#FeltrinelliComics / La fine della ragione – Recensione

La fine della ragione di Roberto Recchioni, edito da Feltrinelli Comics è un fumetto che ci racconta una storia di fantasia.
O meglio, questo è quello che mi piacerebbe tanto scrivere.
La verità è che il poliedrico autore romano ha realizzato un vero e proprio saggio sui nostri tempi, giocando più su meri rapporti di causa-effetto, che sull’immaginazione pura.
C’è una storia sullo sfondo, di una madre che è pronta a tutto pur di curare la figlia malata e Recchioni sembra quasi buttarla via.
Sembra quasi dire al lettore (e in alcuni casi glielo grida direttamente in faccia), che una trama così, con simili punti di partenza, non può far altro che finire male.
Perché è il sistema in cui questa storia nasce a essere non solo corrotto, ma profondamente marcio.
Descrivere lo spazio in cui questa madre agisce, sembra quasi banale, vista la piena concordanza con i giorni nostri e l’autore ci scherza anche su nella parte iniziale.
Ha vinto l’ignoranza becera, quella irrecuperabile, perché non solo non si ascolta l’altro, ma non si hanno proprio i mezzi cognitivo-culturali per capirlo.
L’analfabetismo funzionale che impera sui social e che quasi viene minimizzato dalla società in cui viviamo, ha preso il sopravvento.
È a questa piaga che Recchioni si riferisce in modo spavaldo, irridendola senza alcun giro di parole.
Dice al lettore che il linguaggio del fumetto sarà semplice e pieno di immagini. Che sottolineerà persino in rosso le parole più importanti, per rendere la comprensione ancora più agile.

È la cultura stessa a essere ai ferri corti.
Mi abbasso al tuo livello e ti batto, perché succeda quel che succeda, io saprò sempre scrivere, mentre tu non sai leggere e grazie a me forse ti migliorerai.
A una prima lettura distratta potrebbe sembrare un messaggio autoreferenziale e spocchioso, quello dell’autore, ma come un medico nel tempo dei no vax diventa baluardo del buonsenso, imponendo le proprie conoscenze, allo stesso modo l’intellettuale ha il dovere di risvegliare le coscienze intorpidite. A ogni costo.

Tornando alla storia de “La fine della ragione” e avendo Recchioni più volte illustrato pubblicamente diverse sue vicende personali, si può azzardare anche un parallelo fra la bambina ammalata e lo stesso autore.
Sin da bambino Recchioni ha avuto diversi problemi di salute e ha raccontato di come grazie alla tenacia della madre sia riuscito a risalire a delle diagnosi concrete e a essere curato.
Questa madre che lotta contro tutto e tutti è dunque un tributo alla propria, che l’autore realizza con sincero amore.
È la figura materna in senso lato a venire glorificata, come creatura indomabile, pronta a qualunque cosa, pur di aiutare i propri figli, in un ancestrale senso di protezione, persino più forte della fine della ragione.
Perché questa bambina ha anche un padre, presente, eppure incapace di affermarsi, perché più imbrigliato nella gabbia sociale. Un maschio alfa, che deve tener conto di ciò che pensano gli altri della famiglia, dell’onore e del rispetto delle regole.
In questo si può ritrovare ne “La fine della ragione” anche un vago richiamo al femminismo.
Un femminismo fatto di cose concrete e poche parole, sottolineate di rosso.
Leggete questa opera, perché non vi farà aprire gli occhi, come si suol dire. Vi dirà che non c’è più tempo. Che le cose stanno già accadendo e se non vi svegliate, sarà davvero la fine della ragione.

 

 


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