#Valiant / Harbinger: Perfect Day / Morte Di Un Rinnegato

Redazione Geek Area

La Valiant ha da dare molto. Ormai lo ripetiamo da diverso tempo noi di Geek Area, ma se lo facciamo è solamente perché stiamo trovando del grandissimo potenziale in una casa editrice che sta man mano sfornando lavori di qualità sempre più alta, sin dalla propria rinascita nel 2012.

Ciononostante il modo migliore per farvi comprendere come i prodotti Valiant possano essere una grande rinnovazione editoriale è trattare gli stessi, ed è questo ciò che faremo, analizzando i primi due volumi di Harbinger editi da Edizioni Star Comics dopo il passaggio dei diritti precedentemente appartenuti alla Panini.

Harbinger è una delle testate più delicate che si possano trovare nel vasto universo Valiant. Come ogni testata prodotta dalla rinata casa editrice le tematiche affrontate sono molto serie, ma in questo caso ancor più che in altre. L’idea di fondo è quella che mise su carta Jim Shooter quando creò tale universo: una fondazione che appare come benevola guidata da Toyo Harada, il più potente psiota esistente, votata allo sviluppo e all’evoluzione dell’umanità. Come nella serie classica troviamo Peter Stanchek che si ribella a colui che si pone come suo mentore dopo aver scoperto le vere intenzione del magnate ed il vero volto della fondazione, la quale risulta essere l’esatto opposto di quanto mostrato attraverso la facciata. Quello che la nuova serie scritta da Joshua Dysart ha di diverso è la non delineata linea di demarcazione fra bene e male che vi era precedentemente. Ma spieghiamoci meglio: ciò che Toyo Harada fa è spregevole, deprecabile, nella maggior parte dei casi orribile, ciononostante Dysart riesce a scrivere talmente tanto bene il personaggio da non farci sembrare completamente assurda questa visione distopica che ci propone.

Toyo è il più grande psiota esistente, almeno fino all’arrivo di Stanchek, ed è consapevole di come il mondo stia andando completamente a rotoli. Decide quindi di fondare la Harbinger per un motivo ben preciso: impedire tutto ciò e, in parole povere, assoggettare tutto e tutti sotto il suo controllo, convinto che sia l’unico modo plausibile per far si che il mondo non prenda una piega ancora peggiore. Durante entrambi i volumi qui analizzati vediamo come la figura di Toyo sia spesso combattuta e più di una volta ci appare sincera nei momenti in cui afferma di non poter fare altrimenti.

D’altro canto i Renegades, squadra formata da Peter dopo la sua fuga dalla fondazione che vede tra le proprie fila Flamingo (Charlene Dupree), Zephyr (Faith Herbert), Torque (John Torkelson) e Kris Hathaway, è fortemente motivata nei propri intenti ed è comprensibile sin da subito come siano la parte più ovvia per cui patteggiare, ma con i loro tormenti adolescenziali, sempre molto seri e dovuti a delle vite più che complicate, spesso rischiano di creare molti altri danni che tendono a farci tornare al ragionamento di Harada-Sama.

Perfect Day si apre dopo la disastrosa battaglia di Las Vegas, vista durante le Guerre degli Harbinger, che sappiamo essersi concluse con una sonora sconfitta per i nostri Renegades. Ed è proprio il modo in cui si apre il volume a lasciare abbastanza costernati; ritroviamo i cinque giovani ragazzi a Los Angeles, intenti a rilassarsi e a godersi del meritato riposo dopo quella che loro ricordano come una vittoria contro Harada. Qualcosa non quadra fin da subito, sopratutto nel comportamento del leader del gruppo, Peter, il quale risulta essere completamente diverso dal personaggio conosciuto in precedenza. Ci troviamo comunque di fronte ad un approfondimento dei vari protagonisti, sopratutto nel caso di Kris e Charlene che sembrano sviluppare un rapporto molto più intimo, arrivando ad avere un risvolto sentimentale sentito maggiormente da Kris, quando la ragazza si trova a realizzare di provare dei veri e propri sentimenti per la compagna di squadra. Altra cosa che viene fortemente analizzata è la spacconeria di Torque, la quale, più che mai, risulta essere uno strumento di difesa per quello che potrebbe essere uno degli elementi più emotivamente fragile e vulnerabile del gruppo.

Le cose però cominciano pian piano a precepitare e si inizia a percepire quell’aria di mistificatoria finzione che tende pian piano a smascherare questo momento perfetto che il gruppo sta vivendo, proprio come nell’ascolto di Perfect Day di Lou Reed (brano da cui il volume prende il nome e che viene citato in chiusura del primo capitolo). Man mano che si procede nel surreale ascolto di una composizione così dolce ci si rende conto come sia più probabile che il poeta newyorkese stesse descrivendo gli effetti dell’eroina più che una giornata perfetta.

