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Ufficializzata la data di debutto al cinema per la serie The Inhumans.

Come si può vedere dall'immagine sottostante, oltre il logo ufficiale, c'è anche la data di esordio per i primi due episodi che saranno proiettati nei cinema IMAX negli Stati Uniti.

inhumans logo e data

Sarà venerdì 1 settembre 2017 il giorno in cui finalmente la Famiglia Reale Inumana entrerà nell'universo cinematografico Marvel, il 26 settembre, invece, arriveranno sul canale televisivo ABC con altri 6 episodi.

#Flash / 3x17 - Duet

Mon-El e Hank portano Kara in coma a Central City per chiedere l'aiuto di Barry e la sua squadra contro Music Maister. La situazione si complica quando Music Maister colpisce anche Barry e manda i due eroi in una specie di sogno condiviso, un Musical in cui dovranno destreggiarsi tra gangster che hanno il volto dei loro amci e alleati.

Premessa: per opinione personale i Musical dovrebbero essere visti al cinema e non in un telefilm (non ho mai visto Il mio musical di Scrubs per fare un esempio) e quindi è con una certa apprensione che ho premuto il tasto play su questa puntata. Timori giustificati? No.

Il problema tipo dei musical, il bilanciamento tra dialoghi e musica, è stato superato senza troppi intoppi, senza trascurare (parlando di una serie di supereroi) la componente action, molto curata e sopra gli standard per una puntata di Flash. La storia è piuttosto banale e serve sopratutto per portare la pace, nel finale, nelle travagliate storie d'amore dei protagonisti (Iris e Mon-El ringraziano) e quindi la responsabilità di portare avanti il carrozzone viene lasciata al talento (canoro ma non solo) degli attori: Melissa Benoist e Grant Justin si sono rivelati ottimi cantanti e ballerini (Melissa già in Glee aveva dato buona prova) ma la parte del leone la fa Jhon Barrowman, grazie anche alle migliaia (non sto scherzando, andate a controllare) di spettacoli nei teatri di Broadway. Davvero una sorpresa, infine, Carlos Valdez: chi lo avrebbe detto che Cisco avesse una voce così bella?

La maggior parte dei rapporti non sopravvive alla prima cena con i rispettivi genitori. È un fatto e i supereroi non fanno eccezione

Nella scorsa puntata abbiamo visto un enorme astronave avvicinarsi alla terra. I suoi occupanti sembravano cercare qualcuno e quel qualcuno è Mon-El di Daxam, e a comandare l'astronave ci sono i suoi genitori: il Re Lar Gand e la regina Rhea. Scopriamo così la vera storia di Mon-El, non guardia reale salvata dal suo sovrano dal cataclisma del pianeta Daxam ma principe ereditario della casa reale, fuggito passando sopra il cadavere un emissario kryptoniano. 

La seconda stagione di Supergirl qualitativamente supera la prima, e anche questo è un fatto, nonostante qualche scivolone che poteva essere evitato. Star-Crossed è uno di questi scivoloni. Il target della Cw è adolescenziale e questo lo sanno anche le pietre ma questa puntata scade veramente troppo nel romanzetto rosa, con dialoghi e situazioni stereotipate e affettate. Tutto sembra costruito per mettere un altra pietra (tombale stavolta) sul rapporto tra Kara e Mon-El. E il fatto che la sottotrama, con Winn che scopre che Lyra è una ladra di opere d'arte, sia identica alla trama principale (e sviluppata molto peggio e di fretta) non aiuta affatto. 

Unico lato positivo è il finale, in cui fa la sua apparizione Music Meister (ve lo ricordate quel piccolo capolavoro che è Batman: The Brave and the Bold?), il Villain del Crossover musicale con Flash

È stato pubblicato da Netflix il primo trailer del live action di Death Note, messo online dall'account twitter statunitense dell'azienda. Ecco a voi il video:

Adrian Chase, il procuratore distrettuale che Oiver considerava un amico e alleato, si nasconde sotto la maschera di Prometheus. Deciso a distruggere Oliver rapisce Susan e la tiene prigioniera tenendo in pugno Green Arrow

