#Yamazaki18yearsApocrypha / Diego Cajelli: Il Demiurgo dell’universo di Yamazaki 18 Years

Daniel Spanò

Poco più di un mese fa, durante il Lucca Comics & Games, veniva presentato Yamazaki 18 years Apocrypha. Durante i mesi precedenti all’uscita del volume, noi di Geek Area, abbiamo intrapreso un percorso tematico cercando, per quanto possibile, di presentare l’intero universo narrativo. 

Ma mancava ancora un pezzo, quello che potremmo definire il Demiurgo di Yamazaki: Diego Cajelli

Ciao Diego, grazie mille per il tuo tempo! Vorrei iniziare dicendo che sono un grande fan dell’universo Yamazaki. L’anno scorso quando ho visto David a Montevarchi che mi ha parlato del secondo volume uscito a Lucca mi sono molto incuriosito ed ho voluto leggerlo a tutti i costi. È stato per me una vera e propria scoperta! Sempre parlando con David ho saputo che gli studi che hai fatto per Yamazaki venivano da un altro lavoro che avevi iniziato precedentemente. Mi interessava sapere come sei partito da quello studio per poi arrivare a Yamazaki.

Allora, non posso dirti qual è il lavoro fatto prima per una questione di grossi spoiler. Però diciamo che avevo a che fare con la fantascienza come genere ( si tratta di un genere che a me piaceva ma avevo dedicato più attenzione al noir, a delle dinamiche del crime e l’hardboiled americano ecc, si tratta di un tipo di genere che ho frequentato per gran parte della mia vita e della mia produzione).

La fantascienza mi è sempre piaciuta, mi piace moltissimo quella umoristica inglese e quella che è una metafora della società contemporanea. In tutto questo si è inserita una richiesta di fare alcuni Nathan Never e per fare questi mi sono ripreso in mano i miei studi personali di fantascienza. Chiaramente quella di Nathan Never è un tipo determinato, una fantascienza cyberpunk classica tipica degli anni novanta, però al tempo stesso ho detto: “Nel frattempo è esplosa la fantascienza quantistica”. Massimo esponente di questa per me, per come riesce a raccontarla, è Douglas Adams con la Guida Galattica per Autostoppisti, con il motore a improbabilità e quel tipo di cose lì.

Conosco bene e che ho tra l’altro citato in uno degli articoli.

Ho visto, bravo! Quindi ho deciso di approfondire il tutto. Io ho un problema mio personale, che quando devo lavorare su un discorso di genere narrativo, di fiction, non riesco a proiettare quel tipo di argomentazioni se leggo opere di fiction. Se devo scrivere di serial killer non mi guardo Il Silenzio degli Innocenti, vado a studiarmi i serial killer, ho questo tipo di approccio. Per cui: fantascienza quantistica? Bene, studiamo la fisica quantistica. Ho cominciato ad approfondire quel tipo di teorie, dove chiaramente sono teorie in milioni di maniere diverse. Ho conosciuto anche un fisico, per dire, che ti spiegherebbe tutto quello che c’è nell’universo di Yamazaki con le equazioni. Ovviamente io non sono a quel livello,  ho studiato la fisica quantistica racchiudendola nella mia necessità di raccontare storie, per cui ho avuto un approccio di storytelling fisico/quantistico. A livello teorico le cose le ho capite, credo, nella maniera giusta, però se mi chiedi una rappresentazione con un equazione fisica di come funziona una qualsiasi cosa di Yamazaki non te la so fare, te la so spiegare a livello teorico. È nata così, ed è un approfondimento che è stato fondamentale per il mio lavoro perché è un tipo di bagaglio tecnico-culturale che ti porti avanti sempre.

Mi ha colpito moltissimo la prefazione che hai realizzato per il volume di Apocrypha, sopratutto la parte in cui hai scritto che la parola “quantistico” viene utilizzata come lascia passare per tutto quello che si vuole inserire. Della serie: questo ci piace, è “quantisco” e funziona perché tale. La mia domanda è: quando hai letto le sceneggiature dei ragazzi di Apocrypha, dopo la tua sessione di spiegazioni al master di Torino, hai trovato delle falle nel sistema?