Kris inizia a perdere il senno, arrivando ad uccidere, almeno apparentemente la forma inerme di Torkelson. Tutto ciò trasporta gli psioti, d’improvviso ed inaspettatamente, a Torquehalla (mondo inventato dallo stesso Torque nei suoi anni di paraplegia) dove a farla da padrone è tutto ciò che più interessa il ragazzo: donne, metal e combattimenti, il tutto condito in una salsa decisamente fantasy. La narrazione viene quindi spostata per far chiarezza sullo stato delle cose: la battaglia è andata effettivamente come tutti ricordavamo e ad aver avuto la peggio sono stati Peter ed il resto dei Renegades. Ciò che è avvenuto successivamente risulta essere la conseguenza più ovvia; dopo la vittoria Harada-Sama ha rintracciato tutti i ragazzi, li ha fatti entrare in coma farmacologico indotto, sfruttando i tre iperpsichici Kalfus, creando delle realtà fittizie in cui poterli monitorare. Tutti ad esclusione di Peter, su cui Toyo svolge degli esperimenti personalmente, tenendo il resto dello staff allo scuro di tutto arrivando a sacrificare il proprio ciclo del sonno per creare una realtà fittizia in cui imprigionare Peter, studiandolo man mano.

Tutto ciò, come suggerito più e più volte da Ingrid, non porterà nulla di buono, se non una finale crollo di Harada-Sama con una conseguente Tempesta Mentale che come unico esito ha quello di distruggere gran parte dell’equipe presente e danneggiare gravemente la base di El Segundo. Ciò che emerge da entrambi i volumi è come, nonostante risulti essere la mente più brillante del proprio secolo, con dei poteri pari a quelli di una divinità, Toyo sia eccessivamente pieno di se, arrivando a sottovalutare il nemico o a spingersi troppo oltre, ignorando i consigli dei membri più fidati della propria fondazione, che spesso lo porterebbero ad una vittoria precisa e lineare. Proprio questo risulta essere uno degli aspetti più interessanti di entrambi i volumi, difatti ci troviamo di fronte ad un classico “complesso di Dio” che ha inevitabilmente contaminato Harada, facendo compiere allo psiota omega i calcoli sbagliati, portandolo a perdere nonostante la vittoria sia ad un passo, raggiungibile nel modo più semplice. Essere Dio non è semplice, e sono proprio gli dei, come suggerisce Dysart, quelli ad avere più bisogno di consigli.

Quello che ci ritroviamo ad ammirare nelle pagine del secondo volume risulta quindi essere uno scontro quasi mitologico, simile a quelli narrati dai cantori durante i simposi, in cui vediamo dei poveri e comuni mortali arrivare a battere gli dei grazie alla propria astuzia, nonostante la chiara mancanza di mezzi. La divinità di turno risulta essere indecentemente potente e consapevole di questo, questa troppa fiducia nei propri poteri sarà, infine, la rovina che porterà alla sconfitta. Sconfitta perpetrata da qualcuno che non sarebbe mai potuto essere una vera e propria minaccia se la divinità non avesse finito per lasciarsi trasportare dalla propria potenza, finendo per risultare sciocca, commettendo blandi errori di valutazione ed arrivando a sottovalutare il proprio avversario in modo quasi infantile.

Dysart rimescola quindi una delle trame più vecchie della narrazione epica, ma lo fa sapientemente, mostrandoci un “dio” troppo tale che finisce per farsi abbattere in maniera sciocca da dei ragazzi che, semplicemente, credono in se stessi, studiando ogni possibile scenario in vista di uno scontro finale.

Ciò che, come è ben comprensibile, consegue dalla Tempesta Mentale di Harada-Sama è quindi la fuga dei Renegades in compagnia di Animalia (Monica Jim), ed una successiva riorganizzazione. Il gruppo, in un primo momento, pianifica un attacco ad una delle sedi della fondazione Harbinger puntando, semplicemente, alla distruzione dei server, in modo da interrompere la supremazia di Toyo dovuta alla morsa stretta intorno alla conoscenza di tutti gli psioti esistenti. I piani però cambiano nel momento in cui ad entrare in scena è un hacktivista noto con lo pseudonimo di @X (AX) il quale riesce ad oltrepassare la sicurezza di Spirito Nascente, decriptare un grande quantitativo di dati e leakarli online. In questa ingente mole di dati la Harbinger viene più volte citata, mostrando finalmente la punta dell’iceberg. @X svolge parallelamente anche un altro compito, riuscendo a contattare i Renegades, spinto dalla sete di vendetta per la morte della sorella avvenuta durante i combattimenti delle Guerre di Harbinger.

