#Westworld / 01×09 – The Well-Tempered Clavier

Mirko Tommasino

La prima serie di Westworld è a un passo dal suo epilogo e, finalmente, negli ultimi episodi sono arrivate le prime risposte a tanti interrogativi circolati sul web tra gli appassionati.

Nei contenuti, la nona puntata The Well-Tempered Clavier ripropone il tema dell’inversione dei ruoli all’interno della struttura. Vengono ribaltati alcuni punti di vista (anche più volte all’interno dello stesso episodio) e si aggiunge una complessità maggiore alle attrazioni anomale, che a quanto pare maturano il desiderio di trovare le risposte all’interno del parco e non al di fuori, vedendo (anzi) il mondo esterno come un luogo negativo.

Lo presa di coscienza da parte delle attrazioni del loro possibile spegnimento, le pone davanti ai nostri occhi in un paralleloideale tra la nostra concezione di mortalità e la loro concezione di cicli vitali. Noi sappiamo che la vita ha un termine, loro individuano l’intera esistenza come la somma di tanti cicli. Arnold consegna alle sue creature una chiave angolare che affonda le sue radici nell’umana miseria, condannandole a ripercorrere un percorso già battuto da noi, tra dolori e sofferenze.

Nel mondo del Cappellaio Matto, tutto è come non è. Dietro questo riferimento metanarrativo ad Alice attraverso lo specchio, gli autori ci confermano che fidarci dei nostri occhi è un errore. Tanto siamo ingannati noi, tanto lo sono le attrazioni. Ognuna di loro è illusa di seguire uno scopo estremamente personale, di essere libera nelle scelte, finché qualcosa non devia loro dalla trama principale e svela il re nudo o, in questo caso, la cassaforte vuota. Una visione simile, accompagna lo spettatore sul binario ideale che lo porterà al centro del labirinto, nella porzione di parco dove tutto ha avuto inizio, nella stanza degli incontritra Arnold e Dolores: tutti punti dove si andrà a schiantare la valanga.

Ciclicità nella vita come nella morte, le attrazioni ritornano alle loro precedenti incarnazioni attraverso i ricordi e attraversano infinite vite per tornare al centro del labirinto, che non è destinato agli ospiti. In questa ottica di sovrapposizione di ricordi e di linee temporali, oltre ad aver confermato buona parte delle teorie sull’identità di alcuni personaggi, capiamo che Wyatt ormai è conosciuto da tutti gli spettatori (già da un bel po’) e che la trama del Dr. Ford di cui tanto si discute sarà la soluzione finale al problema che Arnold creò quando era ancora in vita. Quello che è nato come un esercizio di stile (inserire tutte quelle peculiarità barocche della prima tornata di attrazioni, come gli esercizi per Clavicembalo ben Temperato, appunto) probabilmente deve essere accantonato definitivamente. Tanto non è più utile rendere un simulacro asservito agli scopi la memoria di un collega defunto, tanto non lo è più il suo lascito.

Maeve innesca un meccanismo che porta i suoi simili a confrontarsi con chi li ha messi al mondo, mandando le creature a colloquio con il creatore, con la spavalderia propria di chi pensa di avere la verità in tasca e la soluzione a tutto. Ciò che traspare da questo episodio in particolare è la scarsa considerazione per l’animo umano, ormai condannato a morire per mano di sé stesso, di cui il Dr. Ford è l’incarnazione. Se all’inizio della serie egli ci insegna a non fidarci delle attrazioni (perché facilmente confondibili con le persone), oggi continua a non mentirci intimandoci di non fidarci degli uomini, perché essi sono solo capaci di uccidere per ottenere la supremazia.

Anche l’animo dell’incorruttibile William, cavaliere bianco che intende salvare Dolores, si tinge finalmente di nero, portandolo su quel percorso che lo renderà l’uomo in nero che tutti abbiamo ammirato durante la stagione. Non esistono più innocenti, e proprio su questo presupposto dobbiamo osservare l’intera vicenda ambientata nel passato. I piaceri violenti hanno una fine violenta, e gli uomini scoprono all’interno del parco la loro vera natura. Teddy segue Dolores fin dalla prima puntata, conservando questo retaggio dentro di sé come se fosse un imperativo categorico. Da quanto tempo la sta seguendo? Attraverso quali innumerevoli vite cariche di dolori e morte corre dietro la sua assassina?

Quando le attrazioni vanno al di là della loro programmazione in cui ogni pensiero è catalogabile secondo comportamenti scritti a tavolino, iniziano a porsi domande che meritano risposte insostenibili per la loro mente. Allo stesso modo, noi spettatori restiamo sgomenti quando il nostro punto di vista viene completamente rigirato su sé stesso, mostrandoci risposte che erano sempre state lì, sotto il nostro naso, come porte che non avevamo mai notato prima.


Comments are closed.