#PaniniComics – Il Diavolo e “L’Immortale Hulk” di Al Ewing

Immortale 1
Fabrizio Nocerino

Immortale 2Scrivere di supereroi non è mai stato e non sarà mai una scienza esatta. Non ci sono schemi o formule narrative da seguire rigorosamente per avere un buon fumetto. Tuttavia ci si può affidare a delle idee generali tramandate nel tempo. “Non esiste un budget per cui esagera quando vuoi”, “Non giocare troppo con i cloni”, “la morte non é mai definitiva se non per lo zio Ben”. Essere immortale, specialmente nell’Universo Marvel, é prerogativa per pochi (nemmeno per i Celestiali, figuratevi). Con la nuova serie di Al Ewing e Joe Bennett, adesso anche Hulk puó definirsi “immortale”.

Il concetto di un Hulk incapace di morire non é nuovo, del resto. Jason Aaron separò Hulk e Banner nella sua “Incredibile Hulk” per rafforzare l’idea della dicotomia portata all’estremo, al fine di sottolineare come le due parti non potessero esistere l’una lontano dall’altra. Mark Waid rese Hulk “Indistruttibile”, con un Bruce Banner più calmo, concentrato e in pace con la coscienza, consapevole che l’Hulk non sarebbe mai sparito. Nel momento più buio per Bruce, quando lo scienziato dovette fare i conti con la morte della moglie Betty Banner, Peter David descrisse l’Hulk come l’istinto di sopravvivenza di un suicida dottor Banner.
La vita, la morte e l’Hulk sono sempre stati legati in un fragilissimo gioco di equilibri.
Corpo, mente e spirito si fondono, cosí come Hulk e Bruce Banner condividono ed elaborano pulsazioni distruttive e autodistruttive.

L’Immortale Hulk #1, da pochissimo arrivato in Italia grazie a Panini Comics, nel nuovo formato spillato monografico, comincia con la prima riflessione di Al Ewing, che si rivela colonna vertebrale della serie. Bastano poche righe per sottolineare l’importanza dei dualismi, del doppio e della fragile equilibrio tra l’uomo e il mostro. Tematiche che, sin dalle prime pagine di questa nuova serie, si riveleranno fondamentali nel morboso rapporto tra ego e alter ego che sta al nucleo di questo Hulk fresh start.

«Ci sono due persone in ogni specchio. C’é quella che vedi. E c’é l’altra. Quella che non vuoi.»

Immortale 3Seduto nella sua auto, un ragazzo impugna una pistola, fissando la stazione di benzina che gli si para di fronte. Nello specchietto retrovisore del veicolo, possiamo osservare il sudore, lo sguardo vitreo. É spaventato e il lettore giá immagina cosa succederá di lí a poco. Il sole batte pesante e, nella quotidianitá di questo sprazzo d’America desertica, una rapina ad una stazione di benzina finita male fa rumore e brucia le vittime come una bomba atomica. In queste prime pagine, Al Ewing lavora silenziosamente, mettendosi in disparte, lasciando alla matita iper-dettagliata Joe Bennett il compito di raccontare il dramma.

Il ritmo rallenta e ogni vignetta, ogni volto racconta di adrenalina pompante nelle vene, ansia, paura e terrore puro. Va tutto storto, lo storytelling metodico e preciso scandisce a tempo la tensione e imprime l’atmosfera giusta per cominciare. Al lettore tocca il ruolo di testimone silenzioso. Il primo numero di The Immortal Hulk comincia con due uomini e una ragazzina in obitorio.

Ad un primo sguardo, non potremmo trovarci di fronte ad un’atmosfera piú diversa dalla “tradizione” Hulk-iana. Come accennato poco fa, basti pensare ai piú recenti Waid e Duggan, ma anche al “Fichissimo” Hulk di Greg Pak per capire che di supereroi, super-scienza e super-mazzate se ne vedranno ben poche, qui. Una decisa e mirata inversione di marcia, che puó sembrare esagerata e in forte controtendenza: per ammissione stessa di Al Ewing, si punta ad un “Hulk” crepuscolare, ai limiti del noir e del tetro, un Golia Verde che stona con le ultime correnti narrative della Casa delle Idee. Eppure queste atmosfere lugubri non sono affatto estranee al personaggio, alla sua origine ed alla sua storia editoriale.

Al Ewing prende in prestito qualche elemento dalla run del 2002 di Bruce Jones. C’è la sensazione che si voglia coinvolgere il lettore anche emotivamente, scombussolando lo stato d’animo durante la lettura. Ancora una volta, Banner si trova in esilio auto-imposto, costretto a rimanere nell’ombra e a tenere l’Hulk piú lontano possibile dal mondo. Tradizione vuole che l’equilibrio tra Hulk e Banner sia rispettato, con entrambi protagonisti della trama. Tuttavia, in “The Immortal Hulk”, c’é poco Bruce Banner. Sembra addirittura disprezzato l’utilizzo. Al Ewing se ne serve come un sacrificio umano, spedendolo su un freddo tavolo d’autopsia in meno di cinque pagine, come se fosse una vittima qualunque di un terribile incidente. Al calar del sole, Bruce Banner é ancora coperto da un telo bianco.
Immortale 4Ad una lettura piú approfondita e come giá accennato, “L’Immortale Hulk” si presenta come un taglio netto, una separazione traumatica dagli ultimi anni del Pelleverde.
Piuttosto di concentrarsi su supereroi e super-mazzate, Joe Bennett si concentra sulle espressioni del volto dei propri protagonisti, che vivono i drammatici eventi delle prime pagine sulla loro pelle. Scopriamo che il killer non é altro che un povero disperato, dietro il quale si nasconde qualcosa di piú schifoso e umanamente patetico. Agli occhi del lettore, inizia a farsi strada l’empatia, la pietá per chi é caduto in miseria e ha disperatamente cercato di riprendersi, causando solo altro dolore.

