#RWLion / The Dark Knight III: Master Race #7

Daniele D'urso

Tra la fine di una battaglia e l’inizio della prossima c’è sempre un breve interludio, fatto di Speranza, S… nel non ripetere i medesimi errori, S… nel non dover combattere nuovamente, S… in molte cose… ma la verità è diversa dalla speranza perché la verità è molto più vicina di qualsiasi altra cosa all’utopia che attraversa le nostre menti. Quel breve interludio non si riempie quasi mai di buoni propositi, è il tempo del rammarico. Il tempo dove si sotterrano i propri caduti, si alimenta la fiamma del rancore, ovunque l’odio diventa violenza e le lame vengono affilate.

Gotham è sopravvissuta, ma porta le cicatrici della guerra. Divisa, si domanda se tutto quel sangue sia servito veramente a qualcosa. Nonostante la vittoria, non esiste libertà che possa alleviare il senso della perdita, cosi l’opinione pubblica che da sempre  ci consegna un vivido ritratto interno della saga Milleriana raccoglie le macerie della tempesta. Un suono riecheggia per le strade persino ora che i demone volanti sono spariti.

Come nel classicismo della canzone cavalleresca un uomo è caduto; caduto a difesa del suo castello. Nessuno sembra prendere in considerazione ciò che sta vivendo, ma il mondo dopo la devastazione non è più lo stesso. Inizia così il settimo numero di The Dark Knight III: Master Race, il passato rimane passato, e ciò che resta ai vivi è guardare al futuro.

Sotto il sole del deserto c’è un uomo in cerca di redenzione, il corpo martoriato. Quello che una volta era il più grande dei Cavalieri di Smeraldo. La luce e l’oscurità, un numero che parla di redenzione e ritorno, perché ogni notte proprio in prossimità dell’alba sorge sempre un nuovo inizio, e sempre sorgerà. Il cavaliere della luce e quello dell’oscurità, due facce della stessa medaglia, il fato che si scaglia implacabile sul destino di ogni essere senziente che esso sia umano o kandoriano poco importa. Da una parte Hal Jordan figlio della luce della volontà e dall’altra Bruce Wayne progenie delle tenebre. Uniti nel calvario della rinascita.

Miller vuole raccontare al suo pubblico una storia – in questo  settimo capitolo – che va oltre la convinzione che basti un esercito e una razza (suprema?) per vincere una battaglia ideologica. Ci vuole molto di più, ci vogliono i soldati, ci vogliono gli eroi, ci vogliono i cavalieri. Pronti a cadere per un nobile ideale,  a sacrificare le proprie vite per sconfiggere il drago; e solo in quell’istante dinnanzi alla morte, vedremo in ognuno di loro lo sguardo di Sir Lancillotto. Primo tra gli eroi.

I kandoriani, dopo la tremenda disfatta inflittagli dal Cavaliere Oscuro, non sembrano essersi arresi. Le loro mire vendicative si spingono in un altro luogo del pantheon DC Comics. Dopo aver devastato la Fortezza della Solitudine e seminato morte e distruzione per le strade di Gotham City, gli alieni sono pronti a portare la guerra a casa della principessa delle amazzoni. L’isola di Temyschira, ultimo baluardo di libertà.

Andy Kubert ormai ben oliato ed amalgamato con la volontà del duo più temuto dei comics: il Mille-Rello, si sente a suo agio e fornisce la giusta attenzione e precisione nei dettagli. Ci avviamo alla conclusione di una saga che ha svelato i propri valori in un crescendo spasmodico di avvenimenti e cliff-hanger. Ok, Master Race non sarà il Ritorno del Cavaliere Oscuro, ma non ha mai avuto la pretesa di esserlo, è sempre stata un’idea diversa, corale e meno personale. Uomini contro dei, natura contro superstizione, cielo contro terra…Terra, esattamente, contro Kandor. Come in un’epica ballata cavalleresca.

Perché in fin dei conti siamo un po’ tutti furfanti e amiamo follemente i cavalieri.

 


Comments are closed.

Caricando...