#VisionDistribution / Monolith – Recensione

Mirko Tommasino

Immaginate il vostro incubo peggiore. Sforzatevi, togliendo ogni freno inibitorio di autoconservazione di fronte la paura. Immaginate la vostra, personale, fine del mondo o la sfida più grande che potreste sostenere, e focalizzatevi su quell’immagine. Monolith è questo: il punto al termine della frase, il racconto frenetico dell’evento che cambierà la vita di Sandra per sempre.

Quando si sceglie di raccontare una storia, è fondamentale focalizzare al meglio l’attenzione su due fattori: cosa raccontare e come raccontarlo. In Monolith, il cosa è riassumibile in un concetto semplice:

Sandra e suo figlio David sono in viaggio, in mezzo al deserto. A causa di un incidente, la donna è costretta ad uscire fuori dall’auto che, una volta chiusa, inaspettatamente diventa una fortezza inespugnabile.

Il come, invece, è difficile da rendere con parole semplici. Per buona parte del film in scena c’è Sandra (una donna sui trent’anni, ex pop star, impegnata in un matrimonio in crisi) che, da sola, interagisce con oggetti ciechi e sordi per liberare il piccolo David. Prima di essere una lotta tra l’uomo e la tecnologia, Monolith è una sfida tutta personale, che pone Sandra di fronte ai propri limiti individuali. Ogni svolta della trama (positiva o negativa che sia) è innescata dalle sue azioni, figlie di scelte dettate dalla sua natura fortemente umana. La brava Katrina Bowden interpreta la protagonista del film, una donna che ha vissuto due vite, una precedente ed una successiva alla nascita di David. Conoscendo il suo personaggio, capiamo da subito che non si tratta di un confine netto, anzi. Gli strascichi della sua vita precedente influenzano le scelte del presente, la sua vita di coppia con Carl e, in generale, le scelte personali della donna. Sandra sta, dunque, combattendo innanzitutto una battaglia personale, un dissidio tra il ricordo dorato del passato e il futuro incerto.

Fin dai primi minuti della pellicola, gli autori (soggetto di Roberto Recchioni, sceneggiatura di Elena Bucaccio, Stefano Sardo, Ivan Silvestrini -regista della pellicola- e Mauro Uzzeo) compiono una scelta fondamentale, assolutamente vincente: Sandra è un personaggio disegnato dal contesto in cui si muove, caratterizzata da picchi di panico e paranoia, come ogni individuo realmente ansioso. Quando divide lo schermo con altri attori, dalle sue parole e dai suoi gesti traspaiono tutta la precarietà del suo mondo e la fragilità del suo animo. Conoscendo la sua indole così volubile, suo marito Carl ha regalato a lei e al bambino la Monolith, sintesi tecnologica del “l’utente non deve preoccuparsi, pensa a tutto la macchina”: una protezione ovattata che porta l’uomo a non compiere nessuna scelta, paradiso ideale di chi, come Sandra, è invece vittima delle proprie scelte.

L’automobile in oggetto ci viene presentata in modo efficace da uno spot pubblicitario, seducendo lo spettatore come se dovesse realmente acquiostarla. Con il suo aspetto nero, monolitico ed imponente (ideato da Lorenzo Ceccotti, dal concept alle immagini coordinate) che la fa apparire fuori contesto ovunque (in particolare nelle riprese esterne, quando è in movimento in città), la Monolith è l’avanguardia tecnologica in fatto di automobili, l’oggetto più sicuro per far muovere degli esseri umani sulla strada. Da questo punto di vista, l’auto si mostra come un compartimento stagno “monouso”, tanto user friendly nella sua interfaccia (Lilith), quanto inaccesibile dal punto di vista della manutenzione. Ciò che accade tra l’abitacolo e la carrozzeria non è a portata umana. Finché Sandra e David saranno chiusi all’interno della Monolith, saranno al sicuro da qualsiasi minaccia.

Per chi soffre di disturbi d’ansia con attacchi di panico, non c’è niente di peggio del perdere il controllo. Perdere il controllo significa esporsi a qualsiasi possibilità, entrando (di fatto) in un mondo sconosciuto, lasciando continuamente la propria comfort zone. Questo accade quotidianamente in modo controllabile, mentre talvolta gli eventi si fanno talmente enormi da avere la sensazione di essere schiacciati da essi. Senza fare spoiler sulla trama, possiamo affermare che ogni inquadratura, ogni dialogo e ogni singolo dettaglio hanno portato Sandra da una condizione ordinaria ad una straordinaria, fino al porla davanti al suo incubo più grande: non poter avere il controllo sulle condizioni del suo bambino mentre è in pericolo.

Sotto questo punto di vista, Monolith rappresenta il dramma della fallacia umana. Avete presente quando, lavorando con un qualsiasi dispositivo tecnologico, questi si blocca senza apparente motivo? Probabilmente quel tilt è stato causato da un errore umano, di cattiva gestione o cattivo utilizzo. Per questo, nella sfida tra uomo e macchina, quest’ultima non può essere catalogata in categorie come “buona” o “cattiva”. Il concetto stesso di “sfida” nei confronti di qualcosa che è progettato per non creare problemi, è poco efficace.

