#Joker / apologia della maschera

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Una bomba! Uscire dal cinema dopo aver visto Joker è come essere stati spettatori d’un’esplosione.

Intendiamoci, il film non ha nulla a che vedere con americanate tutte muscoli e fuochi d’artificio, ma lo stato d’animo che è capace di trasmettere, le emozioni che vomita letteralmente addosso sono tanto ingombranti da non lasciarti spazio per pensare ad altro.

Un cinecomic o non cinecomic

Di questo film c’è molto da dire, se ci si vuole inoltrare nei sentieri della sociologia, della psicologia ecc, ma, non essendo questo il luogo adatto, mi atterrò “solo” alla parte cinematografica.

Joker è, a conti fatti, un cinecomic, lo dice il background stesso, ma come accadde con Logan (e moooolto più di Logan) si va a finire verso ben altri orizzonti.

Il pregio di questo cinecomic è di non essere un cinecomic! Il film non cerca la spettacolarizzazione pop, non va su emozioni basilari e non punta sulla lacrima facile e poi… e poi se si fosse chiamato “Tobia il clown” non sarebbe cambiato assolutamente nulla nella dinamica della storia. Non ci sono supereroi, superpoteri, piani cervellotici, tecnologie fantascientifiche: nulla di tutto ciò.

Joker cerca di essere un film d’autore che parla di un povero essere umano alla ricerca della sua verità.

E, a parte un evidente riferimento finale che strizza l’occhio ai fan della dc (tranquilli, non farò spoiler), non ci sono diretti riferimenti alla realtà di Batman, se non qualche nome (tra tutti Thomas Wayne) e la città (ma se avessero avuto un altro nome non sarebbe cambiato nulla).

E dimenticate anche il Joker di Nolan: lì la parola d’ordine fu il “realismo”, e non voglio fare paragoni perché a tutti gli effetti sono due film completamente differenti, ma…

Ma il Joker di Phoenix è qualcosa che sviscera il suo protagonista e tutta la realtà che lo circonda in maniera quasi documentaristica (emotivamente parlando).

Uscire dal cinema dopo aver visto Joker e cercare di pensare ad altro vuol dire cercare di togliersi fisicamente tutto un marasma di sensazioni che più di due ore di film ti hanno lasciato addosso.

Quindi da dove partire? Beh, dall’inizio.

The beginning

Innanzitutto, rispetto a tutti i precedenti, non ci viene mostrato un Joker che è Joker fin dall’inizio. Certo, i germi della malattia ci sono tutti, ma il suo è uno sprofondare inesorabile che lo rende un perfetto epico antieroe contemporaneo.

Arthur (il vero nome del Joker nel film) è, prima di ogni altra cosa, una persona sola ed è la prima necessaria condizione perché tutto il resto venga attuato.

Noi partecipiamo emotivamente, e anche “fisicamente”, alla sua definitiva discesa agli inferi. Una discesa agli inferi che porta alla distruzione e che non fa parte di un cervellotico piano da villan “fumettiano”.

Tutto accade di conseguenza. “Ogni azione comporta una reazione uguale e contraria”. Le ragioni e le cause coinvolgono non solo Arthur, ma tutta la società.

E’ la deriva di chi è fuori dalla società in tutti i sensi. E quello che gli accade è frutto della società stessa che lo condannerà prima e lo osannerà, in qualche modo, poi.

Apologia della maschera

Il film nel complesso è un buon film, con alcuni momenti veramente interessanti e una colonna sonora che, per quanto risulta ingombrante in certi momenti, aiuta a definire un senso perenne di angoscia e frustrazione, di pesantezza dell’animo e di caos emotivo.

Ma Joker, come detto prima, è innanzitutto il Film di Joaquin Phoenix. La sua interpretazione è potentissima, sin dalla primissima inquadratura: ogni sguardo, ogni movenza e ogni intenzione è perfettamente bilanciata, sopra le righe, estrema.

Il primo quarto d’ora spacca maledettamente per quello che Phoenix tira fuori dal personaggio: una irrefrenabile risata isterica, potente, accompagnata da uno sguardo spento, tristissimo. Un contrasto stupefacente.

Tutto il film si basa quasi completamente sull’interpretazione del suo protagonista e non potrebbe essere diversamente dato che, a quanto ci viene mostrato, il protagonista stesso si crea una realtà tutta sua, andandogli stretta quella vera.

Colpi di scena finali sono inevitabile, ma se non ci fossero stati non sarebbe cambiato nulla sulla capacità di focalizzare l’attenzione sulla fragile mente del futuro Joker.

Phoenix pesa ogni espressione, ogni parola, ogni gesto cercando l’estremo sia nella interpretazione che nella reazione del pubblico. Tutto risulta il più pazzoide possibile, ma con crudo realismo che fa malissimo a vedersi.

E, paradossalmente, il tutto, all’uscita dalla sala, fa sembrare un pò più sano di mente Joker e un pò più pazzoide lo spettatore.

(che attore! – strappargli dei premi quest’anno sarà difficilissimo)

voto: 8/10

 


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