#saldaPress / Copperhead vol. 1: Un nuovo sceriffo in città – Recensione

Lorenzo Cardellini

Avete presente quando dopo una lettura rimanete talmente tanto folgorati ed eccitati da dover per forza far sapere a chiunque incontriate la meraviglia che avete appena scoperto? Non credo ci sia elemento migliore per far comprendere quando qualcosa, in ambito fumettistico e più generalmente in quello letterario, colga nel segno quanto questa sensazione.

Si tratta di quella scintilla che vi fa venir voglia di leggere e rileggere ciò che avete appena terminato, di parlarne con chi conoscete, di far conoscere tale lettura agli altri, cercando di far scorgere loro la genialità e la bellezza che voi altri avete trovato in quella determinata opera. Ecco, Copperhead, ha avuto questo grandissimo merito, facendomi ripensare all’adolescenza, a quanto fosse bello scoprire nuove meravigliose storie e come lo sia ancora.

Sì, perché il primo volume di questo fumetto, edito da saldaPress, è un lavoro talmente eccellente che se lo avessi letto diversi anni fa sarebbe sicuramente stato la croce di tutti i miei conoscenti, tanto ne avrei parlato. È con queste premesse che vorrei iniziare a trattare uno di quei lavori che non possono essere lasciati sullo scaffale delle varie fumetterie e librerie. Si tratta di qualcosa che deve venire a casa con voi perché semplicemente lo merita, come i lettori meritano di avere prodotti di tale livello.

Ma andiamo per gradi: lo spacewestern, o fantawestern che dir si voglia, è il genere in cui possiamo inscrivire tale opera che per diverso tempo è stato fortemente popolare, toccando sia l’ambito cinematografico che quello fumettistico. Il primo esempio, nonché più pratico, è riconducibile alla creazione di C. L. Moore, Northwest Smith, in cui i parallelismi tra le razze aliene assoggettate e sterminate ed i nativi americani non erano nemmeno troppo velati. Lo spacewestern prese sempre più piede, contaminando le produzioni più disparate, tanto da far trovare chiari rimandi anche nel primo capitolo di Star Wars, il gioiello di George Lucas, con l’ambientazione di Tatooine ed anche la costruzione di diversi personaggi. In ambito fumettistico tutto partì dalla Charlton Comics, la casa editrice da cui Alan Moore recuperò personaggi dimenticati per farli divenire i protagonisti della propria opera massima, Watchmen. La Charlton, sul finire degli anni ’40, pubblicava fumetti dei generi più disparati che andavano per la maggiore, come horror, gialli, storie di guerra, romantiche, ed aveva anche una testata western in cui pubblicava le avventure di Yellowjacket. Tale testata, a partire dal numero 39, pubblicato nel luglio del 1952 cambiò radicalmente, divenendo per sei numeri “Space Western” dove venivano raccontate le avventure sci-fi di Spurs Jackson, le quali mischiavano i due generi trattando l’ibrido sopracitato.

Lo spacewestern ha quindi contribuito alla nascita di diversi personaggi, come Jonah Hex, essendo un genere trattato nelle pubblicazionioni per diversi anni successivi (moltissime storie della serie 2000 AD avevano tali tematiche). Ciononostante subì una forte decadenza, scemando di popolarità anche a causa delle numerose opere di serie z che negli anni vi sono gravitate attorno. Anche a livello fumettistico si è trattato di un ibrido non più approfondito ad esclusione del gioiello targato Rick Remender, ovvero Fear Agent. Così è stato, almeno fino a quando nel 2014 Jay FaerberScott Godlewski non hanno deciso di farlo tornare a vivere con un lavoro come Copperhead, minuzioso sotto ogni punto di vista.

La trama del lavoro potrebbe risultare semplice a primo impatto, ma man mano che si procede nella narazione si notano le diverse basi gettate, sulle quali Faerber lavora in modo ineccepibile. L’incipit, come dicevamo, è molto semplice: Clara Bronson si trasferisce in un luogo inospitale, le Badlands, più precisamente nello sperduto paesino minerario conosciuto come Copperhead per ricoprire il ruolo di sceriffo, cercando di rimettere insieme la propria vita, ricominciando (e scappando ovviamente) dopo degli avvenimenti di cui rimarremo comunque allo scuro per tutto l’arco narrativo iniziale. Ciononostante le cose non sono affatto facili: sappiamo che gli esseri umani (sarebbe errato definirli terrestri in quanto non è mai specificato se ci si trova effettivamente sul nostro pianeta) hanno sostenuto una estenuante guerra con la razza a cui appartiene il vicesceriffo a cui Clara subentra, Budroxifinicus. Sembra che le due razze siano arrivate, quindi, ad un compromesso che le vede convivere in pace, il quale dovrebbe garantire un’integrazione per tutti che sembra essere molto lontana dalla realizzazione. Il volume, che risulta avere una delle componenti action più interessanti e divertenti dell’ultimo periodo, mette sotto esame anche punti di vista più profondi, come la diffidenza verso il diverso o quello che una volta era il nemico. Non sembra esserci spazio per la compassione e le stesse Badlands risultano essere ancor più pericolose di quanto possano apparire, un posto dove per vivere tranquilli si deve diffidare di tutti.

