#saldaPress / They’re Not Like Us vol. 1, Buchi neri per la gioventù – Recensione

Lorenzo Cardellini

Mutanti. Freak. Mostri.

Da sempre il tema della diversità e, in maniera più peculiare, del diverso è stato fortemente affrontato nell’ambito fumettistico. Probabilmente chi è riuscito di più a centrare il punto al riguardo è stata la Marvel con il proprio baluardo mutante: gli X-Men. Questi esseri sin dalle loro prime apparizioni negli anni sessanta, sono stati portatori di un preciso e fondamentale messaggio: la diversità è una cosa bellissima. Essere diversi dagli altri non è assolutamente un male, è un qualcosa che ci caratterizza. Certo, potremmo dire che tutti sono uguali ma, analizzando il tutto in maniera più approfondita, è semplice capire come non sia affatto vero. Tutti gli esseri viventi presenti nel mondo sono diversi ed è proprio questo a rendere ognuno interessante. Ciò che questi personaggi hanno voluto far comprendere è che non si deve mai e poi mai aver paura di ciò che si è, non ci si deve nascondere per il timore del giudizio altrui. Si deve camminare a testa alta ed essere fieri del proprio Io. Il tutto è stato poi sapientemente approfondito con uno scontro ideologico e fisico tra le due fazioni rappresentati della diversità, gli X-Men e la Confraternita dei Mutanti. Entrambe avevano la base comune sovracitata, ma differivano nel resto. Dove i primi vedevano una possibile convivenza con l’homo sapiens gli altri volevano imporre la propria supremazia, in quanto step successivo dell’evoluzione.

Ma che cosa c’entra tutto questo con l’opera Image, They’re Not Like Us? Perché iniziare con una retrospettiva tale? Semplice: questo volume approfondisce la terza strada, la via di mezzo, ciò che può essere stato toccato ma non portato avanti in maniera a sé stante.

Nel primo volume, Buchi neri per la gioventù, viene esplorato qualcosa di diverso: abbiamo dei ragazzi con poteri particolari, rifiutati dal mondo, disprezzati, maltrattati. Si tratta di giovani che non hanno avuto niente dalla vita se non dolore, i quali si ritrovano a vivere in un mondo che li odia, che non li riesce a (né tantomeno vuole) comprendere, un mondo che nega la loro stessa esistenza. Questo gruppo non vuole salvare il mondo, ma allo stesso tempo non vuole neanche distruggerlo. Sono l’alternativa a quanto detto sopra, sono il punk di questa nuova evoluzione.

Non vogliono avere a che fare con coloro che li hanno sempre disprezzati, sono loro stessi a definire gli altri normali, sono questi a non essere come loro. Nonostante tutto non vogliono andare in giro a distruggere in maniera casuale cercando di affermarsi come futuro dell’umanità, vogliono semplicemente vivere una vita al di fuori di quella società, in una specie di comune dove nessuno possa infastidire la loro esistenza. Ovviamente non sono sciocchi, comprendono la portata dei propri poteri e grazie a questi prendono ciò che vogliono, senza preoccuparsi se l’azione che stanno commettendo è buona o cattiva, come ha fatto il resto del mondo con loro, pur cercando sempre di restare nell’anonimato.

Tutto ciò è quello che viene mostrato a Sydney, vera protagonista della storia, quando, dopo aver compiuto un gesto estremo, viene trovata e portata all’interno di questo gruppo. Nonostante la filosofia ben delineata che viene spiegata da The Voice, un ostico e decisamente misterioso figuro, sono molte le contraddizioni che pian piano verranno a galla. Una di queste riguarda proprio i primi momenti in cui alla ragazza vengono presentate le poche regole di questa comune. Una delle più importanti è che i concetti di bontà e cattiveria sono qualcosa di estremamente astratto, che tutti possiedono e sui cui, conseguenzialmente, non ci si può focalizzare. Ma, allo stesso tempo, quasi tutti coloro con cui i personaggi principali sono venuti a contatto, sopratutto i genitori dei vari soggetti, si sono rivelati esseri spregevoli o, più semplicemente, cattivi. Hanno odiato, allontanato e seviziato i propri figli e per tale motivo sono andati incontro alla propria morte, portando le azioni a scontrarsi con le intenzioni.

Oltretutto, se è vero che questo gruppo è libero dalle regole e dalle imposizioni più classiche della società, perché si ha comunque una ferrea gerarchia a cui non ci si può sotrarre? Perché, se questa libertà è tale, The Voice interviene direttamente su i pensieri dei propri prottetti cercando di schermare informazioni che potrebbero metterli in pericolo, non dimostrando così reale fiducia in chi sembra voler difendere?

Questa nuova generazione deve capire come procedere in un mondo per cui prova disinteresse ma che a sua volta riserva pericoli ad ogni angolo, anche, e forse sopratutto, da chi si professa amico. Si tratta del futuro di coloro che possono ma non vogliono e che semplicemente desiderano la tranquillità.

Eric Stephenson riesce a riprendere in mano una questione già ampiamente affrontata in ambito fumettistico e riproporla sotto una luce tutta nuova e fresca, aggiungendo elementi classici della cultura pop ed amalgamando il tutto in maniera sapiente. In They’re Not Like Us c’è ribellione, verso la società e verso chi addita come diversi tutti coloro che non sono uguali alla massa, c’è una forte critica alla collettività consumistica ed all’effemira superficialità di quest’ultima. Ci viene proposta un’interessante visione di coloro che non hanno uno scopo nella vita se non rendere quella altrui un inferno, tentando di ignorare la propria inutilità. All’interno di quest’opera c’è il ‘68, c’è Fight Club, ci sono anni di fumetti supereroistici, c’è filosofia e spy-movie, c’è azione e, sopratutto, c’è il punk nella sua forma più pura.

Tutta questa gigantesca mole di lavoro viene sapientemente espressa dai disegni di Simon Gane e dai colori di Jordie Bellaire. I primi, sporchi ed esptremamente dettagliati, riescono perfettamente a rendere la caoticità di quanto affrontato nel tema centrale del volume con dei colori che variano dall’estremo calore all’estrema freddezza a seconda della situaizione affrontata. Un’unione sapiente che riesce a rendere in maniera ancora più decisa il forte messaggio di Stephenson.

A sostenere quanto detto prima troviamo alla fine di ogni capitolo una chiusura con diverse frasi di Kim Philby, agente segreto britannico naturalizzato sovietico; Stephen Duffy, primo cantante dei Duran Duran; Morrisey dei The Smiths; Johnny Rotten dei Sex Pistols e Richey Edwards, chitarrista dei Manic Street Preachers, che forse più di tutti incarna gran parte dello spirito di un fumetto simile.

They’re not like us esamina l’emarginazione nell’emarginazione, mostrando quanto orrore ci possa essere in essa e come non si possa tentare di fondare qualcosa di diverso sulle menzogne e le manipolazioni, anche con tutte le buone intenzioni del caso. A tal proposito aveva ragione proprio Edwards quando scriveva:

Trova la tua verità.

Affronta la tua verità.

Pronuncia la tua verità.

Sii la tua verità.

Non lasciatevi scappare un fumetto che può dare qualcosa di realmente diverso, con un’attitudine che difficilmente troverete altrove. Il primo volume, edito da Saldapress, continene i numeri 1-6 della serie e sarà a breve disponibile al prezzo di 14,90€.


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