#saldaPress / They’re Not Like Us Vol.2, Noi contro voi – Recensione

Lorenzo Cardellini

Avete mai avuto l’impressione di essere stati imbrogliati?

Con queste parole Johnny Rotten terminava No Fun, nel lontano 14 gennaio del 1978, mettendo ufficialmente la parola fine all’avventura chiamata Sex Pistols che, nonostante i propri limiti ed un solo disco all’attivo  riuscì comunque a scuotere le fondamenta di tutta la scena musicale mondiale, dando al Punk un’accezione ancor più personale. Arrivando, oltretutto, a fornire quella sfumatura che finirà per far divenire il genere un vero e proprio fenomeno culturale di massa.

La provocante chiusa di Rotten riassume quindi un’esperienza eccezionale terminata, purtroppo, nel peggiore dei modi e proprio per questo crea un parallelo perfetto con quanto visto nel primo volume di They’re Not Like Us, epopea freak punk di Eric Stephenson, Simon Gane e Jordie Bellaire. Ma risulta essere anche un’apertura perfetta per il secondo volume, Noi contro voi, che prosegue sempre ad alti livelli quella che rimane una delle migliori proposte riguardante lo spaccato “mutante” e, in maniera più generalista, della diversità.

In un solo volume, Buchi neri per la gioventù, abbiamo assistito all’ascesa ed il declino del gruppo creato da The Voice, intento ed attento ad unire individui dalle incredibili capacità e dai trascorsi turbolenti (o orribili, che dir si voglia). Il mastermind del gruppo sceglie per questa realtà disprezzata, oltre che soffocata dalla normale popolazione, una terza strada, creata con le proprie mani, intrise di sudore e sangue.

Non c’è posto per i deboli, non c’è posto per il rimorso tra le fila del nuovo step evolutivo, non si ragiona più in termini di bene o male, concezioni fin troppo astratte che non possono avere definizioni nette. Abbiamo basi evoluzionistiche mescolate ad un filosofia fin troppo giovanile, studiata per tornaconto personale ovviamente, e a tutta quell’attitudine Punk che una simile concezione del mondo porta con se. Con la chiusura del volume che vedeva il gruppo prendere coscienza di come vi fosse stato un semplice cambio di prigionia era facilmente intuibile il necessario rimescolamento delle carte, al fine di rendere la narrazione appetibile.

E si tratta di ciò che effettivamente fa Stephenson, creando, tuttavia, anche un ottimo parallelo con la prima parte del lavoro. I ruoli si invertono, ma non in maniera caotica, assistiamo ad un evoluzione naturale che tira in ballo vecchie abitudini e realtà molto più simili di quanto si voglia far credere. Ciò a cui assistiamo è l’esplorazione della difficoltà stessa che questa comunità di ragazzi si ritrova a vivere.

Essere scesi a patti così terribili, aver vissuto in quasi totale isolamento, perennemente schermati e diffidenti nei confronti degli estranei/normali rende difficile comprendere la quotidianità anche sotto gli aspetti più banali. Un solo mese è passato dall’abbandono di The Voice ed i ragazzi stanno tentando di ricominciare, tenendo comunque un basso profilo, cercando comunque di vivere una vita che degna di essere definita tale. Alla guida ora troviamo Syd/Tabitha, la quale si ritrova ad essere l’effettivo collante che tiene insieme il gruppo, dovendo, oltretutto, far fronte alle problematiche che emergono giorno dopo giorno, minuto dopo minuto.

Gestire una così vasta mole di responsabilità non è cosa semplice, sopratutto se si considera l’inesperienza di colei che dovrebbe essere la nuova guida. Ed è proprio questo a cui mira la trama costruita da Stephenson. L’autore, in maniera sottile, vuole far emergere tutte le insicurezze e contraddizioni che denotano i vari membri della comune. Nessuno è esente da difetti, nessuno è perfetto o senza colpe, ognuno lotta con i propri demoni, uscendone spesso sconfitto.

In tale modo la narrazione si stratifica: vediamo quindi la critica mossa nei confronti di coloro che hanno abbandonato The Voice, che, nonostante abbiano compiuto un gesto potente sia metaforicamente che oggettivamente, non riescono comunque a scrollare via i lati peggiori del proprio carattere, finendo per non essere poi così diversi dal proprio ex-carceriere. Allo stesso tempo, seguendo l’apparato dicotomico che pone tale sviluppo come immagine speculare degli eventi visti nel primo volume, vediamo la crescita di Syd, la quale, trovatasi faccia a faccia con gli eventi, compie un percorso che tende sempre di più ad avvicinarla allo stesso The Voice.

