#Netflix / Stranger Things 3

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Stranger Things 3 è, molto probabilmente, la migliore stagione della serie Netflix in salsa anni ’80. Perché se la prima era la novità ancora un pò acerba, benché fatta molto bene, e la seconda risultava un pò lenta e ripetitiva, questa invece fa un salto qualitativo non indifferente.

Innanzitutto vengono aggiunti altri personaggi che non risultano forzati o privi di senso com’era capitato nella seconda stagione (ricordate i tizi punkettari che facevano da tutor alla piccola Undici? Ecco, quelli, per esempio.)

La narrazione, già buona nella precedenti stagioni, viene modificata, e rende tutto molto più ritmato. Perché se nelle prime due era tutto molto giocato, correttamente, sulla tensione e l’attesa ansiosa, questa volta gli autori hanno optato per una narrazione molto più dinamica e incentrata sull’azione.

Poi c’è da considerare una componente niente affatto secondaria, anzi: l’intero cast. Nei migliori prodotti, soprattutto quelli seriali, diventa fondamentale la scelta del cast, e quelli che funzionano meglio sono quelli dove si riesce a percepire una complicità che fa andare tutto alla perfezione, più d’un orologio svizzero. E questo è proprio uno di quei casi.

Tutti i ragazzi, dal primo all’ultimo, interagiscono con gli altri con scioltezza e umorismo e rendono veritieri tutti i legami umani che andiamo a vedere (a parte, non me ne voglia, Nancy Wheeler che continua a essere il personaggio più rompiscatole di tutta la serie, anzi no, c’è la sorella di Lucas, Erica, che sta scalando mooooolto rapidamente questa classifica).

FINALMENTE I MOSTRI

E poi, finalmente (!!!) ci sono dei mostri degni di nota: grossi, cattivi e incazzati! C’è un pericolo molto più palpabile rispetto alle precedenti stagioni, dove, giustamente, la tensione era costruita proprio su questa attesa.

E chiaramente nel nemico di turno e nei suoi effetti ci sono le citazioni più evidenti e ingombranti riguardanti i cattivoni degli anni ’80 e non solo: si veda film del tipo “L’invasione degli ultracorti”.

FACCIAMO UN PO’ DI STORIA

Digressione storica: nel 1993 vide la luce il film Last action hero. Che c’entra? Adesso ci arrivo. Last action hero fu uno dei primi film ideato, scritto e realizzato completamente da zero per fare incasso. Questo fu uno dei primi film che, facendo il pieno di sondaggi, interviste, insomma, un vero trending topic, fu realizzato appositamente per il pubblico. Inserì nella storia tutta una serie di elementi “ruffiani” perché facesse il botto al box office: l’attore più celebre dell’epoca, uno Arnold Schwarzenegger in grande spolvero, le “belle pupe” di turno, il ragazzino simpatico senza padre e un cattivone cattivo cattivo, più sparatorie, esplosioni e battute argute. In qualche modo misero da parte l’esigenza artistica, per fare un prodotto commerciale in piena regola. E fu un fiasco. In ogni caso, però, un’interessante operazione di marketing.

Il punto è questo: Stranger Things in toto sembra essere un’operazione molto simile alla precedente, dove tutto, ma proprio tutto viene pensato per un pubblico nerd, vintage, post hipster che gode nel vedere proprio quello che vuole vedere e che la serie gli regala conscio di questo piacere. Basti pensare all’ambientazione anni ’80, ora di moda, a tutti i camei o riferimenti al cinema degli anni ’80 (e sono innumerevoli). Insomma fa di tutto per comprare un pubblico già di per sé compiaciuto.

Ciò non è necessariamente un problema, perché Stranger Things lo fa in maniera impeccabile, per nulla stridente e che funziona perfettamente più di un orologio svizzero.

PUNTI A SEGNO

I veri punti a segno, in ogni caso, della stagione sono tre.

Il primissimo è la canzone cantata in coppia dal magnifico Dustin e la sua fidanzatina Suzie, la Never Ending Story de “La storia infinita”. Un perfetto colpo vintage sparato da un cannone che continua a strizzare l’occhio agli anni ’80.

Il secondo è il personaggio di Robin, interpretata da Maya Hawke (figlia di Uma Thurman e Ethan Hawke) che introduce nella serie (SPOILER) tematiche omosessuali.

E, infine, il personaggio di Steve “Beicapelli” Harrington, Joe Keery. E’ molto interessante vedere la parabola di questo personaggio perché c’è da considerare che nei piani degli autori Joe sarebbe dovuto morire nella prima stagione o, al massimo, all’inizio della seconda, ma dato il gran lavoro fatto dall’attore e l’affetto degli spettatori sta assumendo contorni sempre più definiti e complessi ed è diventato a tutti gli effetti un co-protagonista della serie.

POLEMICA GIUSTA

Per concludere, accenno ad una polemica che può sembrare futile, ma che mi ha fatto riflettere.

L’attrice Evan Rachel Wood ha criticato il personaggio di Jim Hopper. Il personaggio di Jim lo adoriamo tutti quanti, questo è certo, l’omaccione burbero, tabagista e malinconico, ma la Wood ha espresso un giudizio niente affatto stupido. La star ha puntato il dito contro la rappresentazione problematica del carattere dello sceriffo in relazione alle due donne con cui si relaziona: Joyce Byers e Undici.

Non dovreste mai uscire con un uomo come lo sceriffo di Stranger Things. La gelosia estrema e i violenti scoppi d’ira non hanno niente di lusinghiero o sexy come la TV vorrebbe farvi credere.

Che un personaggio, seppur buono, possa avere un carattere rissoso o negativo in alcuni aspetti non è affatto un male, anzi, lo rende umano e soprattutto veritiero. Il problema è quando quegli stessi segnali, che nella vita reale ci appaiono negativi e forse paurosi,  ci vengono presentati con bonarietà, come simpatiche pecche sulle quali riderci su.

Il problema è sempre come ci presentano le cose non le cose in sè.

 


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