Tale analisi crea un perfetto parallelismo tra quello che lo spacewestern voleva criticare in partenza con C. L. Moore, creando uno spaccato che riflette anche problemi che affliggono la società attuale, dimostrando come tali tematiche risultino radicate nelle dinamiche sociali più disparate. Ci troviamo di fronte ad un’interessante caratterizzazione dei personaggi con una protagonista spesso intollerante, irascibile e dal giudizio facile, nonché affrettato, ma che, allo stesso tempo, risulta capace di riconoscere i propri errori, pronta a scusarsi laddove comprende di aver commesso uno sbaglio. Tale sfaccettatura ci fa capire, tra le righe, quale corazza la donna si sia dovuta creare, tentando di difendersi da chi, evidentemente, ha minato le sue sicurezze rendendola sospettosa e facilmente irascibile. Oltretutto lo sceriffo Bronson è una madre amorevole e spinta da questo amore materno sembra aver deciso di chiudersi ancora di più, come se avesse quasi compiuto un giuramento nei confronti di se stessa, volto a proteggere il suo bambino da chiunque osi avvicinarsi.

Oltre a ciò vediamo affrontare altre tematiche molto interessanti nel progredire della trama. Ci viene presentata una famiglia del posto, che sarà lo snodo narrativo di questa prima parte, completamente disfunzionale ma che, a modo proprio, sembra volersi bene. Anche in questo caso si erge la figura materna, delineata come la più forte, dall’animo dolce solo nei confronti dei propri figli, anche verso quelli che effettivamente non lo meriterebbero. Emerge la figura degli “Artie“, umani artificiali creati durante la guerra, utilizzati come fanteria da sfondamento e carne da macello a cui, dopo la cessazione delle ostilità sono stati riconosciuti pari diritti a quelli degli uomini. Ciononostante non tutti credono che questi “esseri” debbano avere tali privilegi (Clara in primis, la quale sembra realmente spaventata dalla loro presenza) anche conseguenzialmente al fatto che molti sembrano serbare un forte risentimento, parzialmente giustificato, nei confronti degli esseri umani a causa del trattamento ricevuto durante e dopo la fine della guerra.

Con tutte queste dinamiche, e molta carne al fuoco, Copperhead riesce nell’arduo compito di risultare sempre interessante, catturando il lettore tra le proprie pagine, facendolo viaggiare in questo far west dai tratti sci-fi. La creazione a livello grafico fa compiere il passo successivo, con una caratterizzazione visiva dei personaggi perfetta. Troviamo citazioni al cinema fantascientifico ma anche a qualcosa come Futurama ed allo stesso Star Wars per il taglio che viene dato a più inquadrature: quando vediamo le astronavi sfrecciare sullo sfondo arido del deserto è inevitabile pensare al landspeeder di Luke sulle distese di Tatooine.

Il lavoro svolto da Scott Godlewski è semplicemente fenomenale, senza ombra di dubbio. Il disegnatore, dopo opere leggermente minori, compie qualcosa di spettacolare come poche altre volte si è avuto modo di vedere. Il tratto spigoloso, preciso, sintetico ma allo stesso tempo dinamico (che a tratti ricorda Greg Capullo) riesce a caratterizzare i vari protagonisti in maniera impressionante. L’artista dona un’espressività tale ai personaggi da lasciare a bocca aperta, i quali trasmettono tutti i propri pensieri attraverso sguardi e gesti. Riesce inoltre nel difficile compito di creare qualcosa di personale, mescolando fantascienza e cultura pop in modo sapiente, realizzando alieni che potrebbero essere stati partoriti dalla mente di Matt Groening passando per la delineazione di un cattivo che omaggia palesemente Boss Hogg di Hazzard.

Menzione d’obbligo per il colorista Ron Riley che risulta essere la personalità perfetta da affiancare ad un tratto come quello di Godlewiski, per il quale ha usato una gamma di colori perfetta. I toni risultano molto caldi ed accesi, spesso addirittura acidi, con un grande utilizzo di scale cromatiche che partono dal rosa e dal viola con colori più caldi come arancione e giallo.

Copperhead è un lavoro che si scopre pezzo dopo pezzo e che proprio in questo modo appassiona come pochi altri. Si tratta di una vera rivelazione che riesce a riportare in voga un genere che può risultare spigoloso se non realizzato nella maniera giusta, soprattutto per il rischio di cadere nell’ennesimo prodotto di serie B a sfondo parodistico. Questo primo volume invece non ha niente di tutto ciò: presenta dell’azione perfettamente studiata, dinamiche mai scontate, personaggi magistralmente caratterizzati (come Zeke, che nel proprio essere bambino incarna l’altruismo ed i lati positivi dell’uomo in una società divenuta fin troppo egoista e sospettosa) ed una trama che promette degli sviluppi interessanti. All’interno di quello che dovrebbe essere uno spacewestern, oltre che delle dinamiche divertenti, Faerber riesce ad inserire le tematiche più disparate, quali la diversità intesa nel senso più dispregiativo del termine, il pregiudizio, l’incomunicabilità, l’amore materno, la paura, la solitudine e l’orrore della guerra sotto più aspetti.

Jay Faerber, Scott Godlewski e Ron Riley hanno creato un gioiello, uno dei lavori più interessanti dell’ultimo periodo. Lasciarsi scappare un fumetto come questo sarebbe come rinunciare alla folgorazione e all’eccitazione di cui parlavamo in apertura. Non negatevi tale piacere.


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