#Westworld / 1×02 – Chestnut

Mirko Tommasino

C’è un aspetto dell’orrore che reputo, in assoluto, il più affascinante: il dualismo tra il sogno e la veglia. La sfera onirica è qualcosa che, ancora oggi, facciamo fatica a comprendere, per questo rappresenta per antonomasia il luogo dove non possiamo sentirci al sicuro e ogni cosa può in qualche modo ferirci. Cosa ci salva? La certezza di svegliarci nel nostro letto, al sicuro, una volta che l’incubo è finito.

La seconda puntata di Westworld è un’ottima risposta alla domanda che Philip K. Dick si pose per primo, alcuni decenni fa:

Gli androidi sognano pecore elettriche?

I robot umanoidi parlano tra loro di sogni, si raccontano le loro esperienze e condividono quest’ultime con i visitatori. Ma cosa può sognare un’automa in un mondo senza ricordi? I presupposti messi sul tavolo durante la prima puntata continuano ad approfondirsi, muovendo in parallelo la storia di Westworld e degli individui (umani o automi che siano) sempre più in fondo, dove ogni domanda che ci si pone ha come risposta un quesito ancora più complesso, replicandosi all’infinito come un virus.

Gli incubi degli automi sono reali e rappresentati visivamente in modo eccellente, tanto da far provare empatia allo spettatore, che assiste attonito a ricordi di orrore come fossero i propri. Perché l’orrore che viene rappresentato è allo stesso tempo fuori scala ed estremamente familiare. Non fa male vedere una mattanza di robot che recitano la loro parte, suscita il nostro disgusto la violenza gratuita su un singolo individuo, specchio di ciò che accade per ogni atto di violenza nel mondo reale.

Westworld si conferma ottima allegoria del mondo reale, inserendo elementi iconografici presi dalla cultura popolare che ne aumentano lo spessore. Karmapolice dei Radiohead è colonna sonora di un atto di violenza, come se simbolicamente rappresentasse questa pulizia del karma praticando violenza gratuita, in un luogo dove speri di non essere giudicato da nessuno. Nel filone narrativo del pistolero, il continuo rimando al labirinto fa pensare al possibile incontro con un Minotauro, ma allo stesso tempo ci si chiede: e se fosse il mostro stesso che sta cercando di entrare dal passaggio che mette in contatto i Cerchi dell’Inferno e la Montagna del Purgatorio?. Chi paga questo male necessario, ipoteticamente senza conseguenze?

I lavori dietro le quinte del parco dei divertimenti provano a rispondere a questa domanda, mostrando gli scontri tra il creatoredell’opera e il suo allievo avanguardista. Nella storia dell’arte, come si è risolto il conflitto tra ogni nuova corrente e la precedente? Con lo scontro diretto per la supremazia, imponendosi come nuovo linguaggio, più affine ai gusti del popolo. Perché di questo si tratta, essere in grado di intercettare i gusti dei visitatori, senza mai rompere la sospensione d’incredulità.

Da giocatore di ruolo non ho mai amato interpretare personaggi di indole malvagia, perché spesso la descrizione delle oscenità che avrebbero compiuto mi suggestionava al punto da mettermi agitazione. A Westworld non solo questa violenza viene compiuta in prima persona dagli individui, ma questi ultimi sembrano essere talmente abituati a compierla (reiterandola nel tempo) che anche il gesto in sé perde ogni significato, restituendo sempre meno peso alle azioni, diventando mine vaganti in cerca di emozioni sempre più forti.

Westworld è lo scontro immaginario di due ideologie di vita e, episodio dopo episodio, la linea che separa gli uomini stregonidalle loro creature magiche si fa sempre più labile. Gli uomini camminano nel parco come dèi sulla terra anche se non dovrebbero, è inevitabile che prima o poi si manifesti la loro fallibilità con conseguenze orrende.

Ognuno è in cerca di qualcosa a Westworld, ma non tutti sono pronti ad incontrare ciò che troveranno.

Questi piaceri violenti finiscono in violenza.


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