#Sherlock / 04×03 – The final problem – Recensione

Redazione Geek Area

Tra le icone della narrativa, Sherlock Holmes rappresenta una delle più universali. Partendo dallo stile con cui Sir Arthur Conan Doyle ha narrato le sue avventure, passando per la caratterizzazione dei personaggi e culminando con i rapporti tra essi (vero punto di forza delle storie del detective di Baker Street), l’insieme delle avventure del personaggio si posizionano in modo estremamente riconoscibile nello sterminato universo della storia della narrativa mondiale.

La quarta stagione di Sherlock (forse quella che più ha diviso i fan) si chiude con un assunto fondamentale: qualsiasi cosa accada, il duo Sherlock&Watson sopravviverà, materializzando l’eternità di determinate storie che sopravvivono agli uomini che le hanno vissute. Moffat e Gatiss sono tutto fuorché degli sprovveduti: veicolando questo messaggio, fanno intendere senza se e senza ma che con Il problema finale si è chiuso un ciclo. Mentre le scorse stagioni hanno sempre lasciato un finale aperto ad alimentare il fuoco dell’attesa per la successiva, la quarta stagione di Sherlock chiude un cerchio perfetto, senza conti in sospeso con il futuro. Nell’epilogo del terzo episodio, ogni personaggio ritrova una stabilità, senza grandi colpi di scena o situazioni di tensione.

C’è una differenza, però, con le altre stagioni della serie prodotta dalla BBC: Sherlock è cambiato. Il personaggio interpretato da Benedict Cumberbatch non è più un’isola sperduta nell’oceano: inizia a far parte dell’arcipelago di individui che lo circondano, influenzandoli e facendosi influenzare a sua volta da essi. Nell’ultimo episodio si chiude la trama legata alla sorella minore dei fratelli Holmes, Eures, che in qualche modo rappresenta la spiccata intelligenza sociopatica del fratello di mezzo. Eures è ciò che Sherlock sarebbe diventato se si fosse lasciato andare, isolandosi completamente dal mondo: come il Joker per il Batman, tra i due intercorre una giornata storta (per restare in tema di citazioni) o, in questo caso, tanta solitudine. La puntata gira attorno all’analisi del rapporto famigliare che lega i membri della famiglia Holmes. Scopriamo che la loro storia è ricca di bugie ed incomprensioni, tutte concepite al fine di proteggere dalla verità i membri della famiglia più sensibili. Mycroft si arroga il diritto di cancellare in qualche modo dalla mente del fratello minore la presenza della sorella dopo che lei ha compiuto un atto abominevole. Sherlock, tenuto inconsciamente sotto controllo dal fratello attraverso alcune parole ricorsive che non ha mai compreso, sotto anni di memoria rimossa lasciata a macerare fa riaffiorare i ricordi in modo esplosivo.

L’intera puntata rappresenta il viaggio introspettivo di Sherlock, che costringerà il protagonista ad approfondire la conoscenza emotiva di sé stesso oltre la sfera d’isolamento volontario in cui si è rinchiuso da anni. Mycroft e Watson sono la razionalità e le emozioni del protagonista e, sfida dopo sfida, lo porteranno a trovare risposte a domande che non avrebbe mai avuto il coraggio di porsi. Eures gioca sullo stesso terreno di Sherlock, rendendo un inferno la comfort zone su cui si era adagiato. Non basta l’intuito, non basta l’acume e non basta l’intelligenza. Dopo un incidente scatenante, Sherlock si addentra nei meandri della sua sfera emotiva, Mycroft e la sua razionalità perdono colpi, diventando un peso in situazioni dominate dalle emozioni. Indovinelli e contesti in cui ambientarli, così Eures dimostra a Sherlock che la sua emotività non potrà essere sempre tenuta a bada senza conseguenze, e su questa linea Watson assume un’importanza fondamentale ai fini della comprensione della storia. Il dottore, ormai parte della famiglia, è il Poeta Vate che guiderà il Sommo attraverso l’Inferno, riportandolo alla dimensione umana quando questa viene smarrita.

Durante l’episodio viene finalmente giustificata la martellante presenza di Jim Moriarty nei teaser di stagione: lo spettatore doveva vivere la stessa ossessione del protagonista, consentendo alla dualità tra realtà e paranoia di sopravvivere fino a questo momento. Presente e ricordi, intuizioni e paranoia, realtà e immaginazione: l’intera stagione ha viaggiato su un doppio binario in costante conflitto. Qualcosa non quadra nell’integrità del personaggio di Holmes, deve avere per forza un punto debole che viene costantemente dissimulato (volontariamente o meno). Eures fa a pezzi la sua personalità, manipolandola e ricostruendola, mettendo a nudo lo Sherlock bambino dominato dalle emozioni (che, come spiega Mycroft, ad un certo punto ha lasciato posto all’adulto privo di esse), che farà quadrare i conti con alcuni episodi accaduti durante le precedenti stagioni.

Il personaggio, a questo punto, irrimediabilmente muta. È terminata la Golden Age del detective perfetto, facendo spazio alla sua Silver Age, colma di supereroi con superproblemi. Disponibile su Netflix, la quarta stagione rappresenta il ponte emotivo tra il detective e l’uomo, sono stati mollati gli ormeggi dal porto sicuro rappresentato dai racconti di Doyle. Da questo momento in poi tutto è cambiato:

It’s not a game anymore.


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