I ragazzi, ormai costretti alla clandestinità nel sottosuolo di Los Angeles organizzano un nuovo piano volto a minare oltre che la morsa della fondazione anche la sua credibilità. Con l’aiuto del giovane hacker tutto il mondo potrà essere a conoscenza degli orrori messi in atto dalla “caritatevole” creazione di Toyo Harada, potendo finalmente mettere fine al capitolo Harbinger. Il finale del volume è uno scontro al cardiopalma che vede le due “fazioni” fronteggiarsi senza esclusione di colpi con una mole di ingenti perdite da entrambi gli schieramenti. Ciò che i Renegades vogliono è mettere fine al regime di terrore instaurato da Harada, sono mossi dall’odio personale di Peter dovuto sopratutto alla morte di Joe, il quale è disposto a tutto pur di veder morire colui che più odia al mondo. In tutto ciò troviamo un’ulteriore, ed ancor più adulto, messaggio. I Renegades sono, fondamentalmente, il gruppo di buoni, ma abbattere un colosso tale significa anche avere a che far con delle perdite, sopratutto in ambito civile e, sotto questo aspetto, risultano essere decisamente impreparati. O forse troppo poco empatici, se volessimo dare un’altra interpretazione.

Non tanto il gruppo in se, che tenta di agire per il meglio, quanto lo stesso Peter, il quale risulta essere spinto da un odio talmente tanto cieco da non fermarsi a raggionare e bollare come accettabbile (o più semplicemente sacrifibaili) delle perdite umane. L’unica cosa che pervade lo spirito di Peter è la voglia di vedere Harada cadere nel modo più rovinoso e doloroso possibile. Tutto ciò ci apre però un altro grande dillemma, nonché interessanete parallelismo: Stanchek finirà per divenire chi tanto odia, oppure riuscirà definitivamente a mettere la parola fine senza macchiarsi di tale peccato? Questa, come possiamo vedere nel finale del secondo volume, risulta non essere una domanda poi così scontata, in quanto ci troviamo di fronte ad un sentimento talmente tanto viscerale e radicato, che potrebbe aver instillato lo stesso marcio meccanismo nato nell’inizialmente benevolo Toyo, anche in colui che, più di ogni altro al mondo, potrebbe tenergli testa. Il volume si chiude, in verità, lasciandoci con dillemmi ancor più grandi di quando iniziato, non dando chiara e netta consapevolezza della domanda appena posta, lasciando una parte oscura negli stessi rapporti interpersonali dei giovani psioti, sopratutto in quello tra Peter e Kris, che vede l’uno amare l’altra senza essere minimamente ricambiato se non con della pura paura. Ed infine l’amaro finale da il colpo di grazia, facendo chiedere al lettore se non sia stato davvero vano ogni sacrificio e se mai una fine potrà essere scritta per chi ha deciso di essere artefice, in tutto e per tutto, del proprio destino.

Ancora una volta, riallacciandoci a quanto detto in apertura, i fumetti Valiant riescono a stupire con delle storie estremamente intriganti, adulte e dal finale lontano dal classico stilema del fumetto supereroistico. Ciò che Dysart riesce a creare è qualcosa di solido, giocando con una storia dalle trame mai scontate dove bene e male si mescolano spesso, creando una gamma di possibilità, e quindi interpretazioni, praticamente infinite. Ciononostante la narrazione si piega perfettamente allo spettro sociale trattato e nulla risulta essere mai fuori luogo: stiamo pur sempre parlando di ragazzi, nella maggior parte in età adolescenziale, se non preadolescenziale, ed è quindi perfettamente consono trovare intrecci amorosi, rapporti interpersonali complicati e linguaggio colorito. Tutto ciò non stona mai e risulta, anzi, un perfetto mezzo di narrazione, molto pertinente che permette al lettore di immergersi ancor di più nel mondo spesso troppo crudele in cui questi personaggi si ritrovano a vivere. Dysart mostra di avere uno stile ottimo costruito in maniera pregevole, forte di un citazionismo storico non indifferente, che lo porta a raccontare storie tormentate con forti implicazioni filo morali, le quali offrono interessanti spunti di riflessione riguardo chi è incuriosito dall’esplorazione di una gamma più vasta di possibilità che va oltre il classico stilema di bianco e nero.

I due volumi risultano più deboli sotto l’aspetto grafico, o meglio, ad abbassare la media generale risulta essere Perfect Day dove i disegnatori impiegati non risultano essere all’altezza di un tipo di scrittura così ben congegnato, né tantomeno di una serie prodotta nel 2013. Nelle prime due parti ci si trova di fronte a qualcosa di decisamente sotto la sufficienza, con uno stile che risulta essere stato preso di peso dagli anni novanta, dove, nonostante la mole di disegnatori non all’altezza fosse numerosa, sarebbe risultato comunque fuori luogo. Questo con i disegni Barry Kitson e Mark Pennington. Il tutto migliora nella seconda parte, non in maniera troppo eclatante, almeno fino alle sequenze dei sogni indotti di Peter realizzate da Riley Rossmo, che con un tratto decisamente unico compie un lavoro egregio. Tutt’altro discorso per Morte Di Un Rinnegato, che sopratutto grazie ai disegni di Clayton Henry si assesta su un buon livello qualitativo.

Non possiamo far altro che consigliavi caldamente questo ciclo di storie, con una Valiant sempre più forte, che riesce a sorprenderci ogni volta di più con storie di cui, speriamo, potrete godere anche voi.


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