Che grande episodio. Finalmente Adrian Chase gioca a carte (e viso) scoperto con il Team Arrow, confermandosi forse l'avversario peggiore incontrato finora. Ras, Slade e Damien erano malvagi e intelligenti ma non erano anche dei sociopatici totali, avevano delle convinzioni, degli ideali e dei limiti (e secondo Oliver anche l'onore nel caso di Ras, cosa di cui non sono convinto). Adrian no, ha solo il suo obbiettivo finale, e se qualche ostacolo si posa sul suo cammino lui lo rimuove (volete la prova? Guardate la puntata). Il comportamento di Adrian comincia a far pensare che la vendetta sia solo una mera scusa per fare del male ad Oliver. Una volta finito con lui cercherà qualcun'altro da distruggere.

Dall'altro lato della barricata Felicity si rivela la vera delusione emotiva. La sua discesa nell'antro della bestia, l'Helix, non solo l'allontana sempre di più da Oliver ma siamo sicuri che neppure lei si rende conto di con chi ha a che fare. Si vergogna di quello che sta facendo, ma cerca di giustificarsi dicendo che lo fa per aiutare i suoi amici. Dov'è il candore e l'innocenza di Felicity?

Per una volta i flashback sulla Russia sono al livello del resto della trama. Non si può che provare affetto per Anatoly, vero mentore di Oliver della quinta stagione (lo ascoltasse una volta ogni tanto sarebbe una grande conquista)

Nei primi episodi si punta a disgregare le credenze di Danny, prima la sua identità, dopo la sua forza, due cose importanti, le due cose che insieme fanno di lui Iron Fist, tutto per mano della famiglia Meachum che dovrebbe solo aiutarlo. I fratelli Joy e Ward Meachum sono gli unici che possono aiutarlo e i primi a non credergli. Destabilizzato può contare solo su una nuova conoscenza, Colleen Wing. Immancabile l’arrivo di Rosario Dawson nei panni di Claire Temple, la guaritrice dei Difensori. A rendere le cose molto complicate un vecchio conoscente delle trame Marvel/Netflix, la Mano.
Questi ultimi due elementi creano uno dei tanti “perché” di questa seria, perché, ora che tutti i Difensori sono stati sguinzagliati, nessuno, e qui si parla di Claire, vista la pericolosità degli avversari non pensa già a chiedere aiuto ad almeno uno di loro? Ovvio, questa è la serie di Iron Fist, ma è ovvio anche che non ha senso non farlo.
Danny è un ragazzo semplice, cresciuto da monaci, ha una morale forte e questa influisce nel suo modo di relazionarsi con New York. La sua eredità è importante a livello economico e di potere, ma Danny Rand non è Bruce Wayne.
Il ma più grande però è che Denny è ancora un ragazzo di 25 anni, e la vita monastica non lo ha reso ancora un adulto.
Iron Fist è difatti una storia di formazione, Danny Rand e Iron Fist sono forse due identità che non possono vivere assieme, e la soluzione al quesito, alla scelta, giungerà solo alla fine.
Tutto questo passa attraverso una linea narrativa poco chiara e probabilmente troppo lunga, quella sulla famiglia Meachum, che spesso sembra esulare totalmente dalla linea narrativa di Danny. A loro difesa i personaggi principali compiono ognuno un grande arco narrativo, turbolento e instabile, il che li rendea volte la vera forza portante della serie, ma allo stesso tempo il suo punto debole, questo perché si passa spesso dai problemi di Ward che Joy cerca di risolvere, alle battaglie di Danny, unendo scene di forte conflitto interiore con scene di enorme conflitto esteriore, troppo dissonanza nel vedere un uomo in crisi e uno combattere.
E se nella prima metà della stagione sembrano aprirsi mille possibilità, nella seconda parte invece inizia a diventare tutto o quasi prevedibile.
Purtroppo spesso la situazione ristagna, a volte è confusa, sopratutto nella parte centrale della serie, le ultime tre puntate sono più chiare e lineare, ma tutto troppo in fretta e si poteva diluire in qualche episodio in più.
Peccato perché i concetti di cui Iron Fist parla sono validi, ma escono fuori poco chiari, la ricerca di se stessi non può essere data dalla propria famiglia qualunque essa sia. L’idea è bella, ma non attecchisce, non è potente per come viene mostrata e non scalda il cuore dello spettatore.
Una delle differenze sostanziali con gli altri Difensori è dove si ambienta, i precedenti ci mostrano tutti situazioni di strada, ma Iron Fist combatte ai piani alti di una New York che fa fatica ad uscire fuori.
Le recitazione sono valide, escono bene sopratutto Ward e Harold Meachum, rispettivamente padre e figlio. I combattimenti sono ben coreografati, ma la regia non eccelle nel mostrarceli, tentando un approccio visivo più classico nella maggior parte dei casi, mentre in altri si cerca una cosa relativamente più moderna, come lo splittare lo schermo con diverse inquadrature sulla stessa azione, oppure su azioni diverse, una tecnica che personalmente non mi dispiace, ma che non è così fresca.
Iron Fist è quindi l’ultima prima dell’unione dei quattro e, dopo il quasi unanime consenso per Daredevil e Jessica Jones, arriva forse una seconda serie, insieme a Luke Cage, non troppo esaltante da rispettare gli standard dei primi. 

