#SergioBonelliEditore / Monolith – Recensione

Mirko Tommasino

Raccontare una storia autoconclusiva significa selezionare la vicenda che ha cambiato la vita del protagonista. Il personaggio principale entra nell’arco narrativo passando da una condizione A ad una condizione B che si stabilizzerà su uno status quo diverso da quello di partenza.

Monolith (edito da Sergio Bonelli Editore) rientra in questa categoria di storia: Sandra ha un rapporto tormentato con il suo compagno, Carl. Egli vuole sempre il meglio per la sua compagna e per il loro figlio, David. Regala a Sandra un’automobile di ultima generazione, la Monolith. A bordo di questo gioiello d’avanguardia tecnologica (l’automobile più sicura sul mercato), Sandra si allontanerà per un po’ da Carl, portando con sé David. Durante il viaggio, arrivati in pieno deserto alcune circostanze porteranno i due ad una situazione drammatica: Sandra resterà chiusa fuori la Monolith mentre David è sigillato al suo interno.

Questa esperienza pone la donna di fronte ai fantasmi del proprio passato, costringendola a chiedersi se è la madre inaffidabile descritta da Carl o la donna che merita un riscatto che crede di essere. Quanto è disposta a rischiare e a mettersi in gioco per salvare la vita di suo figlio? Il dissidio interno della donna costituisce la spina dorsale della narrazione rendendo avvincente l’intera vicenda che, a conti fatti, si svolge per buona parte attorno ad un automobile ferma nel deserto.

Intrecciato al dramma personale della donna, c’è una questione morale che è materia di discussione del mondo moderno a partire dalla rivoluzione industriale: la tecnologia può essere intrinsecamente buona o malvagia? La Monolith rappresenta la perfezione tecnica da consegnare all’utente finale che non vuole porsi nessuna domanda sul prodotto che acquista: tutto è automatizzato ed ottimizzato per la sua sicurezza, non è richiesta nessuna competenza particolare per il suo utilizzo e, ovviamente, è un pacchetto a tenuta stagna formato usa e getta, impossibile da manutenere in modo casalingo. Controllabile continuamente da remoto se connessa al satellite, diventa il manifesto del consumismo basato sulla paura del pericolo, vendendo sicurezza in cambio di informazioni personali preziose. Partendo da questo presupposto, si tratta di una tecnologia assolutamente neutra, a prova d’idiota, che richiede una sola cosa al suo fruitore: seguire le istruzioni di utilizzo.

L’auto ci viene presentata prima da uno spot pubblicitario, poi da una descrizione di Carl. Sandra non ascolta il compagno, perché non le interessa. Sandra è fuori dal tempo della Monolith, ascolta musica di rock classico, si muove su una vecchia automobile e non mostra alcun interesse consumistico nelle sue azioni. Se quanto citato da Roberto Recchioni nell’introduzione del secondo volume è vero (“Show don’t tell”) è vero, abbiamo tutti i presupposti per immaginare che il rapporto tra la donna e la nuova automobile porterà a qualche vicenda spiacevole.

Sandra va via di casa per non essere oppressa dal marito, lei è uno spirito libero e Carl è una persona ansiosa che vorrebbe tenere Sandra e David sotto una campana di vetro. Lei è libertà, lui è controllo. Sandra abbatte quel muro invisibile fuggendo dalla casa di bambola con la sua vecchia automobile, per dimostrare finalmente a Carl di essere una persona emancipata e responsabile. Pur di imporsi agli occhi di Carl, mette ripetutamente (e involontariamente) in pericolo sé stessa e David, fornendo al padre di quest’ultimo un’ottima scusa per farle accettare un compromesso: lui la lascerà partire senza chiederle nulla a patto che lei viaggi con la Monolith.

Inizia il viaggio. Sandra inserisce il telefono nel cruscotto dell’auto (come un monolite nella terra) e disattiva il sistema di navigazione dell’automobile per sfuggire al controllo remoto di Carl. È tutto così semplice? Ovviamente no. Fino all’incidente che la terrà bloccata nel deserto, Sandra abbandona la sovrastruttura che si era imposta agli occhi del marito, prendendosi delle libertà che in casa sarebbe stato impossibile concedersi. Queste azioni segnano lo scorrere del tempo: lascia l’ambiente antropizzato cittadino per il selvaggio deserto, sentendosi libera nella solitudine della notte.

L’imponente autovettura sfreccia nel buio lasciando quattro lame di luce bianche e rosse (un po’ come i Corvi di Orfani, figli degli stessi autori), uniche fonti d’illuminazione. La Monolith è l’auto più sicura del mondo perché mette al primo posto la sicurezza dei suoi passeggeri, ma questo non basta per evitare l’incidente che muterà un viaggio in una sfida di sopravvivenza.

Arriva il primo contatto tra Sandra e il suo stato onirico, dove i suoi drammi personali vanno oltre ogni sovrastruttura e la portano a puntare il dito verso sé stessa, giudicandosi colpevole. La donna è costretta ad uscire dall’auto e se il deserto dall’interno della Monolith era descritto come il paesaggio perfetto per un viaggio (archetipo dell’immaginario occidentale del percorso senza meta), dall’esterno della vettura appare nella sua vera natura: oscuro e minaccioso, con i pericoli che aumentano passo dopo passo.

