#SergioBonelliEditore / Orfani: Sam – Cavalli e segugi – Recensione

Mirko Tommasino

Uno dei maggiori punti di forza di Orfani (testata edita da Sergio Bonelli Editore) è la resa visiva delle storie, sempre dinamiche e colorate. Ogni numero presenta una o più eccellenze del settore fumettistico italiano che, con qualità incredibile, disegnano tavole affascinanti ed efficaci. Cambiare registro visivo nel corso dell’albo è un azzardo: in Orfani ogni tipologia di sequenza viene affidata ad un diverso disegnatore e colorista (sia essa deserto, azione, sogno o altro), che continuerà a raccontare quella porzione di storia anche all’interno dei volumi successivi, rendendo imprescindibile la propria firma per rendere quell’atmosfera. Il risultato di questa antologia di stili è stupefacente, per armonia ed efficacia. Su Orfani: Sam 4 – Cavalli e segugi, la sceneggiatura di Roberto Recchioni e Michele Monteleone viene disegnata da Werther Dell’Edera, Luca Claretti e Luca Casalanguida, con i colori di Stefania Aquaro (che, nonostante le tipologie molto diverse di tratto, mantiene una coerenza visiva impressionante tra una tavola e l’altra). A completare il quadro, c’è la copertina disegnata da Carmine Di Giandomenico, colorata da Giovanna Niro.

Il quarto numero della sesta stagione di Orfani è il passo indietro che si fa di fronte ad un puzzle, per vedere se ogni pezzo sta andando effettivamente nel punto giusto. Ciò non significa che sia un albo privo d’azione, anzi. Tutto il volume ha un tema centrale, di fondo: il rapporto tra umano e non umano, dove finisce l’uomo e dove inizia la macchina. Questo interrogativo viene declinato con risultati diversi per ogni personaggio coinvolto nella serie, con risvolti interessanti. Per analizzare al meglio quanto visto nella storia di questo mese, nella recensione sono presenti numerosi spoiler sull’albo.

Gli androidi sognano pecore elettriche? Assolutamente no. Sognano, come tutti, un mondo in cui identificarsi e sentirsi ben voluti. Nel mondo della veglia, la sua spalla robotica non fa altro che sottolineare la sua inadeguatezza, seppur con spirito da buddy movie, creando tra loro un confronto che, però, resta tra macchina e macchina. Per questo, quando Ringo sogna si prova ad immaginarsi pari tra pari con gli altri Orfani, pur essendo cosciente del suo essere profondamente diverso rispetto a loro. Il sogno di trasforma in incubo, lui non ha sangue da versare sull’Albero delle Pene, è una pedina senza sacrifici personali (o, almeno, così è fino ad ora). Non c’è posto per lui nel paradiso dei dannati, il suo inferno è in terra, lastricato di obbedienza che crea mascherata da sarcasmo. Generato e non partorito dalla stessa follia della madre, il suo scopo univoco è ciò che lascerà questo Pinocchio un bambino di legno, esiliato da chi ha portato per primo il suo nome, togliendogli anche quel piccolo barlume di umana identità. Curioso, poi, che un essere figlio della tecnologia scelga per muoversi il mezzo più naturale che ci sia, per antonomasia. Non potendo camminare (nel senso umano del termine, visti i tessuti sintetici), si affida ad altre gambe naturali quelle del cavallo Dinamite (di texana memoria), introdotto in chiusura del numero precedente. Il pistolero è completo, costituito da cavalcatura ed armi. La maschera di un’idea continua a vagare nel suo quotidiano, in cerca della sostanza che possa renderlo effettivamente umano. Ringo cita John Donne, includendosi in un arcipelago di uomini. Come lui, anche Dylan Dog in passato ha fatto la stessa citazione sperando di includersi nell’umanità, ma in entrambi i casi è servita unicamente a sottolineare la loro non appartenenza ad essa: il primo per l’essere costituito da tessuti sintetici, il secondo perché avvolto dalla più efficace barriera tra gli uomini, la malattia.

