#WarnerBros / Come King Arthur sia un sintomo della vittoria Disney

Fabrizio Mancini

Se qualcuno vi chiedesse qual è quella grande influenza culturale che grazie agli ultimi 10/15 anni ha condizionato quasi ogni forma di storia cinematografica, che rispondereste?

Io direi Disney senza alcun ripensamento, se ci pensate non potete non darmi ragione, se non ci credete seguitemi un attimo nel perché sono arrivato a questo.

Mercoledì cinema a 2€, mi vedo due film, prima Guardiani della Galassia 2 e poi il nuovissimo King Arthur. Del primo, per quanto uno possa ignorare tutti i segnali, pubblicità e chiacchiericci, se ha visto il primo sa cosa aspettarsi, del secondo ho ignorato quasi tutto, ero convinto non lo avrei mai visto, ma in fondo sono 2€ e Guy Ritchie, il regista, non mi dispiace.

Vedo Guardiani, carino, nulla di nuovo però. Su un’idea importante per la Disney, che ricalca quella del primo, si parla dell’importanza di certi legami che diventano famiglia anche senza legami di sangue, il tutto condito con la solita spudoratezza di battute formato famiglia. James Gunn è uno che lo strumento del cinema lo conosce bene, ed è abbastanza contemporaneo come stile.

Vedo King Arthur, in pochi attimi mi si para davanti un high fantasy, girato e strutturato come una crime story, personaggi potenti come supereroi con tanto di battute da famiglia e quel tocco “oscuro” che spaventa i bambini e fomenta gli adulti.

Dove ho già visto qualcosa di simile? Molti film Marvel sono così, si ma che altro..giusto, Pirati dei Caraibi (a breve esce il quinto). Dinamiche quasi identiche, sempre il nome Disney a muovere i fili. Ci penso un attimo, King Arthur non è Disney, è Warner. Che succede?

Mi direte, solo Pirati dei Caraibi è un po’ pochino per imbandire questa tesi, se volete altri titoli ci sono: Tron, John Carter, The Lone Ranger. Tutti film che non sono dei successi, ma sono fatti con gli stessi ingredienti e sopratutto erano programmati per un franchise. Ma se non sono dei successi come fanno ad essere influenti?  La risposta sarà un poco lunga, ma ci arriviamo.

I film che vi ho citato coprono parte della produzione Disney dal 2002 al 2013 e di questi funziona solo Pirati dei Caraibi, per di più in coproduzione con Jerry Bruckheimer.

I film Marvel partono dal 2008. La Disney acquista i Marvel Studios a fine 2009 quando hanno 2 film all’attivo, Iron Man e Hulk, e uno in uscita a breve, Iron Man 2, i due di Tony Stark sono distribuiti da Paramount, Hulk da Universal. I 2 film successivi come Thor e Captain America restano alla Paramount che uscirà presto di scena. La Disney compra i diritti di distribuzione di Iron Man 3 e The Avengers nel 2010, titoli che fecero tremare le sale.

Io credo che questo sia il passaggio emblematico. La casa di Topolino si prende tutto il progetto, gestisce la casa di produzione e ha i diritti per distribuirla. Perché lo fa? Perché Kevin Feige stava progettando quello che loro hanno cercato di fare con gli altri, un format che funziona, lo stesso che la Disney stava cercando di imporre, su un universo fruttuoso e con una base decisamente solida, non serviva costruirne una nuova.

Successivamente, nel 2013, la Disney ha ripreso prima i film fuori distribuzione dalla Paramount (ma non Hulk dalla Universal), e due anni dopo ha definitivamente integrato i Marvel Studios.

Non vi accontentate? Pensate che abbia lasciato fuori di proposito la LucasFilm? Temo che parlare di Star Wars (6 film in totale) e Indiana Jones serva a poco, chissà che ci faranno poi, visto che non scomodi Harrison Ford due volte solo per far felici i fan, lo abbiamo visto con SW.

Ok ma il punto di tutta questa pippa?

È la Warner.

Hanno cercato di differenziarsi per l’universo cinematografico DC, comportamento condizionato dai film Marvel, e ora preparano una saga di ben 6 film su Re Artù (si avete capito bene, 6-fottutissimi-film).

Un film che se vedrete, non potrete non convenire con me che si tratta di una pellicola con supereroi dai tratti disneyani leggermente più dark, figuratevi che è già tanto se appare un po’ di sangue sulle maglie.

Vi prego, non chiedetemi perché proprio la saga principale del ciclo bretone, è una domanda sciocca.

Pensateci, andatevi a vedere i grandi franchise Warner. Per citarne alcune tra interamente loro e coproduzioni, dagli inizi del 2000 ad oggi, escludendo l’ultimissima saga DC: Harry Potter (comprensivo di Animali Fantastici), Batman di Nolan (oh mio dio lo ha detto davvero? Esatto!), il MonsterVerse (Godzilla, Kong: Skull Island e ne usciranno altri), Il Signore degli Anelli (se non lo sapete la New Line Cinema è della Warner), Una notte da leoni (ma è una commedia! Che centra?).

Ce ne sono altri, ma troverete che sono tutti film “oscuri”. Formulo meglio, vi sembrano film allegri? Anche se Una notte da leoni è una commedia e fa ridere parecchio, la storia vi sembra adatta a una famigliola? E gli altri, per quanto ne possiate trovare di adatti a un pubblico molto giovane, vi sembrano paragonabile alla scioltezza dei film Disney (Marvel e Lucas) ? Non credo, e nemmeno voi lo credete.

C’è un solo precedente, l’unico. Si chiama Sherlock Holmes. Il primo è del 2009, il secondo del 2011, del terzo si sa solo che c’è uno script. Sappiamo inoltre che tutto partì nel 2007 da una richiesta della Warner ad un produttore esecutivo, Lionel Wigram, di reinventare Holmes, lui sapeva già come farlo.

Una saga destinata a durare, con un personaggio immortale a livello di sfruttamento, attori con le palle, divertente e un po’ dark. Indovinate chi è il regista? Guy Ritchie, lo stesso di King Arthur.

Quindi, che significa se due delle tue saghe più promettenti hanno in comune il regista e il tipo di narrazione, differenziandosi dal resto e spingendo verso i lidi dalle grandi orecchie tonde?

Vi dico anche un’altra cosa, Wigram e Ritchie insieme hanno lavorato a Operazione U.N.C.L.E., un meraviglioso spy-action da ridere, altro prodotto Warner, che dovrebbe tramutarsi in franchise

(il film è tratto da una serie tv anni ’60).

Insomma, o sono un pazzo o la Disney è più forte e influente di quanto già sembri. Sopratutto perché se hai un grande avversario e riesci a condizionare le sue scelte, vuol dire che sei tu il migliore. E questo io lo penso non perché credo che usino il format migliore, ma perché ci stanno crescendo con questo, e non pensate a chi è già adulto, pensate a chi è più giovane e ancora ricettivo come una spugna. Cosa comporterà questo? Magari niente, magari invece è l’inizio di una grande sterzata nella narrazione cinematografica.

Io come sempre mi inchino alla creatura finanziaria di un uomo che ha vinto solo 22 Oscar.


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