#SergioBonelli / Dylan Dog #373 : La Fiamma

Fabrizio Mancini

La Fiamma esce in concomitanza con gli scontri in catalogna, sembra fatto di proposito. Questo ultimo Dyland Dog ha infatti nel suo cuore scontri tra manifestanti e polizia, ad occuparsene sono Emiliano Pagani e Daniele Caluri, meglio conosciuti come i Paguri, i creatori di Don Zauker.

Daniele Caluri esibisce un tratto da classico bonelliano (tratto che conosce bene visto i lavori pregressi con la casa editrice milanese, il secondo con l’indagatore dell’incubo), con un Dylan più magro, più “everettiano” se mi passate l’aggettivazione. Un effetto pulito, con la giusta combinazione di bianco e nero in base alla valenza delle scene e delle vignette.

Pagani esordisce con forza, esplorando uno dei temi da sempre scomodi, che dividono qualunque nazione. Dylan si trova esattamente nel mezzo, tra una ragazza troppo ribelle e un grosso poliziotto dal manganello facile, che si tramuta in un gigantesco incubo.

Tra Gramsci e De Andrè, non si punta il dito contro una delle due fazioni, ma contro chi ne resta fuori, chi si allontana dalla realtà e sguazza in un mondo fatto di distrazioni, di chi volutamente ignora preferendo a un notiziario il gioco dei fagioli nel barattolo, gioco che riesuma un vecchio programma dei primi anni ’80 dove il gioco era centrale (la trasmissione era “Pronto, Raffaella?”  con la Carrà).

Varie sono le citazioni e piccoli Easter Egg presenti, due sono sicuramente le più interessanti e evidenti. Emblematico il riflesso distorto sulle visiere dei caschi, su tutti spicca il famoso urlo (The Scream) di Gerald Scrafe, reso famoso dall’album The Wall dei Pink Floyd, il che rende la citazione più gustosa visto le innumerevoli similitudini tematiche che si possono trovare tra l’album e il volume.

Altra citazione, più adattata, è una delle frasi di Blade Runner, frase che il replicante più famoso del cinema, Roy, si sente dire dal suo creatore, ma sono come un ammonimento nel film. In questo caso è la giovane ribelle a pronunciare quasi le stesse parole, ma ne fa un vanto, una forza per cui vivere, e morire. Appunto quindi adattata alla situazione, con un significato diretto al cuore della storia, a ricordare che scegliere, piuttosto che rimanere in disparte, ci rende migliori. Entrambe le situazioni però spingono verso uno stesso senso: la libertà.

Sono queste alcune delle cose che sembrano rimarcare il numero 121 di Dylan Dog, Finché morte non vi separi di Marcheselli/Sclavi/Brindisi, segnalato persino nell’editoriale di Roberto Recchioni.

In quell’albo si esploravano sensazioni simili, un Dylan diviso tra polizia e ribelli (in quel caso si trattava dell’I.R.A.), diviso tra legge e giustizia, con una donna a rendergli le cose ancora più difficili. In quel caso però si andava nello specifico in una fetta della storia britannica, concentrandosi su un momento importante della vita di Dylan. Nel caso invece di questo albo, il discorso si fa più generale, più condivisibile.

È rischioso inserire Dylan in un forte contesto politico, mossa che fa spesso storcere il naso a molti lettori, poiché il lettore della testata potrebbe essere chiunque. Al di fuori del target tipico, Dylan Dog può capitare tra le mani di un adolescente come di un anziano, passando per ciò che c’è in mezzo. Ma qui si va oltre una mera politica, questa diventa una questione sociologica importante, che taglia trasversalmente le ideologie e cerca di rompere la catena che si crea, perché la libertà si ottiene spezzando le catene. Una tematica che per quanto ormai quasi banale, resta sempre calda.

Questo momento nella storia resta un po’ strano, non per i contenuti, ma per la forma. L’effetto definitivo sembra un po’ troppo scolastico e i personaggi lo espongo come ripetessero le frasi di un libro, cosa che potrebbe non piacere agli indifferenti più permalosi, sempre che voi non lo siate.


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