#Netflix / La Casa Di Carta 3: Come la critica non va al passo col pubblico

Fabrizio Mancini

Il problema della critica è sempre lo stesso: non è pubblico e non è produzione. Se pensate che la critica possa smuovere il consenso vi sbagliate.
La narrazione visiva del cinema e della televisione è un sistema dittatoriale nella produzione e spaventosamente democratica una volta portata al pubblico. Esempio blando. La critica può facilmente stroncare un film come Avengers Endgame, e in parte lo ha fatto, ma tanto il pubblico ha democraticamente deciso di incoronarlo maggior incasso della storia (se si esclude l’aggiustamento dell’inflazione sui biglietti).

In realtà bisogna modificare il senso di democrazia per comprendere cosa può fare un pubblico. Non c’è diritto di voto, ma diritto di acquisto, tutti possono acquistare il biglietto di un film, tutte le volte che vuole. A questo punto bisognerebbe anche eliminare la parola democrazia da questa teorizzazione, poiché non conta il gradimento del singolo, ma appunto la moneta sonante. Nel caso delle piattaforme streaming è possibile tracciare il gradimento sull’utente, tanto che si può tornare più facilmente a parlare di scelta democratica, con le sue limitazioni.

E qual è uno dei grandi limiti della democrazia? Quando si crea la dittatura della maggioranza.

Ovviamente c’è qualcuno a cui Endgame non è piaciuto, ma tutta la serie del MCU ha prodotto talmente tanti soldi che la maggioranza ha indirettamente detto all’industria del cinema “Ehy! È così che vogliamo i film”. La Casa di Carta segue questo principio, squadra che vince non si cambia. Perché?

Perché il pubblico è un bambino, non puoi ragionare con lui, piange se una cosa non gli piace e ride se gli piace, se deve fare la cacca la fa, ovunque si trovi. Cosa fondamentale, il pubblico vuole sempre quello che sa che gli piace, fargli provare qualcosa di totalmente nuovo è difficile.

E così la terza parte de La Casa di Carta sembra quasi un reboot della prima per quanto sono strutturalmente simili. La cosa divertente è che la serie per certi versi parla anche di questi concetti.

Perché farlo allora? Per creare un format narrativo, fatto di necessità visive e narrative tipiche ben riconoscibili.

Avete presente quando vedete il nuovo film o serie di un certo filone narrativo e dite “ma questo non è da xxx (inserite nome di film di una saga o una serie tv) ”.  

Come per la seconda stagione di True Detective. Un grande fiasco dimenticato solo grazie alla terza, che è stata ben apprezzata. Avete notato quanto fosse molto, ma molto, più simile alla prima, vero? Non è certo un caso.

Il pubblico si aspetta certe cose da True Detective e quello bisogna dargli, se voleva qualcosa di diverso si sarebbe rivolto altrove.

Siamo in un’epoca in cui si giudica sempre dalla copertina, perché non abbiamo più tempo di capire di cosa tratta, ma vogliamo, come pubblico, quello che riconosciamo come sicuro che ci piacerà.

Se La Casa di Carta 3 fosse stata completamente diversa, state sicuri che il pubblico sarebbe rimasto deluso, perché voleva vedere ancora una volta quello che tanto gli era piaciuto.

Sono veramente tanti i “canoni” tipici di questa serie, da piccoli dettagli a scene fondamentali. E sono determinanti per la riuscita della rapin.. volevo dire della serie.

C’è un piano, un piano studiato al minimo dettagli e illustrato a mo di scuola. Un piano che esercita preveggenza sulle reazioni della polizia e al tempo stesse ne prevede la manipolazione per portarla dove si vuole. I salti temporali nel montaggio, a completare la storia quando c’è una nuova incognita o a mostrare una spiegazione del piano che viene messa in atto.

Per non parlare degli archetipi antagonisti. La stronza al comando o il militare che perde il controllo.
Poi ci sono le mattate del professore e l’ormai conclamato senso di rivoluzione.

L’ultimo, il più denso e portante di tutto, è l’amore. “if I stay with you, if i’am choosing wrong, I don’t care at all”, già la sigla dice tutto.

Tutti questi ingredienti sono tratti riconoscibilissimi de La Casa di Carta e possono trasformarla in una serie infinita, cambiando anche totalmente personaggi.

La critica dibatte alacremente sul come potevano essere fatte diversamente le cose, andando a rinnovare la serie, mentre il pubblico sta a casetta e si gode nuovamente le emozioni che tanto voleva.

Intanto Alex Pina, creatore della serie, dopo aver letto le illustri critiche sulla serie, andrà in banca piangendo.


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