Sandra siamo noi quando picchiamo sul telecomando del televisore per farlo funzionare, quando lasciamo la fotocamera del telefono attiva e ci lamentiamo che si scarica rapidamente la batteria o quando compiamo erroneamente mille altri gesti tanto scontati quanto dannosi, solo su una scala milioni di volte più grande. Questo è il merito maggiore degli autori : aver raccontato “la storia-limite, dove la scelta è vita o morte (nel vero e proprio senso della parola), da cui non si torna più indietro. Il ritmo del film ha un climax graduale, che va impennandosi nel finale. I novanta minutirappresentano il lasso di tempo, dilatato all’inverosimile, in cui un ansioso passa dalla preoccupazione al panico. Prima di diventare “la” storia, manifestando la sua unicità tra le altre, passa del tempo, com’è giusto che sia. Perché quella in cui si trova Sandra è una situazione straordinaria, ma che in futuro potrebbe capitare a chiunque.

Il concetto di base su cui si fonda l’intera vicenda non viene mai messo in discussione. Non ci sono facili soluzioni magiche o panacee. Ci sono tentativi e conseguenze degli stessi, reiterati fino al finale della pellicola, senza giochi di prestigio. Ad ogni azione, corrisponde una reazione uguale e contraria. Per questo, durante tutta la durata del film, non ci si chiede “come farà Sandra a salvare David?” ma “Riuscirà Sandra a salvare David?”, differenza fondamentale che, in questo genere, distingue i film di alta qualità da quelli poco interessanti.

Sandra non ha tempo per incolparsi delle proprie scelte, perché deve scontrarsi contro nemici più grandi di lei. Il più grande, in assoluto, è (guarda caso) quello su cui non può avere nessun controllo: il tempo, il giorno e la notte. Il deserto non accetta suppliche o lamentele, qualsiasi cosa passi sotto il sole, esso gli sopravviverà. Gradualmente, anche lo spettatore ha sempre meno controllo sulla vicenda, trovandosi ben presto nei panni della donna. L’empatia non passa dalle discussioni da poltrona tipo “io avrei fatto diversamente”, perché, in fondo, siamo tutti umani come la protagonista. La solitudine e la disperazione di Sandra diventano nostre, quando la protagonista interagisce con qualsiasi cosa riesce a raggiungere con le mani, trasformando strumenti con altre funzioni native in utensili, piegando la tecnologia alla sua volontà, pur di salvare suo figlio. Lo scandire del percorso del sole nel cielo infonde ritmo alla storia, aprendone con urgenza l’atto conclusivo, dove la velocità di narrazione si impenna, fino al finale.

Al termine della visione di Monolith, resta la sabbia tra le dita, bagnata da acqua fangosa e bruciata dal sole. Restano le cicatrici di Sandra e il mondo che cade a pezzi davanti ai suoi occhi. Con molto coraggio, il cinema italiano alza la testa e procede con sguardo fiero, perché prodotti simili (il pensiero va subito a Mine, seppur con le dovute differenze) hanno molto da dire sul panorama internazionale.

Monolith è prodotto da Sky Italia, Lock and Valentine e, nel suo primo esperimento cinematografico di coproduzione, dalla Sergio Bonelli Editore. È un’opera transmediale, raccontata in modo differente ma altrettanto notevole anche a fumetti (ne ho parlato qui). Monolith è, dunque, il trionfo di quanto il “come” possa fare la differenza, senza variare il “cosa”. Partendo dallo stesso soggetto di Roberto Recchioni, film e fumetto prendono strade diverse, che talvolta vanno a collidere, raccontando due storie differenti (nella caratterizzazione dei personaggi, nei toni e nello sviluppo degli eventi). In entrambi i casi, le azioni sono il solido motore che fa muovere gli eventi, indipendentemente dal mezzo utilizzato per raccontarli.

Vedetelo al cinema. Partite per questo viaggio paranoico, fuori dal mondo e dal tempo. Non ve ne pentirete.

In uscita al cinema sabato 12 agosto, Monolith sarà distribuito in Italia da Vision Distribution.

MONOLITH

Diretto da Ivan Silvestrini

Con Katrina Bowden

Damon Dayoub, Brandon Jones, Ashley Madekwe, Jay Hayden

(e per la prima volta sullo schermo) Nixon And Crew Hodges

SINOSSI:

Sandra resta chiusa fuori dalla sua Monolith, la macchina più sicura al mondo, costruita per proteggere i propri cari da qualsiasi minaccia. Suo figlio David è rimasto al suo interno, ha solo due anni e non può liberarsi da solo. Intorno a loro il deserto, per miglia e miglia. Sandra deve liberare il suo bambino, deve trovare il modo di aprire quella corazza di acciaio, ed è pronta a tutto, anche a mettere a rischio la sua stessa vita.

Il calar della notte porterà il buio, il sorgere del sole trasformerà l’automobile in una fornace. Sandra ha poco tempo a disposizione e questa volta può contare solo sulle proprie forze.

Sperduta nel nulla, con possibilità di riuscita praticamente nulle, alla mercé di animali feroci e senz’acqua… Il coraggio di una madre riuscirà ad avere la meglio sulla Monolith?


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