#Shockdom / Qvando c’era Lvi 2: Recensione

Fabrizio Mancini

È bastata la prima pagina per capire la grandezza del lavoro di Antonucci&Fabbri in Qvando c’era Lvi 2.

Un vecchio racconta a suo nipote una favola fascista, fatta di assegni famigliari e previdenza sociale. In grembo ha il libro de Il piccolo fuhrer, uno dei meravigliosi extra presenti nel primo volume (qvi la nostra recensione)

È un Dvce moderno, che chatta col suo pubblico, ha i suoi profili social (il cinguettatore è clamoroso, come le altre riedizioni italiane di termini inglese ).

La storia continua la sua evoluzione, fresca e veloce, come nel primo volume si chiude col botto.

 

Faccetta nera! dell’abbissina! amano cantare i fascisti, ma ora non si parla della canzone.

Il Dvce deve far fronte all’evidente problema di pigmentazione, costretto a truccarsi pesantemente per parlare al suo popolo. Benito però ha un asso nella manica, il modo in cui ha risolto ogni fastidio nel passato può benissimo riproporlo oggi. Perché Lvi è la guida che forgia i pensieri e la sua nazione fuori controllo ha bisogno di ordine.

La satira antifascista scorre potente in Antonucci&Fabbri, ma non è limitata. Viene bersagliata una vasta gamma sociale, inoltre viene fatta in vari modi, come ad esempio la conversazione per messaggi. Ognuno reagisce a modo suo, ogni reazione svela un secondo livello di satira, diretto alla categoria. Basta un personaggio visivamente riconoscibile e un’arguta battuta. Questa è la potenza del fumetto, trasforma questi esseri nella vita vera “potenti”, in omuncoli sciocchi e ridicoli con una sola vignetta. Si cela però un’amara tristezza.

Il mondo sembra fatto di uomini con una folle incoerenza verso gli altri e troppa coerenza con se stessi. Puro e semplice conflitto di interessi dato da ciò che la propria figura significa e cosa in realtà si pensa. L’errore è credere che tutto questo sia un errore, come un religioso che professa pensieri che la sua bibbia non comprende. Lui non pensa che sta sbagliando.

La coerenza del personaggio di Benito Mussolini è proprio nel suo essere incoerente. E l’indesiderato colore della pelle rende tutto questo visibile. La satira può fare anche questo. Smascherare l’abominevole italico uomo.

E proprio come il primo volume stupiscono gli inserti finali, qvesta volta ancora più spettacolari.

 

Abbiamo voluto chiedere a Antonucci&Fabbri alcune cose (qvi la nostra passata intervista a Daniele Fabbri):

La vostra satira è come il vero odio, non discrimina, nessuno si salva. Esiste qualcuno di non condannabile?

Filosoficamente pensiamo di no, ma ci sentiamo di escludere tutti quelli che sono morti senza aver lasciato tracce rilevanti, tipo il mio prozio Rinaldo. Che ti ha fatto prozio Rinaldo?

 

C’è un dato inquietante che emerge da questo fumetto come dal film Lui è tornato, dato che in realtà conoscevamo già da tempo. Il consenso che queste figure del passato trovano realmente in questo momento. È una minaccia reale?

Sarebbe stupido sottovalutarla. Forse non è ancora il momento di imbracciare i fucili, ma noi teniamo conto che nel 1919 i Fasci di Combattimento presero meno di 5mila voti alle elezioni politiche, e solo tre anni dopo Mussolini era capo del Governo. E visto che Casapound alle amministrative di Giugno a Roma ha preso circa 15mila voti, noi un occhio aperto lo teniamo sempre.

 

Un personaggio convincente è di solito un personaggio amato da chi lo crea, voi amate il vostro Benito?

Sarebbe estremamente complicato rispondere a questa domanda senza lasciare tracce di spoiler, ma possiamo confessare che noi siamo amanti fedifraghi, vogliamo fargli credere che lo amiamo, mentre in realtà lo stiamo solo usando per i nostri scopi perversi.

 

Da oggi è disponibile il secondo volume di Qvando c’era Lvi, in allegato con Il Giornale.. ah no.


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