#Netflix / Mindhunter 2 o il cacciatore di menti(criminali)

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Mindhunter 2: il thriller senza thriller.

Se vi aspettate una serie poliziesca dove ci sono inseguimenti, sparatorie o azione pura dimenticatevi di questa serie.

Se, però, vi incuriosisce capire e conoscere il percorso che è stato fatto, non molto più di quarant’anni fa, per giungere alla profilazione dei serial killer, e volete rimanere sulle spine, anche solo ascoltando affilati dialoghi con assassini seriali, allora Mindhunter fa al caso vostro.

Quello su cui si concentra l’indagine, in questa serie Netflix, non è sulla ricerca di un assassino, ma sulla ricerca di un metodo. E’ la ricerca di un metodo che possa circoscrivere in macro categorie gli assassini e che possa dare spiegazioni della loro (il più delle volte) devianza psicologica. Ed è affascinante vedere quanto studio e quanta attenzione burocratica e quanta, soprattutto, avversità iniziale ci sia stata verso una branca fondamentale della criminologia.

La serie in sé è puro stile, non è un caso che i registi di alcuni episodi siano stati David Fincher (anche produttore) Andrew Dominik (regista dei bellissimi Coogan – Killing me softly L’assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford). Le riprese lente, ma precise, la fotografia ben delineata e desaturata rendono benissimo il gusto vintage degli anni a cavallo tra i ’70 e gli ’80.

Da semplice spettatore mi ha stupito molto il fatto che, pur non accadendo nulla di particolarmente dinamico, la serie tiene incollati allo schermo. Personalmente trovo avvincenti e intriganti le numerose interviste fatte a dei sociopatici serial killer. Perché? Molto probabilmente perché sono dialoghi che scavano verso i più nascosti meandri della mente umana. Oppure perché, da quelle che (a volte) sembrano persone normali, si celano menti squilibrate, menti con una logica tutta loro.

Differenze tra prima e seconda stagione

Sostanzialmente le due stagioni seguono quasi gli stessi esatti binari compositivi. Hanno lo stesso mood, lo stesso ritmo, ma divergono nella direzione della narrazione.

Se nella prima stagione di Mindhunter tutto era fondato sulla semplice ricerca scientifica di informazioni dove ancora non era ben chiaro quale fosse il punto d’arrivo, in questa seconda stagione, essendo passato anche un po’ di tempo, sembra delinearsi il senso e la validità del metodo. E’ appagante vedere come quelle che erano ottuse istituzioni americane, lentamente abbiano capito la novità e le enormi potenzialità di questa nuova scienza.

Le interviste continuano incessanti durante la seconda stagione, ma sono più finalizzate ad uno scopo prossimo. E’ possiamo finalmente godere della prima reale e ufficiale indagine che il dipartimento abbia mai realizzato in America: quella riguardante gli assassini di bambini ad Atlanta tra il 1979 e il 1981.

A differenza della prima stagione, inoltre, che era ai più sconosciuta, la seconda ha avuto certamente un migliore risalto pubblicitario probabilmente incentrato fin troppo nella mitologica figura di Charles Manson che, in effetti, compare, ma probabilmente troppo poco rispetto alle aspettative.

Certamente figura carismatica all’interno della serie, Manson, per il poco tempo che rimane sulla scena sembra quasi avere lo stesso spazio che Annibal Lecter ha ne Il silenzio degli innocenti. (PS. l’attore che interpreta Manson riproporrà la sua ottima performance anche il Once Upon A time… in Hollywood del buon Quentin Tarantino!!)

Tirando le somme è una serie godibilissima se interessano certe dinamiche psicologiche e scientifiche, altrimenti diventa di difficile visione, personalmente, a volte, dicono talmente tanti nomi da perdere, ma è, naturalmente, secondario.

Insomma, la mente umana è di cristallo: fragilissima, ma affascinante.

voto: 7,5/10


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