#Bangla / Forse il più importante film italiano di questa generazione

Fabrizio Mancini

Avete presente quando si parla della proverbiale ventata d’aria fresca? È arrivata.

Sul finire del 2019 ci si ritrova talmente immersi in migliaia di storie diverse in mezzi diversi che anche i sassi hanno imparato che ormai conta di più il come si racconta una storia rispetto al cosa. Questo perché la grande mole di storie ha inoculato negli spettatori molti degli archetipi narrativi e quasi tutti li sanno riconoscere, consciamente o no.

Bangla di Phaim Bhuiyan però punta tantissimo sul cosa non sul come.
Forse più per caso che per volontà diretta, poiché l’attenzione dedicata al come è tanta. Bangla sorride e ruba tutto quello che Woody Allen e Nanni Moretti hanno insegnato a una quantità infinità di generazioni di cineasti. Il primo influenza molto lo stile narrativo con la continua rottura della quarta parete, mostrando il legame con il territorio e lo scontro con le istituzioni religiose e familiari, il secondo influenza il protagonista stesso, in bilico tra istinto e obblighi, contrapponendo un’ironica rabbia a problemi concreti, come lo scontro tra sessualità e religione. 

Ma tutto questo è il come. Il cosa racconta questo film è la voce di una figura di cui il grande pubblico sa poco, perché non ne fa parte. Come Forrest Gump fu un fulmine nel cielo sereno del cinema, ponendo attenzione su un protagonista che non può essere “la maggioranza del pubblico”, allo stesso modo succede in Bangla.
I vecchi maestri della vera commedia all’italiana ci hanno insegnato tantissimo sulla questione sessuale subordinata agli obblighi sociali, al punto che per noi questo problema si è ridotto notevolmente rispetto al passato e un film sul tema non avrebbe senso, ma non se a parlarne è chi ora si trova in una situazione analoga del tutto sconosciuta a noi.
Perché a certe voglie si può resistere, un po’ perché in fondo non interessano davvero anche se hanno il fascino del proibito, come l’alcol o il maiale nel caso apposito dei musulmani. Ma a volte al cuore non si comanda, e come si può vivere una storia con una ragazza che rappresenta quasi tutto quello che di proibito c’è?
Ovviamente non è un film privo di difetti, in alcuni momenti testo e recitazione, sopratutto in Phaim, appaiono forzati, sopratutto se paragonati ai momenti in cui la sua naturalezza straborda dal fotogramma dando al film quello che gli serve per renderlo un fulcro importante su cui poter proseguire un nuovo percorso di cinema italiano.

La normalizzazione delle diversità etniche è la vera forza del film. La romanità è fin dai tempi antichi una cosa che chiunque poteva ottenere e quindi non solo ad esclusivo appannaggio di un diritto natale. É proprio questa romanità che permette al messaggio di veicolare. Phaim non cerca di fare il romano, ma è romano esattamente come chi come lui vive a Roma da quando è nato.
Questo “nuovo italiano” è e dovrebbe essere come la guerra per il neorealismo, il combustibile per un motore nuovo.
Le “vecchie” generazioni che cercano di raccontare questa realtà potente rischiano di fare un pastrocchio, andando per stereotipi banali e scadenti. Ora è il loro turno di parlare, perché hanno bisogno di farlo, e se avrò convinto anche uno solo di voi ad andare a vederlo sarà una vittoria per tutti.


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