#BoJackHorseman / Fenomenologia di un’incomprensione universale

Fabrizio Mancini

Perché (quasi) ogni volta che apro una recensione su BoJack ho l’impressione che nessuno abbia capito una sega di quello che ha visto? O noi, popolo di santi e recensori, continuiamo solamente a vedere quello che vogliamo, o magari hanno ragione tutti e quindi nessuno.

Nella giungla di internet, tendenzialmente si possono notare due schieramenti: le Zoë e le Zelda (se ricordate la puntata 4 della prima stagione).

Le Zoë sono quelli che empatizzano molto, a volte troppo, con BoJack. Sentono la depressione scendere dentro di loro anche quando non esiste nella loro vita reale. Una vita decisamente diversa da quella di un cavallo di 50anni, ex star della tv, alcolizzato e tossicodipende e cartone animato.
Perché tutta questa empatia? BoJack è uno stronzo cinico e intelligente, che non risparmia a nessuno quello che pensa veramente. Classica Zoë, direbbe Mr Peanutbutter. Questo basta a fare da primo collante, che si cementifica quando entra in gioco la sofferenza della vita e l’incomprensione del mondo. A questo punto tutti i terribili atteggiamenti di BoJack vengono assimilati e non repulsi. Il problema si pone quando Zoë cerca di fare Zelda e non si rende conto di calpestare gli altri per cercare di stare bene con se stesso.

Le Zelda invece sono persone che inquadrano BoJack per quello che è, non ci empatizzano, non così tanto, o addirittura lo rifiutano, anche apprezzando la serie. Restano felici nel loro distacco empatico. Queste persone tendono anche a schernire chi invece cede troppo al fascino di un vorticoso precipitare nel baratro, la loro positività o il loro modo di vedere la vita fa a cazzotti con gli eventi di BoJack, fondamentalmente perché per loro è giustamente inconcepibile una tale negatività autodistruttiva. 

Sono tendenzialmente portato a credere che la grande accuratezza della scrittura di questa serie sia allo stesso tempo colpevole del perché non venga capito quello che BoJack rappresenta realmente.
BoJack è pura catarsi. Se Aristotele fosse vivo ne farebbe un monumento.

Mi permetto di fare un poco da maestrino per chi magari non fosse avvezzo alla Poetica dell’autore greco. Per Aristotele, la tragedia aveva lo scopo di purificare. In che modo? L’imitazione della realtà porta lo spettatore a interrogarsi, consciamente o inconsciamente, sugli eventi rappresentati in scena, eventi che magari non si sognerebbe mai di fare o non vorrebbe mai vivere. La partecipazione, anche se in maniera passiva, ha un effetto di “vissuto” direttamente proporzionale al grado di empatia.
Personaggi come BoJack fanno presa sul pubblico dalla notte dei tempi. Dalle tragedie greche a Shakespeare, dalla Commedia dell’Arte alla grande esplosione del cinema. E ci infuriamo insieme con Amleto quando scopre che suo zio ha ucciso suo padre e gli ha rubato trono e letto, e ci vengono i brividi per l’amore e la sofferenza quando Harry Potter scopre la verità su Severus Piton.

Una storia ben scritta vi farebbe empatizzare persino con Hitler.

Questa è l’empatia.
Quando una puntata di BoJack finisce possiamo sentirne il peso, proprio come se fossimo stati noi a viverlo. Peso che quando svanisce, completa la catarsi. La purificazione dell’anima non è un processo new age da pseudoscienza, è una conseguenza di una buona narrazione, che sia teatro, cinema, foto, musica. Ogni forma d’arte è in grado di applicarla, non come scienza esatta sia chiaro, ma la magia è anche quella.
Sono abbastanza sicuro che il pubblico medio di BoJack non passa il tempo a bere vodka e a drogarsi in solitaria a casa. Sappiamo già come va a finire, o come potrebbe.
Come sono altrettanto sicuro che alla fine della 4a stagione, quando BoJack sorride, forse per la prima volta nella sua vita in maniera genuina, per la piccola-grande gioia che gli da la sua sorellastra decidendo di accettarlo nella sua vita, vi si è fermato il cuore.

BoJack, da cartone animato antropomorfo, sposta totalmente l’attenzione ai sentimenti e i caratteri dei personaggi, in quanto è molto più difficile trovare un collegamento fisico.
Nella stagione 5, dopo una positività infinita in tutte le precedenti stagioni, persino Mr. Peanutbutter subisce un tracollo, apparentemente piccolo, ma pesantissimo per uno come lui. La serie permette di poter vedere tante possibile reazioni di personalità diversi a vari eventi della vita, in questo moto la catarsi può agire su chiunque sia lo spettatore, lavorando bene sul singolo e non solo sulla massa, motivo anche questo del grande successo della serie.

Voglio concludere con un appello.

Vi sentite depressi dopo aver visto BoJack? É giusto, è importante e fa bene. Vivete quel momento e fatene tesoro, ma non dovete scassare la minchia agli altri e giocare a fare i depressi, perché la depressione, quella vera, uccide come l’overdose di Sarah Lynn.
Se invece siete quelli distaccati, che non sopportate o non capite come la gente possa sentirsi così dopo BoJack, beh è anche quella la vostra catarsi.
Questa grande empatia, e anche il suo opposto, purtroppo fa credere a tutti di aver capito BoJack, forse in maniera egoistica più di altri, perché condividiamo con lui sentimenti unici. Un errore in buona fede, ma pur sempre un errore. Quello che provate è molto personale per quanto abbia una base condivisibile a tutti e come tale meglio tenerlo per sé.
L’importante è non ostacolare le sensazioni che questa serie meravigliosa provoca in voi e non interrogatevici troppo, lasciate fluire tutto.

 

Perché ogni puntata di BoJack è come una doccia, nessuno può capire se state piangendo, nemmeno voi stessi.


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