#WarnerBros / Dunkirk di Christopher Nolan

Fabrizio Mancini

Quando vidi Hacksaw Ridge di Mel Gibson pensai di trovarmi di fronte al possibile miglior film di guerra, perlomeno della nostra generazione, poi Nolan ha fatto Dunkirk.

Premetto che sono estremamente di parte quando si tratta di Nolan, quindi siete autorizzati a prendere ciò che scrivo con le pinze, io cercherò di fare lo stesso mentre scrivo.

Ci si scervella in continuazione su quale possa essere il miglior film di guerra di sempre, spesso la risposta risiede in quei film che fanno della guerra la peggiore piaga mai esistita, puntando a tutto il dolore che provoca direttamente sui soldati e indirettamente nei loro parenti o nell’opinione pubblica.
Prendiamo Full Metal Jacket, un film inossidabile, la guerra in Vietnam è stata un errore e una disfatta totale, tattica, psicologica e morale. Sulla stessa linea si muove Apocalypse now.
Oppure ci sono quei film che delle guerra fanno vedere un’opportunità di vita in mezzo alla morte, sto pensando a The Hurt Locker o al già citato Hacksaw Ridge. Sono infiniti i film di questo genere da segnalare.

Nolan non fa quasi niente di questo, nessuna sanguinosa battaglia, nessuna predica, solo una storia, formata da piccole storie.
Non fraintendete, scontri a fuoco ce ne sono, ma sono diversi.
Dunkirk parla di quello che è probabilmente il più grande salvataggio militare di sempre. Un film forgiato dal contrasto dell’angoscia contro la speranza, da cinismo contro altruismo, sopravvivenza contro dovere.
Se prima si parlava di personaggi tridimensionali, in grado di generare contrasti dentro di loro, qui si passa ad un film tridimensionale, perché nessuno è protagonista in Dunkirk, se non il film stesso.

Perché parlo di scontri a fuoco diversi?
Perché il nemico è invisibile, diventando ancora più cattivo e letale. Il cinema si fonda sull’empatia, senza di essa la narrazione non avrebbe mordente, senza il nemico ci sentiamo inermi, non lo vediamo, è come un mostro tremendo e quasi inafferrabile, nascosto sotto il letto, ma non vogliamo vederlo per paura delle sue sembianze, se avesse avuto un volto umano riconoscibile avrebbe preso anche tutte le debolezze di un’uomo.
Gli scontri a terra quindi si limitano agli spari, nel mare vediamo bombe cadere e siluri a pelo d’acqua, in cielo solo lontani aerei.
Nolan ci mette con gli inglese, i suoi inglesi, a combattere e a sopravvivere, un po’ di patriottismo funziona sempre, se ben dosato, sopratutto il patriottismo inglese è fatto di barche e the caldo, non di super cecchini.

Nessuna donna, nessun afroamericano. Le polemiche sono sempre in agguato su questi temi, ma oggettivamente un afroamericano in mezzo a francesi e inglesi nel 1940 non avrebbe senso, le donne appaiono solo come figuranti e comparse qui e la, diversamente anche questo non avrebbe avuto molto senso.

Resa e approccio. Nolan vince sempre facile nel solo ruolo di regia, anche senza esagerare, nello sceneggiare spesso si affida alle mani sapienti del fratello, altre volte va tranquillamente da solo. È qui che di solito casca l’asino, i detrattori di Nolan spesso trovano nelle sceneggiature punti deboli e cavilli, mentre chi come me lo osanna ci trova un complesso lavoro di calibratura e godimento. Il risultato è sempre e comunque un film denso di parole e pregno di significati e spiegazioni.
Dunkirk no.
La cosa più incredibile è stato tagliare enormemente le sue solite scelte narrative, per quanto lo stile sia sempre riconoscibile, Nolan fa un salto enorme, è come se ascoltasse le parole di Interstellar, segue la terza legge di Newton e si lascia qualcosa indietro pur di andare avanti.
A mio avviso Dunkirk è la prova che Mad Max Fury Road può e deve cambiare il cinema. Se Mad Max è IL cinema d’azione, Dunkirk potrebbe essere il suo erede per il filone guerra, questo perché sono molte le somiglianze.
Un film che alla fine dei conti non da importanza al cosa succederà, ma al come, altro sintomo di grande modernità, in un epoca in cui chiunque codifica le regole narrative di base durante il film, può essere attratto solo dal come vengono narrati gli eventi.
Tutto si riduce al vedere, le battute si asciugano, non serve parlare sempre, non serve spiegare la trama o i personaggi, sopratutto quando si parla di guerra, una cosa che si vede e basta, parlarne la razionalizzerebbe, apparirebbe fredda e lontana.
Invece veniamo fiondati nel momento, senza via di fuga.
E questo anche grazie al suono esasperante, ogni singolo sparo, ogni passaggio di un aereo, avrei voluto tapparmi le orecchie, come se fossi lì con loro.

La fotografia mantiene la linea dei contrasti, verde acqua contro arancione fuoco, il mare e il cielo contro le esplosioni. Il verde domina, ma quando esce la luce arancione spacca in due lo schermo, il tutto velato da un leggero verde, come a ricordare che è quello lo scenario.
Altra scelta questa, di un’accoppiata attualmente di gran moda, rielaborato da quel arancione-blu che tanto ha dato al solito Mad Max (la Black&Crome, la versione b/n, è anche meglio).

Il tempo però la fa da padrone. L’incessante ticchettare di Hans Zimmer, che scandisce ogni frame facendovi passare l’intero film a serrare la mascella e ficcare le dita nella poltrona del cinema. E quando alla fine il ticchettio cessa di esistere, arriva un’assordante nulla, che per quanto liberatorio non scaccia il fantasma della guerra.

E se il tempo è così importante, il montaggio deve poterlo far capire.
Tre scenari: terra, mare, cielo, tre durate: una settimana, un giorno, un’ora. Le linee temporali si mischiano, figurarsi se Nolan si dimentica di fare una cosa simile, un’ora in aereo dura quanto la giornata di mare, che dura quanto la settimana di terra. Apparentemente distanti finiscono poi per coincidere meravigliosamente, perché la guerra, anche se una, è fatta da tanti uomini, questa narrazione è più testimonianze della stessa vicenda.

Come è risaputo i film di Nolan vanno visti almeno una seconda volta per poter vedere tutto, io mi appresto a farlo, vi consiglio di fare altrettanto.

 

 

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