#UnaSeriediSfortunatiEventi / Look away! Look Away!

Fabrizio Mancini

“Look Away! Look Away!” intima la sigla originale.

Chi vi scrive è ancora un poco scosso per la fine della prima stagione, parecchio scosso. Intanto perché ero talmente preso che non mi sono accorto che ero arrivato all’ultima puntata, secondo perché ancora una volta siamo davanti ad una serie totalmente surreale e apparentemente divertente che però in un modo o nell’altro tira una mattona allo stomaco neanche fosse un film di Lars Von Trier.

Una serie di sfortunati eventi è una continua suggestione, un’alternanza di buffi momenti, insperate soddisfazioni, enormi e inarrestabili disgrazie. Ogni puntata ci ricorda ossessivamente quanto vedere questa serie provochi solo dolore e sgomento, dalla sigla al narratore, decisamente troppo vero.

I tre orfani Baudelaire non solo cercano di sfuggire alle grinfie del Conte Olaf, ma devono comprendere il mistero che lega tutte le loro sventure al passato dei loro genitori, ma le risposte faticano ad arrivare, c’è sempre qualcosa a impedirgli di afferrare quella verità, il tutto in un mondo di adulti che non sembrano minimamente dar loro retta, sopratutto quando i tre orfani hanno ragione.
Una storia che mette a dura prove le classiche speranze da favola Disney a cui siamo stati abituati dove c’è una giusta alternanza tra difficoltà e soddisfazioni. In questa serie per i protagonisti sembra non esserci un momento per vivere felici, perseguitati e incompresi, vittime di eventi di cui non hanno colpe, ma che sanno destreggiarsi egregiamente e affrontano a testa alta ogni ostacolo. La differenza sostanziale del film è l’approfondimento di questo aspetto veramente cupo.

Doverosa una piccola analisi dal punto di vista tecnico.

Ottimi cambi scena, sembra una cosa sciocca da leggere, me ne rendo conto persino io, ma è così, in questa serie i cambi scena sono veri e propri elementi drammatici, utilizzati in maniera impeccabile, danno ancora più forza al momento torcente dello stomaco.
Il gioco aspettativa-disillusione è mostruosamente bello, ti fa aggrappare continuamente alla speranza che succeda quello che speri, questa sarà la base del movimento torcente dello stomaco.
Vero showman, come prevedibile, è Neil Patrick Harris, che si destreggia in numerosi travestimenti mantenendo in ognuno di essi la presenza del Conte Olaf. Appunto il Conte, un personaggio buffo ma veramente malvagio, un connubio inquietante che rende la sua cattiveria ancora più radicata.

Sono solo due le mie remore: effetti visivi e recitazione.
La prima è veramente elementare, il minimo indispensabile, spesso insoddisfacente. In una serie che punta molto su questo aspetto non può avere effetti dichiaratamente blandi.
La recitazione è a volte un po’ meccanica, ma questo si giustifica sicuramente nella difficoltà di interpretare personaggi decisamente surreali, il che ci porta ad un colpevole unico: la regia, che il produttore esecutivo Barry Sonnenfield condivide con altri due registi.

Personalmente il mio personaggio preferito è sicuramente il banchiere Arthur Poe che si occupa di portare i Baudelaire ai loro tutori. Un impiegato molto zelante che non crede a una parola dei tre fratelli, con un aria apparentemente sicura e saccente, ma sopratutto tossisce di continuo nei momenti meno adatti, e la cosa fa ridere sempre.

Tutto questo in una serie che farà appassionare chiunque, grandi e piccini.
Inutile ormai dire quanto Netflix sbagli sempre meno.


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