#EditorialeCosmo / La neve di Stalingrado di La Rosa e Befani

Fabrizio Mancini

La neve di Stalingrado è un fumetto potente per la storia di cui parla, ma anche per i brillanti testi di Davide La Rosa e per i coinvolgenti disegni di Valerio Befani.

Davide compie un gesto non semplice, racconta la battaglia in maniera oggettiva, cosa difficile quando si tratta di storia vera, ancora di più quando coinvolge la guerra, uno degli scenari più utilizzati da quando si raccontano storie. L’oggettività nella guerra è difficile da definire, come tutto ciò che ruota su questo argomento, la sfida sta nel dare spazio ad ogni voce, perché magari la storia la fanno i vincitori, ma la guerra ha più punti di vista.

Precisamente si tratta della Battaglia di Stalingrado tra l’alleanza dell’Asse, con la 6a Armata Tedesca, contro l’Armata Rossa, durata dall’estate del ’42, fino al febbraio del 43. Fu teatro della prima grande sconfitta tedesca, battaglia che molti storici definisco la più importante di tutta la Seconda Guerra Mondiale.

Davide si è concentrato perlopiù su una situazione in particolare, situazione divenuta simbolo di eroismo e ostinazione russa, la Casa di Pavlov. In questo edificio gli uomini del sergente Pavlov si barricarono per circa 2 mesi, difendendosi dai Tedeschi. Pavlov difatti fu Eroe dell’Unione Sovietica, e l’edificio ristrutturato per la memoria dei posteri.

L’albo è l’ultimo della collana Un eroe, una battaglia, ma qui di eroi se ne possono trovare tanti, andiamo per gradi. Vi ho parlato di Pavlov, ma non è lui l’eroe di questa storia. A spuntare è chiaramente Irina, l’effettiva protagonista, la splendida e tosta patriota russa. Una donna con “le palle”, che non può rimanere ferma di fronte all’invasione della sua terra, una donna che non dimentica chi è. Un emblema della “grande madre Russia” di come si ha nell’immaginario popolare. Incarna la figura di un eroe estremamente classico, forte e sicuro, ma di animo buono e fede incrollabile.

C’è un altro nome importante, quello dello sconfitto, Il generale Paulus. Il comandante delle forze dell’Asse stanziate a Stalingrado. Un uomo di nerbo e spessore, ma placido a differenza dello stereotipo tedesco, e sopratutto dall’aspetto umano, lontano dall’idea di mostro nazista.

Davide non solo parla di Eroi vittoriosi, ma chi Eroe è quello che si immola per la patria, solo per amore del suo popolo e della libertà, oppure chi, considerato già un Eroe, pur di non arrecare ulteriore danno al suo esercito preferisce la prigionia alla morte, andando persino contro la cultura del suo popolo, pur di salvarlo. La definizione di eroe è labile, difficile da definire, così come i corpi e i mondi di Valerio Befani, dilaniati dalla guerra. Valerio dipinge una battaglia cruenta, scava i volti, distrugge i palazzi e ci mostra la desolazione del bianco, ma il suo tratto è morbido, è vivo come i soldati che lottano per la loro vita e di ciò che difendono. L’uso del b/n è decisamente importante in una scenario desolato come quello russo, il bianco lo esalta mentre il nero mostra tutto ciò che c’è di umano o di mortale.
Leggere la Neve di Stalingrado è come aver scorso un resoconto di guerra immortalato da Robert Capa.


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