#BAOPublishing / Gli orchi dei vol.1 – Piccolo

Il Piccolo del titolo, fra quelli della sua razza, è davvero piccolo.

Nascituro inaspettato e ultimo figlio di un gigante crudele, re di una progenie bastarda di una civiltà di giganti che chissà che fine ha fatto, Piccolo è troppo piccolo fra i giganti e troppo grande fra gli uomini.
Un reietto imperfetto, dal carattere che riflette da un lato la crudeltà dei giganti mangiatori di uomini, dall’altra l’innocenza di un ragazzo vittima della sua scomoda posizione.

Un fumetto di scuola francese, quello pubblicato da Bao.
E la francia la si odora già dalle prime pagine, guardando l’atmosfera surreale della storia.
Quello che si percepisce leggendo è quell’atmosfera grottesca e inquietante che solo il grande fumetto francese, sopratutto quello del collettivo-rivista Metal Hurlànt degli anni 70, è riuscito a ricreare nei BD.

Ho il grosso problema di valutare i lavori più recenti confrontandoli col passato del fumetto e, più noto somiglianze con grandi nomi della storia del fumetto, più l’opera mi sembra pregevole.
Conservatorismo? Probabilmente, ma sono dell’opinione che un fumetto che non si porti la storia del media sulle spalle, rifacendosi magari solo al recente manistream americano o al fumetto orientale (entrami di tutto rispetto, ma fatti appunto da persone che il media lo conoscono bene), sarà raramente un fumetto pregevole.
Detto questo polpettone, mi scuserete se ora inizierò a sparare i nomi che mi sono venuti in mente leggendo questo fumetto meraviglioso.
Jodorovsky è un nome che sorge spontaneo alla mente.
Ma uno Jodorovsky ripulito dalle invadenti simbologie spappato-alchemiche di cui sono piene opere come L’incal o Megalex. Il che è un bene.
Di Jodorovsky rimane quello spaesamento e quell’atmosfera mistica, aliena, che ti trascina di forza in un mondo popolato da leggi inquietanti e antiche quanto l’uomo. Quelle bizzarrie generazionali patologiche che in tutta l’opera di Jodorovsky fanno capolino, da Quando teresa di arrabbiò con Dio a Santa Sangre o ai I meta-baroni.
Un primitivo goticheggiante fatto di incesti, sangue e orge, una proto-civilizzazione che è ancora piena degli aspetti bestiali dei progenitori dell’uomo.
Piccoli racconti di una pagina trasportano il lettore dalla story-line principale alla storia della dinastia degli orchi dei, tramite il libro degli avi.
Il primo racconto, che ci parla della zia Desdèe, è forse il racconto più suggestivo. Fellini fa capolino nella descrizione di una gigantessa ballerina che si unisce a una compagnia circense.
Evocativo, anche, è il racconto di Coor, il gigante esploratore alla ricerca della terra dei giganti.
Una storia romantica (in senso letterario), e che con pochi elementi descrive egregiamente città ciclopiche simili a quelle immaginate da Borges e Clark Ashton Smith.

Ancora più di Jodorovsky, forse, il fumettista che più sembra avvicinarsi a queste atmosfere oniriche è probabilmente Renè Laloux, creatore anche del folle film d’animazione Il pianeta selvaggio, che con il plot di questo Orchi dei ha molto da spartire.
Ultima, ma non meno importante, somiglianza è con la storia breve di Richard Corben ‘Era grande, grande, grande…’, in cui una bambina gigantesca uccide la madre a causa della sua stazza, durante il parto, per poi ingrandirsi sempre di più, fino a morire soffocata dall’assenza di ossigeno nello spazio.
Questo è l’aspetto dominante di Orchi dèi. Questa sessualità orribile, primitiva, l’orrore della riproduzione e del parto, il terrore di qualcosa che cresce dentro di sè e potrebbe non fermarsi mai, che potrebbe divenire una massa abnorme che uccide il suo creatore.
Il tutto calato in un atmosfera fiabesca che ammorbidisce il tutto rendendolo non solo meno orribile, ma addirittura plausibile.
Ad alleggerire gli argomenti della storia, il tratto pulito e cartoonesco di Gatignol regala tavole squisite e raffinate.
Ho visto raramente disegni prettamente digitali che non risultassero glaciali, finti, perfetti nel peggiore dei sensi.
Il tratto digitale di Gatignol, invece, vibra.

Non tanto nel character design, curatissimo ma cartoonesco in modo molto classico, quanto nella costruzione scenografica. Gatignol, allacciandosi ad artisti folli come Piranesi o Beardsley, crea architetture perfette e limpide, con un tratto graffiante ma delicato, bianco su sfondo nero, che crea un forte distacco con le perfette figure dei personaggi, che appaiono ancora di più disinteressati e sconnessi dell’orrore che hanno provocato o di cui sono vittime.
Che dire, un fumetto meraviglioso di cui aspetterò con ansia i prossimi volumi.
Credo che, leggendolo, potrete capire perchè.


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