Il dispotismo non fatica ad emergere e sebbene sia sempre correlato a scelte giuste, almeno concettualmente, mostra quanto il suo ingente potere possa candidarla a nuova incarnazione dell’oppressore. Serve solo tempo, la giusta manipolazione e pianificazione degli eventi, fatti passare come casuali. Non è difficile credere che Stephenson attraverso le vicende vissute da Syd, nel vorticoso turbinio di follia che assale il suo gruppo, stia narrando effettivamente le origini dell’altro telepate.

In maniera ancora più feroce viene affrontata la tematiche della solitudine e della diffidenza. Tutti i vari personaggi, da Wire, a Blurgirl, passando per Gruff, Loog Runt, mostrano la propria indescrivibile ed infinita solitudine. Nessuno si fida realmente dell’altro, il sospetto serpeggia, ed il tentativo di tenere in piedi un castello di carte oltremodo instabile è palese. Ognuno pensa al proprio benessere. Se non vi fossero Syd e Groof a calmare gli animi e a far ragionare l’abbandono e le vendette sconsiderate sarebbero le scelte più gettonate per ogni situazione. Noi contro voi fornisce un meraviglioso spaccato sull’emarginazione sociale, qui portata agli estremi,  facilmente rintracciabile nella società americana, con un chiaro richiamo alla realtà delle gang e, più in generale a quella massificazione dove il diverso viene abbandonato ai margini della società.

Tutti questi ragazzi sono prodotti di una società malata, che nonostante la voglia di cambiamento (impossibile da attuare se non dall’interno della società stessa) vengono risucchiati sempre di più nei buchi neri che sembrano avvolgerli. In questo frangente la lotta generazionale è l’unica soluzione e la visione di The Voice finisce per non sembrare così folle, seppur attuata proprio contro la sua persona. L’escalation di violenza e rabbia a cui si assiste è l’espressione di un disagio generazionale unito al prodotto dell’intolleranza a cui i protagonisti sono stati sottoposti. I giovani di cui si parla sono un ibrido perfetto, che unisce tratti positivi e negativi della società odierna.

They’re Not Like Us, edito in Italia da saldaPress, presenta nuovamente tutti i tratti che un’ottima serie fumettistica dovrebbe avere, contribuendo a tenere eccezionalmente alto il livello di produzione della Image. La rabbia che trasuda dalle pagine è nuda e cruda, talmente tanto reale da far breccia nello stesso lettore. Ed è proprio questo spirito punk, questa insaziabile voglia di ribellione che rende la serie uno dei migliori prodotti dedicati a tale mondo. Ci viene narrata una storia che ha tanto da dire e lo vuole fare urlando il proprio sdegno piuttosto che continuare a vivere nascosta. Vediamo crescite e ricadute, contraddizioni ed errori.

Osserviamo i protagonisti sbagliare, facendosi abbindolare in maniera fin troppo semplice, ma sono proprio queste scelte narrative, espresse attraverso i loro atteggiamenti infantili ed impacciati che ci ricorda cosa sono. Si tratta di semplici adolescenti con poteri straordinari che vengono combattuti tra adulti meschini, i quali tentano di ricrearli a propria immagine e somiglianza.

Il lavoro svolto da Gane è eccezionale. La sofferenza, ma sopratutto l’incontrollata rabbia che traspare da occhi e bocche è un sintomo espressivo dalla potenza eccezionale. Lo stile pieno ed estremamente dettagliato è un tratto distintivo unico che fornisce una tocco inconfondibile a tutto il lavoro.

È proprio questo che rende They’re Not Like Us un lavoro ottimo, la propria prorompente personalità. Troppo spesso nel mondo del fumetto vengono riversati lavori che non hanno il coraggio di osare. Stephenson ha avuto la faccia tosta di scardinare anni di sicurezze, dimostrando come una tematica non possa morire. Ha avuto il coraggio di dare attitudine al proprio lavoro, unendolo alla sporca consapevolezza di un movimento culturale che dopo 40 anni ha ancora qualcosa da dire.


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