Arrivati a metà del fumetto, un rimbombante tremore nell’aria annuncia la Sua presenza. Si scatena il panico ed entra in scena il colorista Paul Mounts, che immerge la storia in una cupa oscuritá, spezzata solo dalle fiammate delle pistole che sparano nel vuoto. Una gang di motociclisti armati si trova di fronte ad una forza della natura inarrestabile, anzi, no, peggio. Uno di loro corre in fondo alla pagina, avvisa agli altri.
Immortale 5
«É il Diavolo, amico! É il dannato re dell’inferno!»


Nella pagina successiva, due colossali braccia color smeraldo distruggono una parete, afferrando un biker tra le possenti mani. Il killer scappa, trema ed é giustamente terrorizzato. Il Diavolo sta venendo a prenderlo. Il primo, vero incontro con l’Hulk di Al Ewing e Joe Bennett è protagonista ben quattro pagine: il team artistico si lascia portare dal momento, mostrando il Gigante di Giada minacciare l’assassino con la sua imponenza.

È spaventoso ma calmo, immobile come una statua. La furia sembra sparita per lasciare spazio ad una collera solenne. Il  mostro verde, come un essere infernale, ricorda al killer i suoi peccati. Bennett, Mounts e l’inchiostratore Rui José mostrano tutta la loro intesa nelle pagine successive: gli occhi di Hulk sono radioattivi, penetranti e protagonisti di un primo piano bellissimo ed agghiacciante.

Di fronte a lui, alla disperata ricerca di una qualsivoglia forma di difesa, “Tommy”, quel ragazzino impaurito diventato assassino, impugna la stessa pistola che ha ucciso Bruce Banner. Ewing e Bennett alternano la disperazione del giovane agli stretti, opprimenti sguardi di Hulk, che indugia sul ragazzo come se volesse aprirgli un buco nell’animo, per scoprire cosa si nasconde all’interno. Il terrore continua: Tommy chiede pietá, prega a mani giunte il mostro di risparmiargli la vita, cade sotto l’incessante pressione.
É stato solo un errore, in fondo. Un gesto disperato. Ewing sembra voler lanciare un dubbio nel volto impenetrabile di Hulk, perfettamente trasposto dalla sceneggiatura al disegno da Bennett.  È solo un attimo, un istante chiuso in vignetta. Come il Diavolo, tocca ad Hulk dire l’ultima parola. Il confronto tra killer e vittima si fa paradossale, assurdo e sovrannaturale. Un uomo “comune”, tornato dal mondo dei morti al calare della notte, che indossa l’aspetto di una bestia. Al lettore tocca giudicare se quella di Hulk è vendetta o giustizia distorta.

In poco più di venti pagine, Al Ewing e Joe Bennett hanno riportato in scena l’Hulk che ripudiava il pensiero di tornare Banner, lo stesso sentimento che il primo Hulk di Lee e Kirby accennava nel 1962. Presuntuoso, arrogante e superbo, il Gigante di Giada sa di avere il controllo ed il suo spazio per venir fuori. Il giorno appartiene a Banner, la notte ad Hulk. Quale miglior dualismo per un personaggio costruito e sviluppato intorno al tema del doppio?
In tutto questo primo capitolo, sarà curioso notare come non venga mai pronunciato il nome “Hulk”. Ewing ammanta il suo protagonista di negatività, di paura. Hulk diventa un mostro mitologico, va oltre il canone del Pelleverde e viene reinventato in una figura esoterica, demoniaca, mossa da qualcosa di piú oscuro.Immortale 6

“L’Immortale Hulk” debutta senza grandi annunci, fuochi d’artificio o nomi altisonanti.
È un primo numero raccontato al buio, fatto di oscurità dentro e fuori i muscoli di Hulk e la mente di Bruce Banner. Ewing ribalta la dicotomia, sfalsa gli equilibri, urla al lettore di non dover più concentrarsi su chi è in controllo o meno… Lo sappiamo già chi è in controllo. Hulk ha smesso di “spaccare”. Hulk ha cominciato a distruggere l’animo del lettore. Ed è affascinante, malizioso ed intrigante, come il Diavolo, «il dannato re dell’inferno, amico!».
Hulk si trasforma in vascello smeraldo del male, in colosso portatore di punizione (semi) divina. L’aspetto é tradizionale, ma la psicologia, il modus operandi e la personalitá del nuovo, Immortale Hulk di Al Ewing sono radicalmente differenti.
Un Hulk maligno, appunto. Come il Diavolo. Che, guarda caso, é eterno…Immortale.

 


Comments are closed.