#SergioBonelliEditore / Dylan Dog Color Fest – Lo scuotibare

Mirko Tommasino

A maggio il Color Fest di Dylan Dog cambia forma, proponendo ai lettori un’unica storia completa tutta a colori nel nuovo, ventunesimo, volume della collana. Arriva in edicola in contemporanea con un altro volume a colori, il primo di una nuova testata dedicata all’indagatore dell’incubo e, più in particolare, al suo creatore: Il Dylan Dog di Tiziano Sclavi.

Mentre in passato il colore su Dylan era dedicato a particolari episodi commemorativi (i centenari numerici), oggi è piuttosto frequente incappare in storie policrome. L’effetto della meraviglia derivante dal vedere il personaggio muoversi in un nuovo mondo variopinto è finito, e il modo in cui viene colorata è forse oggi più che mai un elemento che può impreziosire una storia. Per questo motivo, leggere nello stesso periodo due Dylan colorati in maniera così particolare è sicuramente un evento insolito, che richiede qualche riflessione.

Se sul Dylan Dog di Tiziano Sclavi viene proposta una colorazione volutamente in linea con la produzione americana anni ’50 (tinte piatte e retini, effetto ingiallito della carta e con i baloon bianchi per non compromettere la lettura) realizzata da Luca Bertelè e richiesta direttamente dallo stesso Sclavi, sul nuovo Color Fest il lavoro di Sergio Algozzino va in una direzione diversa, con risultati altrettanto eccellenti.

Come lo stesso colorista ha dichiarato, c’è stato un grandissimo lavoro di ricerca per raggiungere le cinquantasette sfumature di colore che troviamo nell’albo, partendo da un’esplicita richiesta del curatore Roberto Recchioni. L’impatto visivo dell’albo è devastante: tanto la copertina pittorica di Giulio Rincione ha evocato un mondo complesso, ricco di ombre e sfaccettature nascoste, tanto le tavole a tinte piatte, senza sfumature e senza ombre ha mostrato un altra prospettiva sullo stesso mondo: esplicito, senza parti oscure o nascoste, crudo e schietto.

Un lavoro certosino di colorazione, particolarmente d’impatto nel caso delle splash page e degli establishing shot, che ha fatto risaltare al meglio i disegni dell’albo, firmati da un ottimo Giorgio Pontrelli. Il suo tratto con linee così spigolose e definite è perfettamente congeniale ad una regia che predilige una narrazione ispirata ai vecchi numeri della testata (proponendo su alcune tavole un layout a tre vignette -due orizzontali a sinistra e una verticale a destra- particolarmente comune nell’epoca delle freccette per guidare la lettura), raccontando la storia con inquadrature drammatiche e chiare.

Giovanni Masi, autore della storia, non si è limitato però a proporre una narrazione che percorresse di pari passo uno stile legato al primo Sclavi. La narrazione avanza e le vicende in cui Dylan è coinvolto cambiano. C’è l’azione dura e cruda, anche con tavole decisamente gore, c’è un Groucho azzeccatissimo nel suo essere surreale e un mondo d’orrore sotterraneo da esplorare.

La storia funziona e si legge con piacere, con un Dylan che fatica a trovare il bandolo della matassa fino alla fine della vicenda, dopo essere stato per alcune tavole (giustamente) un po’ vittima degli eventi, immerso in una Londra che cade a pezzi.

 Lo Scuotibare (ventunesimo Color Fest di Dylan Dog, edito da Sergio Bonelli Editore) è una storia che sicuramente merita un volume a sé stante, che sazia quella nostalgia di Dylan Classico tanto cara ad alcuni lettori, pur non deludendo assolutamente chi si aspetta dei canoni più affini alla narrazione contemporanea.

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