#WarnerBrosStudios / Wonder Woman – La Recensione

Luigi De Meo

Nel lontano 2005 due disastri a nome Catwoman e Elektra, oltre a distruggere la carriera di Halle Berry e Jennifer Garner, convinsero Marvel e DC Comics che non era il caso di mettere l’altra metà del cielo al centro della scena e dedicargli dei film. Troppo rischi e pochi guadagni, meglio tenere le eroine in secondo piano: ed ecco che per 12 anni abbiamo avuto solo bellissime donzelle in difficoltà, compagne romantiche e compagne d’arme, mai protagoniste. Alla Marvel, con Deadpool, hanno provato anche a scherzarci su. Ricordate la battuta: “Voglio solo vedere come sei veramente, aldilà del modello di donna in shorts arrapante e bidimensionale spacciato da Hollywood.”

Il più grande successo di Wonder Woman è che dopo questa pellicola possiamo sperare che questa politica sia finalmente chiusa. Ed è un successo tutto femminile.

La regista Patty Jenkins (la stessa che ha trasformato la Théron in Monster e le ha fatto vincere un Oscar) si allontana, senza ripudialo del tutto, dallo stile dark e cupo dei film DCEU e costruisce un film che ruota attorno alle donne senza mai farlo pesare allo spettatore, condendo il tutto con un velo naif che si infrange sulla realtà brutale del contesto storico e delle vicende umane.

Difficile trovare un’eroina più femminile e femminista di Diana, e proprio questo è uno dei motivi su cui, secondo la mia opinione, si basa la scelta di ambientare il film durante la Grande Guerra. In stridente contrasto con l’isola di Themyscira e il popolo amazzone, vediamo le donne europee, relegate al ruolo di madri, segretarie o vittime di guerra: diritto di voto neanche a parlarne, partecipazione allo sforzo bellico nullo e neppure la possibilità di far ascoltare la propria opinione. In questo la divertente interpretazione di Lucy Davis nel ruolo di Etta Candy, da una grossa mano, creando un parallelo quasi perfetto con la figura di Diana.

La principessa amazzone (complice la divina Gal Gadot) occupa la scena in maniera prepotente, tanto che quando non è presente, il film sembra stonare come un’orchestra a cui mancano gli archi. Tanto che, e questo il difetto principale di tutti i film sulle origini, gli antagonisti della nostra eroina (Doctor Poison e il generale Ludendorff) più che avversari sono elementi di contorno che arricchiscono la storia. In questo film sulla genesi del personaggio poi, Diana è molto diversa da quanto visto finora: dimenticate la donna forte, risoluta e saggia che tiene testa a Bruce Wayne e che interviene con la forza di un esplosione contro Doomsday in BvS, mentre i maschietti ancora sono impegnati a battibeccare.

Diana, cresciuta in una campana di vetro (letteralmente) su Isola Paradiso, è una creatura ingenua fin quasi ad essere snervante quando si trova di fronte al mondo degli uomini. Un mondo dove le tonalità di grigio hanno eliminato del tutto il bianco e il nero, i buoni e i cattivi sono indistinti (Steve Trevor stesso, punto di riferimento di Diana), gli uomini uccidono (e uccidono alla grande: 25 milioni di morti), distruggono e si gettano in guerra di propria iniziativa senza cercare la scusa di venire irretiti dal dio Ares (un magistrale David Thewlis che ammette candido di non scatenare conflitti, si limita a dare qualche piccolo suggerimento alla follia umana) e dove, al contrario di quanto le è stato insegnato, i generali e i condottieri mandano a morte migliaia di soldati con un tratto di penna al sicuro in un ufficio.

Tanto ingenua nel mondo reale quanto letale in combattimento. Nelle poche, ma ben posizionate, scene d’azione la natura divina di Wonder Woman viene resa al 100% e nel modo migliore possibile. Chi gli si mette contro (soldato, blindato o carro armato) finisce al tappeto. Lo stile di combattimento Amazzone, come lo ha chiamato la Jenkins, è un’acrobazia continua, un turbine continuo di cambi di fronte che, sul grande schermo, è una gioia per gli occhi.

In definitiva Wonder Woman è un film ben fatto, forse il migliore visto finora del DCEU (per atto di fede dobbiamo pregare che JL sarà ancora meglio). Un film che riesce a mostrare l’orrore di una guerra senza cadere in clichés da “niente di nuovo sul fronte occidentale”. Un film tra femminile e femministe che ammicca facendo intendere che Steve Trevor è diventato una spia perchè bello e bravo con l’altro sesso e che su Themyscira si pratica l’amore saffico.

E’ una bella sensazione finalmente uscire dalla sala senza esclamare: “Dc Comics quanto mi fai penare a volerti bene”.

Un’ultima nota positiva: la scimmia urlatrice a cui la Warner ha affidato il montaggio di Man of Steel, BvS e Suicide Squad sembra finalmente morta di rogna. EVVIVA!


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