La sua figura nera è prima una silhouette con gli occhi tesi, poi un faro nella notte. Procede lentamente nel buio fino ad incappare in una circostanza (tanto fortuita quanto assolutamente possibile) che, suo malgrado, la costringerà a non poter rientrare nell’automobile.

Come se non bastasse vivere l’incubo universale di ogni genitore da quanto esiste l’automobile privata, la situazione peggiora. Sandra si accanisce sull’auto e questa non reagisce bene. Le tavole che raccontano questa sequenza riescono nell’intento di rendere visivamente un’esplosione assordante di luci e suoni, nel suo netto distaccarsi dalle sequenze notturne. L’impatto della tricromia è devastante, tanto da far sentire nel lettore un vero sollievo tornando al successivo buio silenzioso.

Il deserto è pieno di pericoli esterni, e Sandra per fronteggiarli sarà costretta ad utilizzare a suo vantaggio ciò che ha a disposizione. Qui si manifesta per la prima volta un altro tema della storia: la tecnologia utilizzata non come strumento (secondo la sua naturale connotazione di produzione) ma come utensile (atto ad uno scopo preciso, a prescindere dal suo uso nativo). Sandra sfrutta a suo vantaggio ciò che prima era un’arma contro di lei dalla Monolith per difendersi dagli altri predatori della zona, godendosi successivamente il meritato riposo ricco d’incubi che chiude il primo volume.

Il secondo volume presenta il deserto profondamente mutato, con una luce accecante. Ciò che prima era disegnato da lame luminose, ora è un corpo nero all’interno dello spazio. Nelle tavole pittoriche di LRNZ, la Monolith è un singolo corpo oscuro che si muove su una palette di colori luminosi (prevalentemente blu ed arancione), mostrando Sandra ancora più fuori posto con i suoi capelli scuri e gli abiti totalmente neri. Possiamo contare le gocce di sudore sul suo viso e su quello di David.

Gli ampi panorami rendono perfettamente la scala della donna nei confronti dell’intero mondo, trasmettendo ancor di più quel senso di solitudine ed isolamento introdotto dalla notte. Per la prima volta Sandra agisce su una nuova strada, trovando la chiave inglese che l’accompagna nelle immagini promozionali. La speranza che sia una soluzione dura poco, mostrandole ben presto il lato negativo della medaglia.

Tra le tavole presentate negli scorsi giorni, ce ne sono alcune che raccontano le allucinazioni di Sandra. La sintesi dei colori piatti che si contrappone alla soluzione pittorica realistica del resto dell’albo, rende perfettamente lo stato di confusione in cui verte la donna e il loop da cui non riesce ad uscire: la ricerca dell’indipendenza dal marito e l’apertura della Monolith (soluzioni in contrasto tra loro).

Siamo al culmine dell’emergenza, è passato molto tempo: le ombre sulla sabbia desertica sono mutate più volte. Sandra è sola con un problema di cui si sente responsabile, costretta a cavarsela da sola. Senza fare spoiler sul secondo volume (appena presentato al Napoli Comicon), possiamo affermare che gli autori non indugiano oltre sulla condizione critica, portando la protagonista alla scelta finale, quella che davvero potrebbe costarle il prezzo massimo da pagare.

L’ultima parte della storia è un rush velocissimo, da leggere con il fiato in gola, come ogni ultimo atto dei film d’azione ben riusciti, con un finale altrettanto valido, in linea con quanto raccontato fino a quel momento. Sandra è cambiata e il suo mondo ha trovato un nuovo equilibrio.

Cosa resta al lettore al termine della lettura?

-Una storia solida (sceneggiata Roberto Recchioni, su soggetto di quest’ultimo, e Mauro Uzzeo) che tiene il lettore incollato al fumetto.

-La suggestione delle immagini (dalla composizione delle copertine -da leggere in stretta continuità tra loro-, allo studio della luce, dei colori e del processo di stampa, di cui ci parlerà prossimamente LRNZ -disegnatore dell’albo e visual designer della pellicola- in un’intervista esclusiva).

-Molta curiosità in previsione dell’uscita al cinema estiva della pellicola, nata dalla stessa idea di Roberto Recchioni (con sviluppi narrativi diversi), sceneggiata da Mauro Uzzeo e diretta da Ivan Silvestrini.

Monolith è l’esordio della Bonelli in libreria con volumi a fumetti, un prodotto che ha avuto una storia produttiva travagliata (dal punto di vista cinematografico e fumettistico) conservando un carattere forte, raccontando un dramma personale attraversato dalle le azioni compiute in prima persona dalla protagonista.

Probabilmente uno dei prodotti migliori della casa editrice milanese, Monolith è diviso in due volumi cartonati di grande formato (primo e secondo tempo) al costo di 16€ l’uno, disponibili rispettivamente dallo scorso Lucca Comics & Games e dal Napoli Comicon di quest’anno.


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