La dicotomia uomo/macchina riporta anche in auge la figura della defunta Madre Severa, Jsana Juric, svelando un importante segreto legato alla sua persona. L’ideale diventa eterno trascendendo i limiti umani, affidandosi prima alla tecnologia e poi alla fede. Il corpo umano è fallace, per questo motivo la Dea si è affidata, a quanto pare, alla tecnologia. Mantenendo il suo corpo come fosse un tempio immortale, ha trasceso i suoi limiti fisici, decidendo lei stessa quando e come dare una svolta alla propria esistenza diventando, di fatto, autrice della sua stessa storia, del suo stesso mito. Il controllo dell’uomo sulla macchina (figlia del suo ingegno) viene ribadito anche in questo caso: le figure di Marta la Pazza (Hack, in omaggio alla defunta astrofisica italiana?) e del suo allievo Miyamoto Fudo (anche qui, omaggio a Miyamoto Musashi e a Fudo, protettore delle impurità fisiche e spirituali del buddhismo?) rappresentano insieme il delirio umano verso l’eternità, la creazione di avatar fisici in cui infondere una sorta di coscienza, per diventare immortali. Dai loro studi sono stati generati, però, solo strumenti di morte e dominio: i Corvi e Jsana Juric stessa, che hanno condannato il resto del genere umano all’autodistruzione.

Contrapposti ad essi (come verrà confermato in chiusura d’albo) c’è il governatore Garland, umano al 100%, incline alle debolezze della carne (seppur, in quel caso, sintetica), che gioca una partita del tutto umana contro la divinità immanente che lo ha preceduto, sfidandola sul suo stesso terreno, contro il delirio dei suoi fedeli. In Orfani: Nuovo Mondo è stata posta l’attenzione su Rosa, mostrata (e condannata) all’atto pratico come una terrorista idealista, mentre qui la pistola di Garland rimette ugualmente al suo posto il seguace più fervente della religione legata alla Presidentessa, imponendo nuovamente la legge dell’uomo al di sopra della legge degli dei, eliminando i fanatici in attesa del miracolo, mostrando un uomo artefice del proprio destino.

Garland non vuole cedere la guida del mondo alla divinità, per questo motivo tiene sotto controllo efficacemente il suo avatar fisico (corpo e mente), mentre incontra molta difficoltà con il suo lascito umano: i suoi figli. Perseo e Andromeda chiudono il cerchio del rapporto uomo/macchina, esplicitando (come solo i bambini sanno fare) le due posizioni distinte presenti all’interno dell’albo. Sam vive una dicotomia di fondo: aiuta gli orfani della Juric per istinto materno o per seguire gli ordini? Dove finisce il suo obbligo, dove inizia il suo retaggio umano? Come il nuovo Ringo, anche lei sa soltanto quello che non è, per questo restituisce la responsabilità di deciderlo ai due ragazzini che, a loro volta, fanno fatica a contenere una questione più grande di loro. Come ogni bambino, entrambi seguono i loro bisogni primari di accettazione, trasferendo nella figura genitoriale che li accompagna un loro sguardo ideale, celando (in realtà) un profondo legame, che scalpita sotto la superficie.

Sam deve servire e proteggere, ma il modo in cui lo fa è decisamente farina del suo sacco. Il sacrificio è una componente tutta umana della lotta, perché richiede prima di tutto una forte coscienza di sé, per donarla all’altro in pericolo. Se (almeno per ora) quelli di Sam fossero solo ordini a cui obbedire, probabilmente Recchioni & Monteleone non calcherebbero così tanto la mano su una componente fortemente materna della sventurata Orfana. Pur in seria difficoltà, Sam non smette di essere luce e guida dei due bambini, spostandosi nuovamente verso il suo lato non umano per mostrar loro la strada, almeno tramite visioni e sogni.

Insomma, Orfani: Sam si conferma una stagione incentrata sul legame di identità intesa come appartenenza: all’umanità, al mondo sintetico, ad una stirpe, ad un ideale. Più i personaggi vivono questo dissidio, più il racconto prende forza.

Allo stesso tempo, però, Orfani resta un fumetto profondamente d’azione, con spacconate assurde (e divertenti) durante gli scontri, che appaiono sempre più grotteschi ed inimmaginabili, volti a sorprendere sempre di più il lettore, un po’ in stile Michael Bay.


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