#BAOPublishing / Il re bianco di Davide Toffolo

Il re bianco è un essere unico.
Un gorilla albino, questo Cupito de nieve, Fiocco di neve, rinchiuso nello zoo di Barcellona.
Se Calvino, che originariamente lo creò, (in ‘Palomar’) accenna vagamente alla sua natura, Toffolo espande questo essere tanto simbolico rendendolo un totem dell’umana solitudine.
Di Toffolo non avevo mai letto nulla. Sono fieramente hater di quasi tutto l’indie italiano, e leggere un fumetto fatto da uno dei capisaldi dell’indie mi sembrava una cosa da evitare come la peste.
E invece, tanto convinto di tro varmi di fronte ad un’ overdose di hipsteraggine, mi sono dovuto ricredere.
Se il comparto grafico è solo apparentemente semplice, con i personaggi creati con pennellate dinamiche e ricche, immersi in tonalità rosate che regalano un effetto simile al bianco/nero se non più vivace, è la storia a colpire particolarmente.
L’approccio alla scrittura è simile a quello di un romanzo, di quelli fatti con passione. Tanto che Toffolo, alla fine del libro, ostenta una biografia di due/tre pagine sugli aspetti scentifici e ‘umani’ del gorilla in quanto animale.La storia del gorilla albino di Calvino non è che un pretesto, e a noi va più che bene.
Toffolo, protagonista del suo romanzo grafico che è quasi un diario filosofico di pochi giorni di viaggio, vive la morte del gigante bianco. Parte per Barcellona, incontra una ragazza che si unisce a lui per curiosità, cerca un contatto di qualche tipo col primate.
Fiocco di neve. L’unico esemplare di gorilla albino, malato di cancro alla pelle forse proprio a causa del suo albinismo (non è uno spoiler, lo si scopre praticamente all’inizio).
Il flashback della storia del gorilla bianco è immerso in un africa rappresentata con grande originalità. Siamo di fronte ad un’Africa magica, più che reale. Un’Africa dove il gorilla bianco diventa dio. Totem. Bianco e divino. Quindi completamente solo.
Poi lì, nello splendore della natura incontaminata, arriva lo sporco male dell’uomo, che uccide e rapisce senza cura alcuna.
La storia del rapimento della scimmia Cupito è vista da Toffolo come qualcosa di fiabesco, ma è un’orribile storia che dimostra il male gratuito di cui è capace l’uomo. Una storia dove neanche i bambini sono innocenti.
Una storia che, devo dire inaspettatamente, tocca il cuore senza essere nè mielosa nè retorica.
Toffolo  si riflette in questo gorilla così solo e unico, sentendolo come una proiezione di sè, tanto solo e unico anche lui.  Vede il primate come la parte nascosta, primitiva dell’uomo (chiamiamolo pure Sè), quella gemma aliena fuori dai canoni di ogni cosa terrestre, che l’autore ha bisogno di curare, osservare, accudire.Interessante come, anche nello zoo, il gorilla non smetta di avere la sua aura divina.
Anche in cattività non è vittima o preda, ma un essere orgoglioso e ciclopico che si staglia cromaticamente sugli altri gorilla.
Superiore anche agli uomini che lo osservano curiosi, e verso cui improvvisamente lancia i suoi escrementi.
Come per la musica, solo i bambini e i creativi si accorgono dell’unicità del gorilla, della sua sofferenza.
Che è forse la sofferenza di un mondo senza più magia.

 

 

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