#LoneSloane / Il fumetto “vintage” contro la salute mentale

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Lone Sloane si muove in un vortice psichedelico di tribale e medioevale, mondi oscuri opprimenti, descritti con il tratto grezzo tipico degli autori dalla fantasia troppo prorompente per essere controllata dalla coscienza.
E, soprattutto, Lone Sloane è quasi del tutto sconosciuto in Italia.
Come la maggior parte dei grandi rivoluzionari del Metàl Hurlant francese, Philippe Druillet (testi e disegni) in Italia non ha mai attecchito nella cultura di massa. Complici storie troppo misticheggianti, colorate e psichedeliche per piacere al grande pubblico.
Prima dell’ultima, inaspettata pubblicazione in volume (Magic Press) della saga completa di Lone Sloane, avventuriero spaziale di uno spazio sotto acidi, le pubblicazioni di Druillet si contavano sulle dita di una mano.
Anzi, l’unico volume contenente le prime storie classiche, edito da Mondadori, risale addirittura al ’73. Si chiama I viaggi fantastici di Lone Sloane.

 


Lo trovai in un mercatino dell’usato, buttato lì. Prezzo dello stand: 4 euro.
Conoscevo Druillet (qui wikipedia), praticamente solo di nome, essendo quasi impossibile leggere una sua storia. E, ovviamente, gridai al miracolo.
Quando aprii il volume non sapevo neanche che pensare. Avevo visto qualche tavola del maestro, su internet, e avevo letto qualche storia più che breve, in bianco e nero, su alcuni vecchi numeri di Totem anche loro dissotterrati sotto valanghe di “Tex” e “Topolino” polverosi in improponibili mercatini.
Aprii il volume, a una pagina a caso, tanto per curiosare. E mi si bruciarono gli occhi. Si, bruciarono quasi per davvero, tanto fu inaspettata quell’overdose visiva che spuntava dalle vecchie pagine ingiallite.
Si trattava di tavole fuori da ogni schema. Cerchi dai toni art nouveau contengono sogni rosso-verdi di moltiplicazioni di corpi, immersi in background optical che si concatenano l’uno nell’altro come scatole cinesi in bad trip. Le splash pages (numerosissime) sono talmente cariche di dettagli disordinati, minuziosi e accecanti, che il centro focale a cui ogni lettore sano di mente è abituato scompare, a favore di un’infinità di punti d’ancoraggio dell’attenzione che i tuoi occhi improvvisamente strabici cercano di cogliere nella totalità.
Poi, nel caso il numero di neuroni del tuo cervello non avesse già subito abbastanza attacchi inaspettati, scopri che, senza preavviso, devi girare il volume, più e più volte, perchè alcune tavole seguono andamenti vorticosi in cui il classico alto e basso non esistono.

La prima, folle storia, è del 1966. Prima degli autori classici di “Metàl Hurlant”. Prima di Moebius, o di Corben, che, comunque, avranno sempre un approccio più “accademico” verso il layout.
In giro c’era la prima Marvel, dall’impianto iper-classico fatto di griglie preimpostate e anatomie sintetiche ma efficaci. Nei suoi albi, forse l’unico grande che poteva rivaleggiare con Druillet nelle sue psicosi visive: Jack Kirby.
E poi, in Italia, Crepax e Pratt, il primo anche lui grandissimo sperimentatore di layout, il secondo dal tratto minimale che non doveva distogliere l’attenzione da storie preponderanti.
Si era agli albori del fumetto come lo conosciamo oggi. Si cercava, passo passo, di sperimentare, di cambiare, di osare. Con moderazione.
Ecco, Mystere des Abimes, la prima storia di Lone Sloane, non è per nulla moderata. Ciò che ogni altro fumettista cercava di raggiungere un piccolo passo alla volta, nelle mani di Druillet esplode incontrollato, incontaminato, come un rigetto di un’idea non ancora abbastanza maturata per essere su carta. Perchè troppo ricca, troppo confusa, troppo oscura.
Il tratto dell’autore non lascia appigli. Perchè nulla è simile alla realtà. E se gli assomiglia non è quel che sembra. Sembra una degna rappresentazione di ciò che Lovecraft non riusciva a dire perchè non aveva le parole, o di quello che Clark Ashton Smith tentava di descrivere dei suoi decadenti mondi lontani. Da rovine di medioevi ciclopici dalle tinte oscure spuntano entità dai colori acidi, in contrasti da cerchio alla testa.
La scrittura, c’è da dire, mi deluse. Le storie non sono che un pretesto per le tavole. Certo, Lone Sloane è una specie di Silver Surfer, che viaggia nella sua astronave O’ Sidarta in giro per il cosmo. Ma è un eroe classico, circondato di personaggi classici.
E’ solo dalla scrittura che ci si rende conto di stare leggendo comics degli anni 60/70. Sono storie molto riconducibili a quel periodo. Ricordano un Flash Gordon, i Fantastici 4 o, appunto, il primo Silver Surfer di Buscema e Lee.
Unico elemento bizzarro (che dovette stupire non poco in quel periodo) era la presenza di certi elementi mistici e simbolici, che poi diventeranno il marchio di fabbrica del futuro Metàl Hurlant (Jodorovsky docet).
Devo ammettere che mi piacerebbe una riscoperta dell’autore, tanto moderno nel tratto da poter essere letto tranquillamente ai giorni nostri, senza risultare sorpassato, dal grande pubblico. Per farne, chissà, qualche bizzarro merchandising come giochi da tavolo psichedelici o serie animate non esattamente per tutti.
Ma sono solo i classici sogni che un geek si fa ogni volta che mette le mani su qualcosa di nuovo che lo incanta.

 

 

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