#SergioBonelliEditore / Dylan Dog 372 – “Il Bianco e il Nero” – Recensione

Mirko Tommasino

“La più antica e potente emozione umana è la paura […]” (da Supernatural Horror in Literature, 1927)

Così scriveva, quasi un secolo fa, H. P. Lovecraft, uno che di paura se ne intendeva. Il Dylan Dog di questo mese vede tra i personaggi principali una delle paure archetipiche dell’animo umano: l’uomo nero. Paola Barbato e Corrado Roi riprendono il discorso terminato tempo fa su “Il nero della paura”, collana allegata a Gazzetta dello Sport e Corriere della Sera, dando un respiro più ampio ad una storia che, già a suo tempo, destò particolare successo. Dylan conosce bene la paura: oltre ad essere il suo mestiere, essa è il filo conduttore del suo modo di vivere, sempre in bilico tra la soluzione razionale e la magia delle suggestioni sovrannaturali. La paura, emozione umana tanto universale quanto soggettiva, che muta a seconda del vissuto di ognuno, diventa argomento di “Il bianco e il nero”, Dylan Dog numero 372.

L’albo si apre con un riferimento a Stephen King (citato anche dal curatore Roberto Recchioni nell’editoriale), riadattato al contesto raccontato, che illustra con una sola immagine quello che, a breve, scopriremo essere l’enorme problema per Dylan: macchie nere, ovunque, che sembrano essere visibili solo a lui. L’uscita serale con Chelsea (nuova fidanzata) e il successivo dialogo con Groucho e Bloch saranno ciò che farà vincere l’ipocondria al protagonista, spingendolo a farsi visitare da un medico, primo passo di un intero percorso fuori dalla propria comfort zone che durerà per l’intero albo. La realtà lascia rapidamente il posto ad una dimensione surreale. Dylan viene inghiottito dal nero, che si fa tabula rasa buia (in cui l’indagatore stesso è immerso) ed entra in contatto con una vecchia conoscenza di ognuno di noi: l’uomo nero, che comunica con Dylan come se stesse scrivendo sul buio come fosse una lavagna (resa perfettamente dal tratto di Corrado Roi).

Dal primo dialogo tra i due, la natura duale dell’albo prende ancora più forza, con balloon di colore speculare a seconda del personaggio parlante. L’incontro tra Dylan e l’uomo nero non è solo un evento di terrore soggettivo perché, attraverso esso, il Nostro entra in contatto con il mondo straordinario che ha generato il Babau e tutti gli altri terrori dell’uomo. Un piano di esistenza immerso nel buio assoluto, alimentato dal male e danneggiato dal bene. Un po’ come fosse un viaggio attraverso lo specchio, il percorso di Dylan va ad articolarsi su binari per lui assolutamente nuovi, portandolo a largo su quel sentiero esterno alla sua zona sicura.

Perché Dylan è qui? Perché l’uomo nero ha bisogno d’aiuto, chiedendo assistenza a “l’uomo bianco che spaventa i mostri buoni”. Suo figlio è un disonore per lui e per il suo lavoro, perché non ha voglia di spaventare nessuno e tantomeno ha intenzione di imparare il mestiere del padre. Quando l’indagatore prova ad avvicinare il ragazzo per capire le sue ragioni, ogni buona azione di Dylan ha conseguenze disastrose nel mondo che affonda le sue radici nel male e nel terrore. Le sue maniere gentili sono lo spauracchio che tiene lontano le creature del male, a partire dal figlio dell’uomo nero. Tutti fuggono alla vista di Dylan, che a sua volta si trova, per la prima volta, estraneo tra i mostri. Se il personaggio è diventato famoso attraverso l’umanizzazione del mostro, volta ad enfatizzare la natura terribile dell’uomo attraverso gesti di cortesia, quest’avventura costringe il protagonista ad agire con modi bruschi, per non uccidere gli abitanti del mondo che lo sta ospitando. Passo dopo passo, Dylan scopre una nuova verità: egli è il veleno del mondo.

Cosa teme il mondo di tenebre? La luce. Intenso, astratto ed assoluto, il bianco più luminoso scava profonde ferite nel nero: “la veglia della ragione uccide i mostri”. Dylan non ha più paura, perché è involontariamente diventato il nuovo apostolo del terrore. Gli ultimi elementi surreali che abbandonano Dylan nel bianco sono un gruppo di occhi (a metà strada tra Cronemberg e Dalì) e una bocca che ride, come fosse quella di un clown. L’indagatore deve trovare un compromesso: lasciarsi andare alle paure per mostrare la propria vulnerabilità a questo mondo, senza però lasciarsi sopraffare da esso.