Il mio consiglio è comunque quello di dare una possibilità a questa serie, perché può piacere e non piacere, ma di sicuro potrete evitare l’abbuffata compiuta dal sottoscritto.

La prima puntata di Iron Fist ci catapulta subito nel passato di Danny e lo fa nel modo giusto. Danny riappare in città dopo tanto tempo, sembra un barbone e tutti lo prendono per tale. Sorride rivedendo il suo palazzo, la sua famiglia è stata molto ricca e importante. Eppure nessuno lo riconosce, o meglio non possono credere che sia lui, inoltre Danny è tormentato da un ricordo passato, proprio il ricordo per cui tutti non credono che sia realmente Danny Rand.

Danny però ha qualcosa in più (che banalità, ovvio visto che si fa una serie Marvel con lui protagonista), il suo kung-fu non solo la sua forza, ma il suo modo di essere considerato.
I combattimenti arrivano nei momenti giusti, senza esagerazioni o grandi dimostrazioni, la semplicità delle arti marziali spesso basta a fomentare lo spettatore medio, con una buona regia fomenti tutti. Finn Jones è credibile, un bravo attore in una parte dalle sfumature interessanti, che porta ad intravedere un personaggio che dovrà evolvere ancora, sperando in una valida performance attoriale.
La mano di Netflix si sente, ormai è riconoscibile lo stile, ma se avevamo un genere definito con le altre serie, legal drama per Daredevil, un noir per Jessica Jones e un gang movie per Luke Cage, dopo la prima di Iron Fist è ancora difficile poter individuare un genere, ciò non significa che abbia dei difetti, anzi la prima puntata funziona e attrae, quello che serve per dare fiducia ad una serie, nonostante Netflix sia ormai un caposaldo.

La prima puntata è sempre un biglietto da visita, che per ora fa bene il suo dovere.

Wally è stato ingannato da Savitar e ora è intrappolato nello Spirito della Velocità al posto suo. Barry si lancia in una disperata missione di salvataggio ma viene ostacolato dallo Spirito stesso.

Diciamolo a chiare lettere: periodicamente serve una puntata che metta Barry davanti a tutti gli errori che ha fatto. E se a fargli la paternale è la fonte stessa dei suoi poteri potete giurarci che Flash imparerà la lezione. Fino al prossimo errore madornale.

La prima volta che Barry è entrato nella Speed Force questa ha preso l'aspetto di luoghi e persone a lui care (Iris, la sua casa natale). Stavolta l'ambiente è da contrappasso dantesco: Eddie Thawne e Ronnie Raymond (bentornati, anche solo per una puntata) gli fanno capire quante persone si sono sacrificate per lui. Ma sopratutto quanto hanno sacrificato

Len Snart (Miller è forse il miglior attore della scuderia CW, la sua voce graffiante e acuta da i brividi) rappresenta invece tutte le persone che volente o nolente Barry è riuscito ad ispirare ad essere non solo eroi, ma persone migliori. E nel conto c'è anche Wally.

Forse l'unico punto dolente di questa puntata è Jay Garrick. Il ruolo di Deus Ex Machina affibbiatogli anche in questa puntata lascia molto l'amaro in bocca. Si poteva concludere meglio, e in modo più intelligente. Crisi di idee?

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