#comma22 / “I miti di Cthulhu” di Alberto Breccia

Howard Philip Lovecraft è diventato, nell’ultimo decennio, fra gli autori più citati ed abusati del panorama fumettistico mondiale.
Non si capisce bene perchè.
Non sono stati tratti kolossal hollywoodiani dal suo lavoro, ne best sellers videolugici che possano motivare tanta trepidazione per uno scrittore che per decenni è stato quasi ignorato dal grande pubblico.
Eppure è così. In ogni fumetto horror dai toni vagamente autoriali spunta un tentacolo o qualche tizio che parla di orrori cosmici. Oppure si parla di Arkham o Providence, sempre in modo molto superficiale.
Ma creare un adattamento lovecraftiano, o un’opera che assuma atmosfere da orrore cosmico, non è un lavoro da poco. Il tutto è in equilibrio precario.
Se si va troppo sullo splatter (vd. The Void, o Neonomicon) ci si avvicina più a Clive Barker che al Solitario.
Se non si capisce l’essenza del pantheon di Lovecraft, si rischia di creare un oscuro Scontro di Titani.
Entrambi errori diffusissimi. Perchè quel tipo di orrore psicologico è così alieno al modo in cui noi, oggi, ci avviciniamo al genere horror, che l’impulso di mostrare a tutti i costi è troppo forte per essere accantonato.
Ma Lovecraft non ha mai mostrato nulla. Solo suggerito. Accenni di anatomie orribili che sappiamo solo essere riconducibili a creature dell’abisso.
Yogg-Sothoth e Azathoth sono entità astratte, impercepibili. Nubi di gas tentacolari incoscienti e indifferenti. Ed è la nostra impossibilità di percepire la loro enormità a farci impazzire.
Alberto Breccia è probabilmente l’unico autore ad aver davvero compreso questo (forse anche, nei momenti in cui ci si cimenta, Mike Mignola).
I tempi di Breccia erano tempi diversi.

Lovecraft era stato si riscoperto, ma era qualcosa di elitario. In pochi lo leggevano, e ancora meno lo comprendevano appieno. Quell’estetica dalle tinte noir, piena zeppa di luci verde smeraldo e marroni legno doveva ancora essere creata (perchè è un’estetica derivativa, non improvvisamente nata dai racconti di H.P.).
Alberto Breccia fa qualcosa di unico nel panorama fumettistico di quegli anni (e forse di sempre). Compreso che Lovecraft, prima che all’orrore tende all’astrazione, crea un fumetto che più che poggiarsi sul terrificante si poggia sull’arte informale.

I mostri di Breccia sono macchie d’inchiostro, tratteggi informi di grafite, collage di cose familiari posti mostruosamente.
Perchè, dice lui: Volevo che ogni lettore aggiungesse del suo alla mia rappresentazione di Lovecraft: che sovrapponesse alla base informe che gli fornivo i propri timori, la propria paura.
Queste parole testimoniano una piena comprensione degl intenti del solitario di Providence. Non un orrore fisico, viscerale, ma un orrore astratto, indescrivibile.
Le divinità di Lovecraft sono spesso solo nomi. Di loro sappiamo poco altro. Delle divinità più ‘piccole’ (Dagon, Chtulhu), abbiamo solo descrizioni sommarie, inadatte a una rappresentazione figurativa.
Delle più grandi non sappiamo assolutamente nulla. Ce li possiamo immaginare come masse di gelatina, o nebulose nello spazio profondo.
La loro essenza astratta traspare nelle cose orribili che testimoniano il loro passaggio sulla terra.
Per descrivere questa complessa estetica, Breccia intreccia diversi livelli stilistici insieme.

L’umanità ignara è rappresentata in modo classico, accademico addirittura. Con anatomie curate ed abiti d’epoca perfettamente ricostruiti.
Le scenografie in cui vivono sono, invece, collage. Il che dovrebbe mantenerci nel principio di realtà, ma non è così. Anzi, il collage crea un senso metafisico difficilmente ricreabile in altro modo. Più frammenti di architetture posti insieme creano sbalzi prospettici che già ci aprono agli orrori non euclidei del culto di Yogg-Sothoth.
E poi, quando finalmente l’orrore si manifesta, l’inchiostro inizia a infestare la realtà. Inchiostro, oppure fotografie di elementi naturalistici (coralli, rocce), ma posti in modo così arbitrario da creare spaesamento.
Siamo in pieno surrealismo. Manierista, forse, ma funzionale.
In storie come Il richiamo di Cthulhu, dove l’orrore è tangibile fin dall’inizio, e pervade ogni aspetto della reatà (dal sogno alla veglia al ricordo), l’informe si manifesta sin dall’inizio, con tumorali texturing che infestano anatomie e settings, per esplodere poi nell’ evanescente, colante paesaggio di R’lyeh, rappresentato quasi come un fossile, o una pittura rupestre ormai irrimediabilmente degradata dagli agenti atmosferici.
In L’abitatore del buio, storia fra le più surreali di Lovecraft, il tratto accademico viene sostituito da un riuscitissimo espressionismo bianco e nero, immerso sempre in collage mai più così minimalisti (grandi vignette nere con minuscoli frammenti di realtà all’interno). E’ forse proprio in questa storia che Breccia raggiunge l’apice di orrore cosmico nel figurativo.


Peccato solo che i testi oscillino fra il piatto e il soporifero, rendendo molto più piacevole ammirare le vignette col testo originale alla mano che annoiarsi a morte leggendo le didascalie.
Ma si tratta di un fumetto in cui protagonista è quasi esclusivamente l’immagine, e il testo è solo un debole accompagnamento tanto per guidare il lettore nella galleria di orrori informi tracciata da Breccia.


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