#EditoriLaterza / “La Stanza Profonda” di Vanni Santoni – Recensione

Mirko Tommasino

La provincia italiana è stata oggetto e sfondo, nel tempo, di numerose opere letterarie. Nel corso dei decenni ha cambiato i suoi connotati di pari passo con i cambiamenti dell’Italia stessa, diventando sempre di più una collezione di avamposti con connotazioni peculiari, che si evidenziano “per difetto” dalle grandi città. Nella provincia non ci sono tutti quei collegamenti e quelle comodità che ci si aspetterebbe in modo scontato nei capoluoghi, non ci sono le stesse possibilità lavorative e di svago.

In provincia tutto, apparentemente, sembra più difficile e più lontano.

Prima di parlare dei giochi di ruolo (e della cultura allargata ad essi legata)  in “La Stanza Profonda” Vanni Santoni racconta uno spaccato dell’Italia che, seppur datato, risplende di luce propria nei ricordi della generazione nata a cavallo tra gli anni settanta e gli ottanta. La sua provincia è universale: un archetipo delle città-villaggio che occupavano, cristallizzate, il suolo italiano prima dello sprawl delle grandi metropoli, dove i giovani erano portati all’interazione forzata per non impazzire di noia.

L’autore la prende larga, raccontando la vicenda dalla sua infanzia all’età adulta. In questo romanzo memoir/affresco sociale, i giochi di ruolo e le interazioni sociali da essi derivate sono presentati come parte importante della spina dorsale dell’uomo che è diventato il protagonista (voce narrante), raccontati con amore e nostalgia da chi non si è mai separato davvero da un legame così forte. Perché di questo si tratta, in fin dei conti: di un atto d’amore nei confronti di una passione viscerale, che va a fare numerosi occhiolini a tutti quei giovani (dentro) che oggi, con molta fatica, provano a portare avanti quella passione che dura da decenni, senza invecchiare mai davvero.

Nel romanzo il lettore cresce di pari passo con il racconto del protagonista, osservando con i suoi occhi e pronunciando le sue parole nelle interazioni con tutti gli amici (alcuni più duraturi, altri meno) che hanno caratterizzato le diverse età del Dungeon Master, ruolo “predestinato” del protagonista. La narrazione scorrevole rende l’intera vicenda un flusso continuo di esperienze che, seppur scollegate, fanno immergere il lettore in un immenso presente, proprio come quando si fanno i conti con i ricordi. Ed è proprio questo, il vero punto di forza del romanzo: Vanni Santoni fa percepire sotto la pelle del lettore quelle esperienze condivise che ogni giocatore ha provato almeno una volta, senza cadere nella facile trappola dei luoghi comuni. Per questo motivo, La Stanza Profonda si erige a racconto universale, ideale Stargate che porta un intera generazione nello stesso posto, contemporaneamente, senza mai incontrarsi davvero.

Il libro non è una raccolta di memorie, non è la cronaca di qualche partita “memorabile”. Non è un saggio scritto da un nerd ad uso e consumo di altri nerd. Tantomeno è la cronistoria dello sviluppo del gioco di ruolo in italia. Il fondo di verità delle vicende romanzate rende l’intero testo la risposta alla domanda:

“Ma cosa vai a fare tutte le settimane, per ore, in cantina/garage/camera con i tuoi amici?”

Forse, chi non ha mai conosciuto una simile esperienza non potrà mai capire fino in fondo cosa significhi giocare di ruolo, ma sicuramente La Stanza Profonda può far conoscere a queste persone cosa accade dal punto di vista umano alle persone che lo praticano, togliendo il Velo di Maya da un’esperienza che (vista dall’esterno) ha spesso suscitato paura e condanna, come fosse qualcosa di proibito. La candidatura del volume al Premio Strega è l’ennesima finestra della cultura pop sulla nicchia della cultura degli sfigati, che in particolare negli anni ottanta e novanta ha vissuto il suo momento d’oro, prima di lasciare il passo alla digitalizzazione della stessa. Se il pregiudizio ereditato dagli adulti ha diviso l’Italia tra ragazzi cool e sfigatelli, Dungeons & Dragons e i suoi successori sono stati il ponte di collegamento di tutte le enclave, sussurrando all’orecchio di adolescenti e preadolescenti che non c’era nulla di sbagliato in loro. Forse qualcosa si sta smuovendo, forse davvero si inizia a trattare con il giusto rispetto il lato ludico della vita, lasciando sul tavolo il binocolo e provando a muovere un passo verso il diverso senza i pregiudizi che, per anni, hanno recluso questa cultura nelle stanze profonde di ogni paese d’Italia.

Il libro (brossurato, 151 pagine) è edito da Editori Laterza, pubblicato nel marzo 2017.

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