riflessione, passione e sentimento per essere affrontate. Ed è proprio questo che ci ritroviamo ad osservare in Stagioni. Se quello che state cercando sono battaglie da capogiro o cervellotiche impostazioni delle tavole assoggettate ad uno storytelling nevrotico, sposato con una trama degna di un trattato, evitate di iniziare questa lettura. Risparmierete tempo e denaro.

Se invece state cercando un’esperienza che possa farvi immergere mente e cuore nell’avventura che vi apprestate a leggere, che vi possa far comprendere pienamente l’essenza dell’essere Superman e quali difficoltà questo possa comportare allora Stagioni è il fumetto che stavate cercando. La storia che Loeb riesce ad imbastire, è davvero unica, eretta, come dicevamo, sulle solide basi create da John Byrne, riprese solamente come struttura generale, per poi far snodare tutta la personale visione dell’autore e la propria interpretazione di questa singolare, ed allo stesso tempo magnifica, narrazione delle origini.

Ciò che Loeb cerca di eliminare completamente è la sensazione data dalla figura aliena che spesso Clark può rappresentare. In questo avvicendarsi di diverse stagioni narrate dallo scrittore statunitense Clark Kent non è praticamente mai Kal-El; si tratta semplicemente di un ragazzone del Kansas, dalla grande statura e dallo sguardo dolce, che si ritrova ad affrontare una serie di cambiamenti e decisioni adulte, complesse e nobili, con cui dovrà poi fare i conti.

Clark è un ragazzo placido, spesso solitario, quasi corpulento, che nonostante abbia tutte le carte in regola per incutere vero timore è reso visivamente tranquillo e bonario da dei movimenti così eleganti e leggiadri da apparire quasi surreali. Ci troviamo dinnanzi ad un giovane ragazzo di campagna, cresciuto con dei sani principi da una famiglia che ha sempre posto i valori al primo posto. Jonathan e Martha hanno fatto di questi ultimi il proprio fondamento per l’educazione di un figlio ritrovato, crescendolo come se fosse proprio, con lo stesso amore e lo stesso impegno che avrebbero impiegato se avessero potuto creare la vita.

L’amore che questa coppia da al piccolo trovatello è semplicemente indescrivibile, se non dalle meravigliose tavole di un Tim Sale in forma smagliante. Laddove le parole sarebbero inutili o superflue interviene il tratto del disegnatore, che crea veri e propri affreschi, utilizzati per esprimere perfettamente tutti i silenzi di cui un rapporto come quello tra Clark e la propria famiglia ha bisogno. Ed è così che ci ritroviamo ad ammirare delle mirabolanti tavole in cui due figure si abbracciano, si guardano o semplicemente contemplano l’orizzonte, trasmettendo più di quanto sia possibile dire in altro modo.

Clark cresce dunque nel modo migliore ed inizia a fare i conti con i propri poteri, i quali si impongono in maniera sempre più evidente. Sollevare un masso è cosa da niente e superare un treno in corsa risulta semplice quanto bere un bicchier d’acqua. Ma è proprio tutto questo a creare uno stato di irrequietezza in quello che, effettivamente, non è un ragazzo come gli altri, e non per via del volo o della forza, ma per le grandi qualità che lo qualificano. E come tutti i ragazzi dall’innata intelligenza inizia a porsi delle domande, che, con un animo simile si rivelano essere quelle giuste.

Se un uomo potesse evitare tutta questa distruzione, se qualcuno potesse aiutare grazie alle proprie abilità sarebbe una cosa giusta? Dovrebbe nascondere il proprio io al mondo o palesarlo cercando di migliorare il pianeta in cui si ritrova a vivere? Sono questi i dubbi che attanagliano la mente di quello che è poco più di un ragazzo. Sono queste le domande che fanno di un uomo un eroe.

Altrettanto importanti risultano essere le azioni, le quali divengono una qualifica di quanto detto. Sobbarcarsi da soli, in un momento così delicato e in così giovane età, tutto il peso del mondo non è affatto una cosa semplice, ma sembra funzionare per Clark. Almeno fin quando la carriera dell’imponente Uomo d’Acciaio è costellata di vittorie e successi. Un altro discorso, infatti, viene a crearsi quando la figura di Lex Luthor irrompe nella vita del ragazzo proveniente dal Kansas.

Luthor rappresenta il lato opposto della medaglia di cui il giovane Kent è la faccia più splendente. Altrettanto intelligente e carismatico Lex Luthor non mostra un briciolo della bontà, dell’onestà e  del buonsenso dell’eroe, mettendo alle strette con mezzi beceri quanto geniali anche colui che appare imbattibile. Luthor non si sporca le mani con metodi grossolani quali armi o simili, si limita semplicemente a manipolare la vita delle persone, piegandola al proprio volere e piacere. La profonda mancanza di rispetto nei confronti della vita altrui riesce a mettere Superman alle strette, portandolo a chiedersi se effettivamente le sue azioni risultino ben calcolate.