Devo dirti la verità, i ragazzi sono stati molto acuti e, secondo me,  hanno dimostrato un’intelligenza molto forte e ben sviluppata perché hanno utilizzato in maniera narrativa le cose che avevano ben capito delle mie lezioni. Nel workshop che ho fatto sono andato a spiegare tante cose, molte sia da parte mia, che da parte loro, possono non essere arrivate in maniera perfetta ed hanno trattato a livello narrativo le cose che per loro erano più chiare. All’interno di questa situazione hanno usato molto bene quel tipo di informazioni, magari l’hanno fatto anche a livello inconscio, però quello che conta è il risultato. Sono storie che sono coerenti con l’universo e che sono coerenti con le teorie che ha alle spalle quel tipo di universo lì.

Le storie che hai letto in Yamazaki Apocrypha ti hanno influenzato ti hanno anche un po’ influenzato nella scrittura di Tokusatsu?

Su Tokusatsu la cosa che mi è servita moltissimo è stato l’episodio di Apocrypha “Wormhole”. Innanzitutto è una bellissima storia

È la più Yamazaki di tutte le altre

Le due autrici hanno fatto un ottimo lavoro e li dentro c’era il germe che mi serviva per collegare le esperienze fatte con Yamazaki Compedium, Yamazaki Apocrypha e Yamazaki Tokusatsu. Facendo un paragone: quella storia è l’attrattore quantico tra l’universo di Apocrypha e di Compendium che c’era prima e l’universo di Tokusatsu che c’è adesso. Se vai a cercare l’attrattore è lì. Il punto dove apre il leak tra le due dimensioni è in quella storia lì ed è stato figo per me perché, innanzitutto, ho potuto usare anche il loro lavoro creando un collegamento diretto tra le due cose. Poi si apre l’universo di Tokusatsu che è un universo all’interno di tutta la struttura di Yamazaki e con altri rimandi. Non voglio e non posso spoilerare, però c’è Noah Carter, la Baronessa ecc ecc, e tutto questo ha delineato il collegamento. 

Tra l’altro Steven H è stata una cosa davvero fantastica, ho riso tantissimo! Sopratutto mi ha colpito il modo in cui hai spiegato perché è ancora su una sedia a rotelle. 

Quello è tutto vero, nel senso il QuBit esiste, il problema è che un computer quantistico non ha le dimensioni di un laptop, non sono quelle di un cellulare e non sono nemmeno quelle di desktop che abbiamo tutti noi, sono dimensioni molto più elevate. In più hanno il problema che devono tenere i chip ad una temperatura precisa perché per far funzionare un QuBit non puoi farlo a temperatura ambiente, per cui serve un controllo delle temperature. Se fossi figo mi ricorderei anche i gradi, ma non sono così figo (risate n.d.a). Per cui ha una struttura che tiene i chip a quella determinata temperatura ed ha quindi bisogno di spazio. Se tu vuoi trasformare un essere umano in un robot possiamo cavarcela come vogliamo, ma se hai bisogno di una struttura informatica che regga la mole di pensiero di uno come Stephen Hawking non ti basta un computer di quelli che abbiamo noi, hai bisogno di un computer quantico. L’unico modo è quello e per metterlo dentro ad un robot non puoi poi farlo camminare perché le leggi della robotica ti dicono che una delle cose più difficili è mantenere in equilibrio un qualcosa su due piedi.

Ed è stato comunque molto azzeccato quel paragone con Stephen Hawking alla fine! Sempre parlando con David si ipotizzava per il prossimo anno, sempre in base alle risorse umane che il master di fumetto darà a voi responsabili, di approfondire sul prossimo volume di Apocrypha la storia ed il background dell’unico sopravvissuto.