Trovare l’equilibrio richiesto non è semplice. L’orrendo mondo dipinto da Roi appare e scompare davanti ai suoi occhi, con creature prese dall’orrore classico e moderno, che a fasi alterne ghermiscono e scappano dal protagonista. Ogni paura a cui Dylan resta aggrappato per orientarsi si rivela fallimentare. Sono paure scomode, poco funzionali al suo scopo. Non solo deve riuscire a vedere il mondo attorno a sé, deve inoltre riuscire a muoversi agevolmente al suo interno. Dopo non poche difficiltà, Dylan riesce a raggiungere l’erede dell’uomo nero, con cui instaura un dialogo surreale per convincerlo ad agire secondo il volere paterno, attraverso tenere minacce costruite ad hoc per un mondo di paura. Il culmine viene raggiunto con lo sketch dello scambio di giacche tra l’indagatore e Groucho, solo che stavolta, sotto di essa, Dylan nasconde una letale… caramella. Un inside joke assolutamente gustoso. Questo dialogo è il preludio alla chiave di volta che scombinerà l’equilibrio della trattativa a favore di Dylan. Se è vero che “non scampa, tra chi veste da parata, chi veste una risata”, l’arma definitiva (come in passato è stato suggerito da Groucho) è la risata stessa, con cui Dylan abbatterà pezzo dopo pezzo il mondo del terrore, costringendo il ragazzino terribile alla resa. Il piano di cui è ospite gli manda contro ogni paura possibile ma Dylan, in linea alla propria storia costellata di mostri, resta fedele “all’incubo che si è scelto”, rendendogli impossibile soffocare il sentimento di meraviglia che prova di fronte al grottesco, come i migliori pittori espressionisti tedeschi. Chiude la sequenza una splendida citazione a Quelo, assolutamente adatta all’ironia della storte dell’indagatore.

Si spegne la luce. Quando Dylan riprende i sensi, davanti a lui c’è un nuovo personaggio femminile. Il sapore dell’incontro ricorda il retrogusto agrodolce del dialogo con Mater Morbi, altra donna irresistibilmente bella. Durante la sua presentazione la donna muta forma, mostrando mille volti dell’orrore (con un bel tributo alle visioni di Giger), senza alterare la bellezza percepita dagli occhi sognanti di Dylan. La signora è la padrona del luogo, l’incarnazione della Paura (come fu Mater Morbi per la Malattia). La calma (e l’assuefazione) di Dylan viene sintetizzata da una battuta dissacrante, che apre alla seconda parte del dialogo, su tutt’altro registro. Il gioco di seduzione della donna diventa perverso, mostrando il lato oscuro del piacere che Dylan prova di fronte all’orrore, rendendo di pubblico dominio la sua dipendenza da esso. La madre degli incubi è il boss finale di Dylan, il non plus ultra di quanto possa mai immaginare dal suo lavoro e dalla sua vita. Questa lo lascia nudo davanti alla sua disarmante debolezza, come ogni drogato, come ogni uomo: Dylan ha paura di non aver paura. Cos’è un uomo senza la sua dipendenza? Nulla, se su di essa è costruita la sua intera vita. Proprio come accadde con l’alcool, Dylan ha nuovamente un grosso problema tra le mani.

L’ultimo incontro tra il figlio dell’uomo nero e Dylan sarà quello risolutivo, per entrambi. Il primo dipingerà davanti agli occhi del protagonista la realtà delle cose, costruendo una piramide di incubi che potrebbe crollare da un momento all’altro, facendone apprezzare a pieno l’importanza. Questo sarà la realizzazione del desiderio del padre, mentre Dylan fronteggerà le sue paure con un occhio diverso. La madre di tutti gli incubi si congeda, ridimensionando l’ego da cavaliere senza macchia e senza paura dell’Old Boy, chiudendo l’incontro con Dylan come avrebbe fatto qualsiasi altra donna. Come da tradizione Dylaniata, la conclusione razionale riporta l’eterno ragazzo alla realtà, offrendo al lettore un controfinale surreale che conferma il ritorno delle paure, in grande stile, nei migliori incubi.

In un albo di altissimo livello, Dylan non vuole crescere, per non emanciparsi dalle proprie paure, proprio come il figlio dell’uomo nero che non vuole prendersi le proprie responsabilità familiari. Il suo essere Peter Pan torna padrone della scena, lasciando momentaneamente da parte la continuity per far posto ad un albo più intimo ed emotivo. Paola Barbato e Corrado Roi confezionano un numero incredibile, che trae forza dell’impatto grafico e del racconto curato della dualità dell’animo umano, sempre in bilico tra l’aspetto infantile e il disincanto dell’età adulta.

IL BIANCO E IL NERO

uscita 29/08/2017

Soggetto: Paola Barbato

Sceneggiatura: Paola Barbato

Disegni: Corrado Roi

Copertina: Gigi Cavenago

Qualcosa non va nella vista di Dylan: davanti ai suoi occhi, cominciano ad apparire, sempre più insistentemente, strane macchie nere. Ma, in realtà dietro il curioso fenomeno si cela una figura che, a partire dai giorni dell’infanzia, da sempre regna sovrana nelle profondità più recondite delle regioni dell’Incubo: L’Uomo Nero.

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