La vita di una donna o di un uomo non sono cose con cui si può giocare, le persone soffrono e muoiono e Clark non si dimostra pronto a metabolizzare le perdite. Assistere alla morte di qualcuno che ha tentato di salvare risulta essere più distruttivo di qualsiasi altro scontro, ed è proprio da qui che inizierà il vero cammino dell’eroe, volto alla riscoperta di se e delle proprie motivazioni.

Cos’è che spinge un uomo ad agire in un determinato modo? Quanto si può osare prima che ci si imbatta realmente in qualcosa di così definitivo e duro come la perdita stessa? Come può un uomo solo salvarli tutti? E se tutti non potessero essere salvati come si convive con il conseguente cruccio?

Tutte domande che finiranno per far tornare Clark a Smallville facendolo sentire più vulnerabile che mai. Il superuomo per antonomasia non sa come affrontare una mole di eventi così imponente, né tantomeno rispondere a quesiti simili, per questo fa la cosa che crede più naturale: si affida a tutte quelle persone che ama, sperando che il loro conforto ed aiuto, possa chiarire una visione tanto annebbiata della vita.

Perché in certi momenti solo chi ci ama e ci conosce davvero può darci le risposte di cui abbiamo bisogno e farci ritrovare la via. In questo caso serviva qualcuno che ricordasse all’Uomo d’Acciaio come, nonostante tutte le grandi capacità acquisite e l’immenso potere detenuto, sotto allo sgargiante costume blu e rosso si trovasse sempre quel ragazzo dal cuore buono, mosso da intenzioni pure.

Era stato Clark a decidere che quei doni sarebbero stati usati per il bene del mondo, Superman era solamente il mezzo attraverso cui tutti quegli ideali potevano essere realizzati. Nel proprio cuore rimaneva un uomo dall’infinita bontà e come tale sarebbe dovuto scendere a patti con il lutto, la perdita e la presa di coscienza che esseri come Luthor continuino eternamente la propria folle cavalcata per il potere, tentando di distruggere chiunque provi ad intralciarla.

Nelle pagine finali Loeb ci mostra, quindi, l’interiorizzazione di questi messaggi che si pongono alla base del costruzionismo supereroistico. Clark finisce per scontarsi con la realtà delle cose, la quale tende ad abbattere la sua idealistica visione della vita e, in maniera ancor più peculiare, del bene e del male. Ciò che fa di Superman il simbolo che rappresenta nella mente di ognuno è proprio questo non adusarsi ad eventi catastrofici, i quali vengono assimilati ma mai normalizzati. Clark è un eroe che si ferma a dialogare con i bambini, salva i gattini dagli alberi, ammira i tramonti, continua a cercare il proprio posto nel mondo e piange ogni vittima che non ha potuto salvare.

Clark Kent è un uomo buono che ha il più grande tra i superpoteri: un cuore grande.

La premiata ditta Loeb/Sale ci accompagna, quindi, in questo unico, dolcissimo e privato viaggio nella nascita, ed affermazione, del supereroe per antonomasia, mostrandocelo sotto una luce più che unica. La fragilità vista nella goffa, ma allo stesso tempo ingombrante, figura di Clark, che appare puntualmente fuori posto, riesce a trasmettere una serie di messaggi estremamente chiari. Molte delle insicurezze e dell’inadeguatezza che il ragazzo sente gravare su di sé sono comprensibili da semplici gesti e sguardi.

Superman Stagioni, o Superman for all seasons (il titolo originale ha un senso ancor più marcatamente romantico), è il fumetto perfetto per comprendere l’intricata figura superomistica per eccellenza. Sbalordire con visioni complesse e cervellotiche è un grande merito, senza ombra di dubbio, ma farlo con una linearità simile, mista a concetti semplici ma allo stesso tempo forti e pregni di significato, è semplicemente unico. Ma è proprio di unicità che stiamo parlando: la classe di Jeph Loeb e Tim Sale è una dote singolare, unita a quel gusto tutto personale di saper raccontare storie che toccano il cuore ancor prima di toccare la mente.

Superman è un simbolo.

Superman Stagioni spiega quel simbolo nel modo più semplice, meraviglioso e diretto possibile classificandosi come lettura imprescindibile. Immergetevi nelle campagne del Kansas, vivete i dubbi e le paure di un bambino caduto dal cielo, leggete questo volume e comprendete la potenza stessa della nona arte.

Dovresti sapere che se indossa o no un mantello e una grossa “S” rossa sul petto è sempre il nostro Clark. – Martha Kent.


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