Assolutamente si, si può fare. Secondo me sarebbe proprio bello farlo. Li abbiamo a che fare con un universo più vicino all’universo in cui ci troviamo io e te adesso, per cui percependoli come esseri umani la cosa fondamentale che caratterizza noi esseri umani da tutto il resto è il lato emotivo ed il lato emozionale. È chiaro che in un arco di ventiquattro tavole devi riuscire a bilanciare le cose in modo da accontentare una narrazione che sia autosufficiente e di cui gli elementi devi per forza sfiorare. Io probabilmente mutuato dal voler fare cose spettacolari il lato emotivo ed emozionale l’ho inserito ma potevo approfondirlo molto di più. Per cui questo approfondimento potrebbe essere fatto su un Apocrypha del prossimo anno, dove andremmo a raccontare il cuore e l’anima dei Kyodai Defender

C’è un’altra cosa che ho trovato molto interessante: all’inizio delle varie storie, quando si trattavano alcuni argomenti come, per esempio, l’insensibilità congenita al dolore con androsi, sono state spiegati e riadattate alla situazione.

Si, ho voluto apposta fare quelle note. Ho chiesto se c’era lo spazio e mi hanno detto che potevamo farlo, anche perché tutte quelle parti sono le parti realistiche. Quella malattia esiste davvero, quella problematica esiste sul serio ed era il caso di far capire che non mi sono inventato nulla e che era un uso narrativo di una malattia gravissima che hanno realmente ottantaquattro persone al mondo ed è, credo, la prima volta dove viene usata in modo narrativo. 

Quindi è anche una sorta di innovazione 

Si, è, come ti dicevo prima, il progetto di partire dalla documentazione reale e non da altre interpretazioni. Partire dal vero per poi raccontare una finzione. 

La lettura di Yamazaki vol.2 mi ha veramente tramortito la prima volta perché, oltretutto, sono un fan della fantascienza ma anche della scienza e di tutto quello che ne deriva e l’inserimento di tutte queste cose verosimili e plausibili mi ha colpito.

Io sono un grande fan di Ultraman e dei Tokusatsu, me ne sono guardati a tonnellate , ho un blog che si chiama DiegoZilla, di cosa posso essere fan? (risate) Per interpretare Megaloman e questo tipo di cose andava data una spiegazione che se analizzata ci si possa credere. Perché invece di bombardare un mostro devi mandargli un supereore gigante? Perché se lo bombardi il mostro non ha reazioni atomiche e ti fa saltare mezza città per cui devi ucciderlo a mani nude. Primo paradosso: usare una tecnologia grandissima per uccidere nella maniera più antica che c’è. Secondo: ma quando diventa alto da 1.80m a 27 metri gli farà male?! Sopratutto se deve far non in un anno ma in dieci minuti perché devi andare a salvare qualcuno, per cui un essere umano potrà mai sopportare tutto quel dolore lì? Un essere umano non ci sta dentro e quindi ho trovato quel tipo di cose. Che poi quel tipo di dolore è, per esempio, quello che prova chi fa l’allungamento degli arti. Avevo letto un report su questa cosa dove in Russia c’è una grande tradizione di allungamento degli arti per chi si sente troppo basso, che a volte può veramente essere utile se hai una patologia o se decidi di voler diventare alto due metri. Tu vai li, ti spaccano le gambe e praticamente mettono dei tutori agganciati alle tue ossa con delle cose che giri, e l’osso si riforma e loro lo riallargano più e più volte. Questa cosa la riesci a sopportare solo sotto morfina e c’è gente che pratica quel tipo di cose. Immagina diventare alto 27 metri in dieci minuti. È una roba che nessun essere umano con una normale percezione potrebbe sopportare, queste cose. Tutte queste domande non ci sono nei Tokusatsu classici, li percepisci come un operazione vintage e non ti chiedi perché Utraman o Megaloman fanno determinate cose. Però oggi non puoi prendere tali elementi in considerazione 

Questo è l’aspetto che più mi ha colpito di tutta la saga, dare una giustificazione plausibile ad un qualcosa di improbabile.

Ed è divertente così!

La tavola che più mi ha divertito ad esempio è stata la tavola ovale con Pennywise, Hitler e Babbo Natale.

Se tu butti dentro un universo basato sulle leggi dell’improbabilità è chiaro che se vale ciò che è improbabile una commissione di scienziati (in un universo improbabile) non può che essere la cosa più improbabile di tutti. Per cui c’è Pennywise, Hitler e Babbo Natale che ti spiegano cose varie.

Che poi non è detto nemmeno che siano i nostri Hitler, Pennywise e Babbo Natale!

Avete già in cantiere qualcosa di nuovo?

Abbiamo buttato giù due o tre idee proprio ieri su un ipotetico nuovo progetto però è molto, molto presto per poter dire qualcosa. Ci stiamo già pensando perché ci troviamo molto bene a lavorare insieme. C’è una amalgama favolosa di energie, c’è un comprendersi a vicenda che puoi avere solo se è oltre a fare i fumetti insieme condividi la stessa “passione” (è un termine che mi piace visto che in questo paese viene spesso usato per giustificare delle cazzate), c’è la stessa esigenza di raccontare storie. È un intima esigenza che abbiamo tutti e ci siamo trovati per quello, perché per nessuno di noi è lavoro e basta, è un esigenza che ti viene da dentro, bello e complicato da spiegare. 

Ti posso capire perché è un qualcosa che traspare. Mi è capitato di leggere tante storie fatte non perché si sentiva di farle ma perché dovevano essere fatte. Poi parlando più volte di questo progetto ho percepito il bisogno di dover fare qualcosa che vi facesse staccare dal vostro lavoro ma anche qualcosa che sentivate di voler raccontare, ed è una delle parti più interessanti. 

Noi abbiamo la consapevolezza che se ci mettiamo assieme riusciamo a tirar fuori qualcosa che secondo noi è figo. Siamo consapevoli di questo. Non abbiamo paura nemmeno delle sfide più grandi come chiudere un albo in tempi folli per riuscire ad arrivare a Lucca o affrontare le tematiche della meccanica quantistica. Ce la facciamo, lo sappiamo e lo vogliamo fare. 

Ti faccio una domanda che ho fatto sia al Kaiju Club che a Manfredi: quando hai saputo che degli studenti, degli esordienti assoluti, avrebbero lavorato su delle tue idee cosa hai provato e come ti sei sentito quando hai visto il risultato.

Mi sono sentito lusingato in entrambi i casi. Per me è stato un onore ed un piacere dagli la mia “scatola dei giocattoli” ed è stato un onore ed un piacere vedere come ci hanno giocato bene. Quasi tutti i creativi guardano a ciò che creano con un senso di possesso, cioè “Quest’idea è mia, quest’oggetto è mio”, però secondo me è anche una maniera sbagliata perché tu le idee, i tuoi soggetti, le tue cose le dai al mondo, non sono tue. È il segno che stai lasciando, una storia che stai raccontando. Quando te la racconto quella storia non è più mia, è tua, fa parte della tua vita, ci costruirai sopra i tuoi ricordi, ci costruirai sopra il tuo percorso culturale se è una storia degna di questo nome. Per cui io la storia te la do ed una volta che te l’ho data facci quello che vuoi! Perciò è stato bello questo, mi è piaciuto poterceli far lavorare sopra. Non sempre funziona così e forse non è nemmeno detto che sia giusto così, questo è come lo percepisco io in questo momento della mia vita.

Poi comunque Yamazaki si presta ad essere un universo condiviso.

Si, un universo espanso e da espandere. Ci sono, come dicevamo prima, delle basi dove che puoi usare come la polvere di fata. Il primo concetto che è entrato quasi come un luogo comune nella mente di chi affronta queste cose è che il pensiero genera la realtà. È chiaro che se parti da questo presupposto ciò giustifica ogni stupidaggine, ma non è così. Perché partiamo di nuovo da Cartesio e diciamo “Allora se cogito ergo sum,  io sono perché penso”. Bella come frase, però ci sono legioni di filosofi che criticano a Cartesio che non ha messo “Cosa penso, dunque sono”, dunque non è automatico. Per dire, il pensiero di Pinochet è un pensiero orribile che non gli giustifica nulla, ora ti dico Pinochet perché è il primo che mi è viene in mente. Lui è quello che è perché lo pensa ma ammettiamolo che è un pensiero del cazzo. Ed un pensiero del cazzo non genera la realtà, genera solo cazzate. 

Grazie mille Diego, sei stato gentilissimo!

Sono io che ringrazio te, spero di non averti annoiato!

Quindi gente, se ancora non l’avete fatto, recuperate l’intera saga di Yamazaki ( qui ), non ve ne pentirete!


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